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Terremoto di Haiti: così li stiamo aiutando

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  • Tags: panorama in edicola, terremoto Haiti
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Terremoto di haiti così li stiamo aiutando

di Anna Maria Angelone e Franca Roiatti

-> Leggi tutti gli articoli sul sisma di Haiti - Fotogallery 1, 2, 3, 4 - 5 - I video

«Il terremoto delle 3.32 il 6 aprile 2009 mi ha portato via gli amici, la casa, il paese in cui vivo, ma mi ha lasciato la famiglia e il lavoro, per queste ultime due cose mi ritengo fortunato. Spero che la piccola donazione aiuti chi è meno fortunato di me». Il messaggio è di un aquilano che, toccato dalla tragedia di Haiti, ha dato una somma cospicua a Medici senza frontiere (Msf), l’organizzazione che sta lottando contro il tempo e il caos dei soccorsi per salvare i sopravvissuti. La terra continua a tremare. E si continua a scavare. Il bilancio provvisorio parla di almeno 75 mila morti, 250 mila feriti, mentre più di 121 persone sono state estratte vive. Nel momento di massimo sforzo, erano sul campo 52 team di salvataggio internazionali, per un totale di 1.820 soccorritori e 175 cani. Ora sono rimaste al lavoro 36 squadre.

La raccolta fondi viaggia spedita. Stando all’Ocha, il braccio di coordinamento umanitario dell’Onu, la comunità internazionale ha già superato la cifra di 1,2 miliardi di dollari. E la generosità degli italiani non è da meno: in poco più di una settimana hanno risposto ai vari appelli lanciati dalle ong con oltre 10 milioni di euro. La macchina dei soccorsi procede fra mille difficoltà perché manca un vero coordinamento fra i paesi accorsi ad aiutare Haiti. Il terremoto ha decapitato la capitale del paese e, con essa, l’amministrazione che governava: non si sa a chi chiedere, manca un punto di riferimento per autorizzare.

«In ogni emergenza c’è da imparare qualcosa: Haiti presenta la novità di un’autorità politica e civile praticamente rasa al suolo dal terremoto. Per questo è stato molto difficile organizzare l’assistenza in questi primi giorni» spiega a Panorama Agostino Miozzo, dirigente della Protezione civile italiana. «Altro problema, le vie di comunicazione: strade in parte interrotte e porto quasi interamente inagibile, l’unica via per arrivare è l’aeroporto. Una sola pista, ormai congestionata dai velivoli da tutto il mondo».

All’Italia, gli americani (che gestiscono gli slot) hanno comunicato che ci sono almeno 1.700 cargo in lista di attesa mentre ne riescono ad atterrare solo 100 al giorno: quindi oggi ci vogliono in media 17 giorni per toccare terra. Così, a volte occorre restare in aria per ore, altre volte si tenta di atterrare nello scalo dominicano, altre ancora si torna indietro, come è accaduto per cinque volte a un cargo di Msf. Senza contare il rischio legato allo scarso controllo del territorio e al rischio di rivolte e violenza.

Msf è già attiva a Haiti dal 1991, da sola ha raccolto oltre 2,6 milioni di euro. Come li stanno usando? «Avevamo tre ospedali, uno è andato distrutto e due sono inagibili, siamo attrezzati per fronteggiare simili situazioni, ma non abbiamo mai visto così tanti feriti» riferisce Kostas Moschochoritis, direttore in Italia di Msf. «Al momento operiamo in cinque ospedali, ne stiamo allestendo uno gonfiabile con 100 posti letto e due sale operatorie. Sul campo lavorano 700 nostri operatori, di cui 550 locali».

Dei fondi raccolti, solo il 20 per cento serve a coprire il funzionamento dell’organizzazione: una regola che Msf si è data insieme a quella di bloccare la raccolta straordinaria di fondi per l’emergenza quando li giudica sufficienti. «Vogliamo garantire qualità della gestione. Finita la fase del primo intervento, ci dedicheremo a ricostruire il sistema sanitario di Haiti con le nostre donazioni ordinarie» conclude Moschochoritis.

Sotto l’ombrello dell’Agire, Agenzia italiana risposta emergenze, si raccolgono soldi per nove ong che operano a Haiti. L’appello congiunto ha fruttato oltre 8 milioni di euro, giunti soprattutto attraverso gli sms solidali: 2 euro devoluti per intero alla causa, grazie anche a un provvedimento post tsunami che ha eliminato l’iva nelle gare di solidarietà.

Due i numeri telefonici attivi fino a fine gennaio (ma è possibile una proroga): uno da Tim e Vodafone per l’Agire, l’altro da Wind e 3 per la Croce rossa che finora ha portato 784 mila euro. Soldi che saranno accreditati alle organizzazioni entro 60 giorni, con un record speciale per la Wind che ha promesso di farlo in appena quattro.

Il denaro affluito nelle casse dell’Agire sarà suddiviso tra le organizzazioni in azione a Haiti (vedere riquadro in alto) in base ai progetti che ciascuna presenterà entro un mese. «Saranno vagliati dalla direzione e dal comitato etico di Agire e, se i soldi basteranno, finanziati interamente. Altrimenti i fondi saranno distribuiti in parti uguali» chiarisce il direttore Marco Bertotto. «Ogni organizzazione si impegna a spendere in modi e tempi certi il denaro ricevuto. Il loro lavoro è monitorato e alla fine valutato da esperti esterni».

Grazie agli sms, volontari come Micol Picasso, esperta di emergenze per Cesvi, una delle ong dell’Agire, riescono a sfamare gli abitanti di Haiti. «Sono felice perché in meno di 72 ore siamo riusciti a mettere in piedi la prima distribuzione d’acqua» racconta, esausta. «Le condizioni in cui operiamo sono terrificanti. Oggi non ho mangiato, succhio barrette energetiche di nascosto, perché un po’ mi vergogno».

La Caritas sta utilizzando per l’accoglienza degli sfollati e lo stoccaggio degli aiuti alcune diocesi a nord e sud del paese risparmiate dal sisma. «Abbiamo distribuito cibo, medicine, 15 mila tende, kit da cucina e per l’igiene, acqua potabile per 3 mila famiglie» testimonia Paolo Beccegato, responsabile area internazionale della Caritas italiana. L’associazione si mobilita nelle parrocchie domenica 24 gennaio per una raccolta straordinaria. La Cei ha stanziato 2 milioni di euro di fondi derivati dall’8 per mille.

Nell’allestimento dei campi base e nella potabilizzazione dell’acqua sono impegnati i volontari della Croce rossa italiana (Cri). «Inizialmente pensavamo a un intervento di tipo sanitario» racconta Leonardo Carmenati, capo dipartimento per le emergenze della Cri. «Ma l’Onu ci ha chiesto di muoverci anche su altri fronti». Le strutture della Croce rossa Haiti sono state fortemente danneggiate, per questo la base della Cri sarà nelle vicinanze della zona rossa, la più colpita, a 1.800 metri dalla sede delle Nazioni Unite.

Il fatto di essere già presenti a Haiti prima della catastrofe ha consentito alle ong italiane di mettersi subito all’opera, anche facendo cose che di solito non competono loro come, nel caso di Save the children, distribuire pacchi di viveri o assistere una ragazza che stava partorendo in strada, salvando lei e la sua piccola: «Abbiamo già creato spazi protetti dove i bambini possono stare al sicuro, mentre si cerca la loro famiglia o mentre i loro parenti sono impegnati a cercare i sopravvissuti» chiarisce Valerio Neri, direttore di Save the children Italia.

L’Avsi, che a Haiti dal 1999 conduceva progetti agricoli, ha organizzato in gran fretta un camion di materassi, saponi, lenzuola da Santo Domingo, per allestire i primi rifugi per gli sfollati. «Nei prossimi sei mesi pensiamo di assistere circa 16 mila famiglie che saranno ospitate nei campi dell’Onu» chiarisce Maria Teresa Gatti, responsabile dei progetti.

I telefoni delle associazioni squillano senza sosta, in tanti si offrono per partire alla volta di Haiti oppure avviano raccolte di viveri e medicinali, ma gli esperti invitano a riflettere: «Spedire un cargo pieno di bottiglie d’acqua da qui costa 400 mila euro. È più utile quindi donare i soldi per comprare l’acqua nei paesi vicini» avverte Pia Bucella, capo dell’unità di primo soccorso della Protezione civile dell’Ue. «Stesso discorso per i farmaci, altrimenti può accadere ciò che successe a un cargo europeo inviato a Beslan e tornato indietro perché i medici russi non conoscevano altre lingue e non riuscirono a capire i foglietti illustrativi».

Quando si saranno spenti i riflettori a Haiti resterà ancora moltissimo da fare: «Costruire in tempi brevi una tendopoli bene organizzata come a L’Aquila sarà difficile» conclude Miozzo «e gli haitiani, purtroppo, vi resteranno a lungo». La sfida che aspetta la comunità internazionale sarà usare bene i soldi per ridare speranza a un paese che non ne ha mai avuta.

  • redazione
  • Venerdì 22 Gennaio 2010

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