Haiti: guarda la FOTOGALLERY 1 - 2
Port au Prince non c’è più. La città, rasa al suolo, è un cimitero le cui tombe sono le decine di edifici crollati, i cumuli di macerie e rovine tra le quali si aggirano, come fantasmi, i sopravvissuti a una delle più grandi catastrofi naturali degli ultimi 100 anni. I morti sarebbero centomila, secondo Jean-Max Bellerive, il primo ministro. Ma la stima potrebbe essere esagerata per difetto. Ci sono fonti che indicano numeri ben più alti.
Youri Latortue, un senatore haitiano ieri ha parlato di 500.000 vittime, mezzo milione di persone uccise dai 35 secondi della scossa. Tra di loro, si teme, potrebbero esserci decine di italiani. Dei duecento connazionali presenti sull’isola al momento del sisma, si avrebbero notizie di una settantina. Gli altri sarebbero dispersi. La Farnesina, preoccupata, ha intensificato le ricerche. Finora invano.
Il caos regna a Port au Prince. Nulla più funziona nella capitale. Il governo haitiano ha rilanciato l’appello agli aiuti. Che iniziano ad arrivare. Barack Obama ha inviato mezzi civili e militari. Un corpo di spedizione di 2000 marines giungerà nelle prossime ore. Il segretario generale dell’Onu Bank Ki Moon ha stanziato un fondo di primo aiuto di 10 milioni di dollari. La Francia ha già mandato squadre di soccorso e unità cinofile. Anche Palazzo Chici si è mosso e il primo aereo italiano carico di aiuti atterrerrà in giornata.
La comunità internazionale si è mobilitata, ma per ora, in queste ore, gli haitiani sono soli di fronte al dramma, all’inferno “sceso in terra”, come alcuni media statunitensi hanno titolato.
Le testimonianze, i racconti, le immagini raccontano come Haiti si sia trasformata (veramente) in un girone infernale. La notte è stata un incubo. Gli abitanti sopravvissuti l’hanno trascorsa all’aperto, tra le rovine, accanto ai corpi dei morti, distesi in fila sui marciapiedi, coperti da lenzuola, lasciati lì perchè nessuno ha avuto la possibilità, il tempo, la forza per spostarli altrove. E poi, dove ?
Ora tutte le energie sono impiegate per tentare di salvare chi si trova ancora sotto le macerie. La gente scava a mani nude perchè non ha altri mezzi ( in questa isola così povera ) per tentare di salvare ancora qualche vita.
Port-au-Prince vista dall’alto pochi secondi dopo: una nuvola di polvere
In città, due ospedali ancora funzionano, mentre gli altri sono crollati. Sono presi d’assalto dai feriti, ma non riescono a curare tutti coloro che ne avrebbero bisogno. L’inferno è fatto anche da madri, sedute per terra, in strada, con in braccio i loro bambini feriti gravemente, senza aiuti, senza soccorsi.
Da Haiti arriva il racconto di Padre, Gianfranco Lovera, un camilliano, originario di Saluzzo, in provincia di Cuneo, che dirige con due confratelli e tre suore una piccola clinica nella capitale. Può ospitare cento persone, ma ora sono vi sono ricoverati almeno 600 feriti. La gente, racconta il frate, arriva senza gambe e senza braccia. Un’agonia.
Sono simili le testimonianze dell’orrore. Uno Spoon River dei Caraibi. Che corre sulla rete. Twitter ci riporta i racconti. Il supermercato sparito in tre secondi, come dice in un messaggio un blogger.
O come il racconto del l brasiliano che si trovava sull’isola e che ha visto correre per strada gente ricoperta delle ustioni provocate dalle fiamme degli incendi a cui erano scampati.
Ci sono anche soldati morti. La missione Onu è stata devastata. Ci sono almeno 200 dispersi tra il personale civile e militare delle Nazioni Unite, tra cui il responsabile, il tunisino Hedi Annabi. E’ come se una bomba atomica fosse caduta su Porta au Prince ha detto Michaelle Jean, un politico canadese. Il terremoto ha cancellato l’Isola.
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- Giovedì 14 Gennaio 2010


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Commenti
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Il 14 Gennaio 2010 alle 14:56 indigesto ha scritto:
Si, cara Redazione, siamo tutti sinceramente addolorati, ma cinque articoli sull’evento (per il momento) sembrano davvero un pò troppi, no?
Il 14 Gennaio 2010 alle 17:40 redazione ha scritto:
Caro indigesto, di fronte a tragedie di queste proporzioni l’informazione non è mai troppa. Tanto più - ma non solo per quello - che attualmente mancano all’appello molti, moltissimi italiani, semplici turisti o cooperanti che davano una mano in questo sfortunato Paese
Il 15 Gennaio 2010 alle 1:42 indigesto ha scritto:
Più che giusto, purtroppo! Ma la mia non era una considerazione nel merito, ci mancherebbe! Desiderava riferirsi, con spirito collaborativo, solo alle abituali caratteristiche dell’impaginazione, solitamente realizzata con argomenti di vario interesse. Forse a questa tragedia valeva la pena di dedicare una sezione a parte, qualora fattibile. In ogni caso me ne scuso.
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