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Nell’immane tragedia di Haiti c’è anche il capitolo delle decine di italiani dispersi sull’isola devastata dal terremoto. Il capo dell’Unità di Crisi della Farnesina Fabrizio Romano è stato costretto a lanciare un appello per chiedere a chiunque fosse in possesso di informazioni sulla sorte dei nostri connazionali di farle giungere al Ministero degli Esteri italiano.
Dei duecento italiani che si supponga siano sull’isola, solo una settantina sono stati rintracciati sani e salvi. Degli altri 120 non ci sono tracce. Il lavoro dei funzionari che la Farnesina ha inviato sarà ora quello di scoprirne il destino.
Il primo passo sarà quello di verificare se effettivamente fossero a Haiti al momento del sisma. Lavoro difficile e complicato che verrà fatto con l’aiuto degli enti e delle associazioni che da anni lavorano sull’isola caraibica.
Gli italiani residenti sono per lo più persone che ruotano attorno al mondo delle organizzazioni non governative. Lo spiega Enrico Vagnoni, un cooperante rientrato da alcune settimane dopo un lungo periodo passato tra Port au Prince e la zona di frontiera con la Repubblica Dominicana.
“Si, sono molti i cooperanti che lavorano sull’isola. Alcuni nei quartieri centrali della capitale, ma la maggior parte fuori, nelle bidonville dove sono stati avviati i progetti umanitari. Non è detto che tutti coloro che mancano all’appello ora non siano in vita. Tenete conto del caos di queste ore – prosegue Vagnoni – Anche in una situazione normale è sempre stato un po’ complicato avere comunicazioni rapide, quando si è lontani da Port au Prince, figuratevi dopo quello che è successo. E’ probabile che alcuni di coloro che, adesso, non danno notizie di sé, tra qualche ora riescano a far sapere come stanno”.
Gli italiani impegnati nelle azioni umanitarie a Haiti sono stati i protagonisti dei drammatici racconti dall’isola. Il missionario dei camilliani che ha aperto un ospedale a cui si sono rivolte centinaia di persone e che ha descritto lo strazio a cui ha assistito; il cooperante che lavora con i bambini di strada il quale si è salvato per miracolo perché l’edificio che li ospita ha retto alla violentissima scossa.
“Sì, ma ci sono anche altri italiani – racconta Vagnoni – Ci sono anche funzionari dell’Unione Europea, “vecchi” cooperanti che sono rimasti a vivere sull’isola dopo aver messo su famiglia, professionisti che vanno a Haiti per alcune commesse vinte da imprese italiane. Per quest’ultimi – spiega ancora il cooperante – l’Hotel Montana, l’albergo che si è accartocciato in pochi secondi, è in effetti un punto di incontro, come lo è per tutti gli altri occidentali. Se c’erano italiani lì, sono rimasti coinvolti nel crollo dell’edificio.”
Difficile, invece che ci fossero turisti. “No – spiega Vagnoni – sono pochi e non si fermano nella capitale ma vanno subito verso le zone d’attrazione. Magari, ogni tanto, ci sono visitatori che pernottano a Port au Prince perché vengono a visitare parenti o amici, ma sono situazione rare”.
L’ex cooperante da due giorni è attaccato a tutti i mezzi di comunicazione disponibili per avere notizie dei suoi colleghi che si trovano sull’isola. E’ riuscito a mettersi in contatto con un amico belga che abitava in una delle zone della capitale più distrutte dal sisma. E’ stato lui a chiamarlo dall’ambasciata francese, dove aveva trovato rifugio. Una breve conversazione telefonica per salutarsi. Una mail ha invece dato a Enrico Vagnoni notizie di un altro collega che risiede lontano da Port au Prince e la cui sorte destava preoccupazione.
Così, a migliaia di chilometri di distanza, il dramma di Haiti (ri)entra nelle vite di coloro che in quell’isola “maledetta” hanno lavorato. Ed entra nelle nostre.
- Giovedì 14 Gennaio 2010

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