La vittoria in Cile dell’imprenditore Sebastián Piñera riporta democraticamente la destra moderata al governo del paese andino dopo 52 anni. Se si escludono i 17 anni di dittatura pinochettista, un golpe appoggiato dalla destra reazionaria dell’epoca, era dal 1958 che il binomio democristiano-socialista non veniva scalzato dal voto nel paese del poeta Neruda.
Molti si chiedono che cosa succederà adesso a Santiago ma, prima di cercare risposte, è bene chiarire un paio di punti. Anche per comprendere che gli occhiali con cui si guardava al mondo negli anni Settanta oggi non servono più a nulla.
Primo. La vittoria di Piñera, sconfitto quattro anni fa dalla Bachelet, prima donna presidente della storia cilena e che esce con un gradimento record dell’80%, era stata ampiamente prevista dai sondaggi ed è avvenuta all’insegna di una parola che è il sale della democrazia: il cambiamento.
Secondo. Immediatamente tutti i rappresentanti della Concertación, l’alleanza socialista-democristiana che dalla fine della dittatura di Pinochet ha governato in Cile, hanno accettato cavallerescamente la debacle. A cominciare dal candidato sconfitto, il già presidente Eduardo Frei e nonostante alla fine lo scarto tra vincitore e sconfitto alla fine sia stato esiguo, meno del 2,5%. Una dimostrazione di maturità politica che è forse il tesoro più prezioso della democrazia cilena di oggi.
Fatte le premesse concentriamoci sul cosa succederà ora.
Dal punto di vista economico non cambierà quasi nulla. La Concertación, infatti, è stata per decenni l’esperienza più “riformista” del centro-sinistra latinoamericano, tanto per intenderci nulla a che vedere con il populismo ideologico-indigenista dei vari Chávez e Morales, né con il populismo pragmatico del PT, il Partito dei Lavoratori, in Brasile. Il Cile è il paese più integrato dell’America Latina nell’economia di mercato, avendo sottoscritto trattati di libero commercio con praticamente quasi tutti gli stati del mondo. Il libero mercato è stato un dogma della Bachelet e, prima, di Lagos e Frei. Naturalmente le cose non cambieranno con Piñera.
Politicamente, invece, le conseguenze maggiori della vittoria della destra ci saranno e, come spesso accade in questi casi, riguarderanno più gli sconfitti che i vincitori. L’esperienza unica a livello continentale della Concertación, che per vent’anni ha tenuto assieme democristiani e socialisti, resisterà alle forze centrifughe? Se così sarà nel 2014 la Bachelet potrà ricandidarsi (a differenza di questa volta, a causa di una costituzione “figlia” del post-dittatura che per evitare svolte autoritarie non prevede i due mandati consecutivi) e probabilmente ritornerà alla Moneda.
Tuttavia è oggettivamente difficile oggi credere ad una tenuta della Concertación così com’è oggi perché, si sa, la vittoria ha molti figli mentre la sconfitta è orfana ed è plausibile che in molti – democristiani e socialisti – scelgano altre vie, terze o quarte che siano. Come del resto aveva già fatto quest’anno l’“indipendente” di sinistra Marco Enriquez-Ominami, eletto nelle file dei socialisti, uscito dalla coalizione, candidatosi alle presidenziali e che al primo turno delle consultazioni si era incredibilmente aggiudicato il 20% delle preferenze. Togliendo molti voti a Frei e spianando la strada alla vittoria di Piñera che ha già detto nel suo primo discorso da presidente eletto di voler rilanciare “la politica degli accordi”. Tradotto significa che è disposto a far entrare nel suo esecutivo anche chi, eventualmente, condividesse le sue politiche di destra moderata e democratica, magari uscendo dalla Concertación.
- Lunedì 18 Gennaio 2010


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Commenti
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Il 19 Gennaio 2010 alle 12:51 indigesto ha scritto:
Caro Paolo, se son rose..fioriranno!
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