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Haiti, Obama, il terremoto e i cinesi. Il Grande Gioco nel Cortile di Casa

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  • Tags: aiuti umanitari, America Latina, Barack Obama, Cina, Haiti, obamamania, terremoto
  • 2 commenti
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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Obama

Barack Obama è stato molto chiaro: l’intervento statunitense ad Haiti è la dimostrazione della volontà degli Stati Uniti di recuperare una leadership (morale) nel mondo dopo i contestati anni della Guerra al Terrorismo condotta da George W. Bush.

Ma l’invio di migliaia di soldati, lo stanziamento di decine di milioni di dollari, il coinvolgimento di diverse agenzie governative per dare aiuto alla martoriata popolazione dell’isola caraibica, l’impegno per ricostruirne il tessuto sociale e le istituzioni, produrrà (dovrebbe produrre) anche un altro indiretto (ma collegato) risultato: far rimettere a Washington i piedi nel cosiddetto Cortile di Casa; permettere agli Usa di riacquistare un’influenza che nell’ultimo decennio era risultata indebolita, quasi sfumata, se non addirittura scomparsa in quell’area.

Un ruolo che l’amministrazione Obama vuole riprendere dando prova di usare mezzi e metodi diversi rispetto al passato. Con un politica basata (nel contingente) sugli aiuti umanitari nei confronti dei milioni di haitiani colpiti dal terremoto e che sia incentrata (sul medio e lungo termine) sull’interventismo pacifico, sul dialogo e la comprensione, il reciproco rispetto e il mutuo interesse nell’avere buone relazioni con i governi dell’area caraibica e latino americana.

Una politica dal volto nuovo che permetta agli Stati Uniti di non mettersi in contrapposizione aperta, ma quasi, al contrario, in competizione con i governi e i regimi della zona che hanno fatto della denuncia delle brame “colonialiste”di Washington uno degli elementi fondamentali della loro esistenza.

Non è un caso che il venezuelano Hugo Chavez si sia scagliato contro Barack Obama accusandolo di aver invaso Haiti con la scusa del terremoto. Per il Caudillo di Caracas, un America dal “volto umano” è una jattura perchè, così, gli viene a mancare una forte arma di propaganda, da usare, ovviamente, anche e soprattutto all’interno del suo paese.Non è un caso che dall’altro punto dell’asse, da Cuba, sia stata fatta un’analoga lettura dei fatti.

Lo sforzo americano ad Haiti, la sua presenza così importante rimette Washington in gioco in quella zona. Che era stata abbandonata dall’amministrazione precedente, proiettata (e distratta) sull’Afghanistan e dall’Iraq. Nell’ultimo decennio questo disimpegno statunitense aveva contribuito a dare il via a una nuova stagione politica in Sud America, con l’affermazione e la nascita di candidati e governi di sinistra in paesi dove fino a poco tempo prima un’evoluzione del genere era ritenuta impensabile.

Paesi che, grazie alle loro risorse naturali (il petrolio per il Venezuela) o per le loro economie emergenti (il Brasile che, non a caso, comanda la missione Onu ad Haiti) hanno “approfittato” di questa assenza americana per inserirsi (con forza) nel Cortile di Casa.

La strategia di recupero di Barack Obama era iniziata con la partecipazione all’ultimo Vertice delle Americhe nei mesi scorsi. Il primo afro-americano eletto alla Casa Bianca aveva strappato la scena a Hugo Chavez e si era presentato come un “positivo e volenteroso partner” tutto teso a fornire una buona impressione ai suoi “vicini di casa”. Contatti e promesse erano state molteplici, come i colloqui e alcuni accordi bilaterali. Uno sforzo per riprendere “peso”

Perchè, come aveva avvertito il segretario di Stato Hillary Clinton, “voltare le spalle ai paesi del nostro emisfero potrebbe essere molto pericolo e non nel nostro interesse”. Perchè, hanno capito a Washington, in questo “vuoto” lasciato dagli Usa si inseriscono altri. E non potenze di livello regionale come Caracas o Brasilia, ma ben altri attori. Anzi gli Attori per eccellenza del Nuovo (prossimo) Ordine Mondiale: i cinesi.

“Siamo abbastanza disturbati dal fatto che la Cina stia coltivando forti legami politici ed economici in America Latina e nei Caraibi per perseguire i suoi interessi geopolitici” aveva detto qualche settimana fa proprio Hillary Clinton. Poco prima di questa affermazione c’era stata la conferma della volontà di Pechino di intraprendere una “Lunga Marcia”(d’affari e influenza) nell’Emisfero occidentale, simbolizzata dalla firma dell’accordo da 10 miliardi di dollari con la brasiliana Petrobras per la fornitura di petrolio all’economia cinese per gli anni a venire.

Ma la dirigenza cinese non si era fermata al Brasile. Il vicepresidente Zeng Qinghong aveva compiuto un tour in Messico, Perù, Venezuela, Trinidad e Tobago, Giamaica. Pechino aveva poi firmato accordi commerciali con la Repubblica Domenicana , con la Guyana. E con Cuba. Affiancata, in questo caso dalla Russia di Vladimir Putin.
Una sfida a Washington nel suo Cortile di Casa. Una competizione alla quale Barack Obama ha voluto rispondere con la politica del dialogo, della presenza. E, nel caso di Haiti, dell’impegno umanitario.

Gli Stati Uniti si presentano con un volto diverso davanti ai vicini di casa.

Di altra natura, il mini-braccio di ferro con la Francia di questi giorni. Parigi in un primo momento ha blandamente criticato l’attivismo americano ad Haiti. Poi Nicolas Sarkozy ha fatto una mezza marcia indietro. Più che di interessi economici o sfera d’influenza, in questo caso, sembra evidente un riflesso (storico) del presidente francese. Il quale, impegnato a rivalutare il peso di Parigi nel mondo, vuole far valere con il rapporto con le ex colonie. La Francia è ovunque si parli francese – era (in sintesi) la tesi di Charles De gaulle. Sarkozy rilancia quello spirito. Ma la partita del Latino America la giocano altri protagonisti.

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 20 Gennaio 2010

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Commenti

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Il 20 Gennaio 2010 alle 12:10 indigesto ha scritto:

Egr.Dr.Zurleni,non sarà stata un pò forte, dal punto di vista diplomatico, l’affermazione della Clinton circa il sentirsi disturbati dalla penetrazione della Cina nel continente americano? Aver badato poco al “cortile di casa”, cosa che ha perfino portato l’ONU ad intervenire in zone più turbolente come Haiti, non richiedeva forse un più sommesso “mea culpa”, magari espresso in termini di buoni propositi? Con gli aiuti umanitari in occasione di questo disastro forse si comincerà a riguadagnare un pò di terreno perduto, chè la stabilità politica ed economica di quelle zone ha indubbi riflessi sulla stabilità del mondo occidentale. Vorrei conoscere il suo personale parere, chè di cose statunitensi, oltre ad essere abile cronista, ne è acuto osservatore.

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