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Contractors, l’abbaglio dei pacifisti

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  • Tags: contractors, Guerre di pace italiane
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Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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Contractors in Iraq

Operai, carpentieri, interpreti, addetti alle pulizie, lavapiatti e solo pochi addetti a compiti di sicurezza. I tanto vituperati contractors, messi all’indice da molti media e soprattutto dagli ambienti culturali e politici più vicini al mondo pacifista, sono lavoratori a contratto con il Pentagono che svolgono in realtà mansioni spesso umili e per lo più che nulla hanno a che fare con le operazioni belliche.

Le polemiche che hanno coinvolto la compagnia di sicurezza privata statunitense Blackwater (ora ribattezzata Xe) e le indiscrezioni circa l’uso un po’ troppo disinvolto delle armi da parte di uomini di altre Private Security Companies hanno portato a definire addirittura “mercenari” i lavoratori civili aggregati ai contingenti americani in Iraq e Afghanistan
con una disinformazione spesso sfociata in definizioni assurde quali “privatizzazione della guerra” e “guerra in appalto” giustificate dal fatto che in Afghanistan i “mercenari” hanno ormai superato numericamente i soldati americani.

Con i 30 mila rinforzi americani inviati da Obama a Kabul sono infatti in arrivo altre decine di migliaia di “soldati privati” come li ha definiti anche l’agenzia Apcom. Un rapporto del Congressional Research Service sottolinea come il personale “a contratto” con il Pentagono presente in Afghanistan era nel settembre scorso pari a 104 mila persone contro 64 mila
militari ed è destinato a salire fino a 160.000 con l’aumento dei soldati Usa a  100.000 unità entro l’estate. In Iraq, dove le truppe Usa hanno già iniziato il ritiro lasciando basi e infrastrutture alle forze di Baghdad, i contractors sono diminuiti l’anno scorso da 132.600 a 113.700 al fianco di 130.000 militari.

In realtà viene quasi sempre taciuto che solo una piccola parte dei “contractors” presenti in Iraq e Afghanistan hanno compiti di sicurezza quali scorta a convogli e protezione di installazioni mentre quelli destinati a operare fianco a fianco delle truppe o della Cia sono poche centinaia. La gran parte del personale “a contratto” sono lavoratori disarmati di ditte che hanno vinto gli appalti con il Pentagono per fornire servizi ai contingenti militari ma anche per la ricosrtruzione civile:
operai, tecnici, elettricisti, idraulici, muratori, interpreti. Personale non militare che il Pentagono impiega per le
attività di ricostruzione post bellica, costruire e gestire infrastrutture e servizi all’interno delle basi e la
logistica, molto difficile nel teatro operativo afghano.

Il ricorso al cosiddetto “outsourcing” consente di dare in appalto i servizi per impiegare i militari in compiti di prima linea. Infatti i contractors sono massicciamente presenti anche in Bosnia e Kosovo e in tutte e basi americane all’estero, anche lontano dalle aree di guerra.

In Iraq solo l’11 per cento dei contractors si occupa di sicurezza mentre il 57 per cento lavora nelle basi (pulizie, mense, impianti, ecc), il 10 per cento si occupa di costruzioni, il 3 per cento di comunicazioni, l’1 per cento di trasporti, l’11 per cento gestisce attività di supporto diverse e l’8 per cento sono interpreti. Altro che mercenari. Si tratta di lavoratori che condividono con i soldati la vita disagiata delle basi anche in zona di guerra per stipendi non certo faraonici mentre solo poche centinaia di esperti di sicurezza e intelligence, generalmente ex appartenenti alle forze speciali o a corpi militari d’élite, raggiungono retribuzioni molto elevate, fino a 600 dollari al giorno.

Un altro aspetto sul quale generalmente sorvolano media e associazioni pacifiste è che questi “mercenari” sono in gran parte locali, cioè afghani o iracheni. A Baghdad solo 30.000 contractors sono americani, 54.000 provengono da altri Paesi (per lo più asiatici e sudamericani) e 30.000 sono iracheni. In Afghanistan gli statunitensi sono appena 9.300, 16.000
lavoratori provengono da Paesi terzi e ben 78.500 sono afghani. Un indotto non indifferente per la disastrata economia afgana del quale si parla ben poco così come raramente si ricorda che questi lavoratori locali per mantenere le proprie famiglie rischiano spesso di subire le rappresaglie dei miliziani.

Contractors afghani sono presenti oggi in tutte le basi alleate e anche italiane, per lo più addetti alle pulizie e interpreti retribuiti tra i 400 e gli 800 euro mensili, cifre ragguardevoli da quelle parti.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 22 Gennaio 2010

Vedi anche:

  • Afghanistan: cari pacifisti, perché occultate sempre i crimini talebani?
  • I talebani uccidono sempre più civili. I "pacifinti" se ne accorgeranno?
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