
Il timing dell’exit strategy che Barack Obama ha indicato un mese e mezzo fa, al momento dell’annuncio dell’invio di altri 30.000 soldati americani in Afghanistan, sarà rispettato?
Molte risposte dovrebbero venire dalla Conferenza Internazionale di Londra.
Ma è probabile che il summit nella capitale britannica non sciolga tutti nodi, visto che le incognite sono ancora tante, troppe, nella guerra afghana. Incognite e variabili che costringono gli stessi membri dell’amministrazione Obama e i più alti generali americani ad essere molto prudenti (quasi scettici) rispetto ai tempi di uscita dal conflitto indicati (promessi) dal presidente.
Il vertice di Londra produrrà un documento secondo il quale il passaggio della responsabilità della sicurezza del paese nelle mani dell’esercito afghano inizierà quest’anno (2010) per permettere poi, nel 2011, l’avvicendamento con le truppe della Nato nelle province “pacificate” (che andrebbero sotto il controllo dei soldati di Kabul).
Per raggiungere questo obiettivo, l’esercito afghano sarà potenziato in uomini e mezzi: entro il prossimo ottobre dovrebbe passare dagli attuali 100.000 a 172.000 soldati, con la meta (ultima) di diventare autosufficiente nel giro di tre-cinque anni.
La Casa Bianca ha già previsto di chiedere al Congresso un ulteriore sforzo economico: 14 miliardi di dollari per l’addestramento delle truppe afghane. Che si vanno ad aggiungere ai 33 miliardi stanziati per la guerra nell’anno fiscale 2010.
Secondo questa “scaletta”, sarebbe possibile iniziare il ritiro (parziale) dei soldati americani dal 2012, come detto da Barack Obama.
Ma è proprio così ? Qui iniziano i distinguo. Nella stessa amministrazione americana.
Il Generale David Petraeus, comandante del Centcom, in una intervista alla Cnn è stato molto reticente sulla data del disimpegno, spiegando (abbastanza chiaramente) con le sue risposte vaghe che in realtà la deadline non sarà rispettata perchè è troppo presto per dire quanto durerà ancora il conflitto.
Certo – ha detto il “Pacificatore dell’Iraq” - siamo ad un momento decisivo, l’arrivo dei rinforzi provocherà un aumento degli scontri con i Talebani, dobbiamo vedere come si evolverà la situazione.
Ma anche il Segretario alla Difesa Robert M. Gates si è mostrato molto dubbioso sul fatto che
entro due anni i marines torneranno a casa. Interpellato dalla stampa, ha detto che il ritiro sarà molto, molto parziale e che comunque dovrebbe essere ritardato rispetto alla tabella di marcia.
Frasi, dichiarazioni che indicano come, in realtà, sulla strategia da adottare in Afghanistan ci sia ancora molta confusione dentro il governo americano. Nonostante il mese mezzo di discussione, la dozzina di riunioni del gabinetto di guerra convocate per decidere se e quanti rinforzi mandare; nonostante la decisione di inviare altri 30.000 soldati, sembra che l’amministrazione sia ben lontana dal sapere districare la matassa afghana.
I civili vanno in ordine sparso, e comunque, nella direzione opposta in cui vanno i militari.
Barack Obama afferma che il compito degli Usa non è quello di ricostruire la nazione afghana, David Petraeus dice il contrario. Il vicepresidente John Biden sostiene che i soldati americani non sono lì a combattere la guerriglia, i generali lo smentiscono.
Nelle ultime settimane Barack Obama avrebbe preso in mano la situazione con più forza rispetto al passato. Ora, ogni sette giorni si fa mandare e commenta con lui, il rapporto che il Generale Stanley McChrystal, il comandante in capo della forze Nato, invia a Washington per spiegare quali sono i progressi sul terreno.
Forte di questo nuovo collegamento diretto con il presidente, McChrystal, in vista della Conferenza di Londra, ha aperto alle trattative con i Talebani. Una mossa probabilmente concordata con la Casa Bianca. Per coloro che rompono le relazioni con Al Qaeda e accettano di entrare in processo di pacificazione del paese, potrebbe esserci un ruolo nel futuro Afghanistan.
Un segnale di questa mini-svolta è arrivato quando i nomi di alcuni leader talebani sono stati tolti dalla lista nera dei terroristi delle Nazioni Unite.
Una mossa che tenta di rompere il fronte avversario e indebolirlo. Ma avrà gli effetti desiderati ?
La risposta rimane un’incognita. Come lo è anche l’atteggiamento di Hamid Karzai. Il presidente è molto debole, ma è pur sempre in carica. Barack Obama non lo ama ed è ricambiato. La partita di potere personale di Karzai come andrà a incidere sui piani dell’uomo della Casa Bianca ?
- Martedì 26 Gennaio 2010

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Commenti
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Il 26 Gennaio 2010 alle 16:04 indigesto ha scritto:
Certo, caro Dr Zurleni, che il cammino di questo giovane Presidente, con due scenari di guerra aperti, con una crisi economica-finanziaria esplosa in termini così drammatici e con continue elezioni alla porte, non deve essere affatto facile. Se poi vi aggiunge tutti gli ostracismi a cui è fatto segno..beh, mi pare una situazione alquanto..italiana! Al dilà della simpatia che può ispirare, tenuto conto anche di ciò che lo caratterizza, penso che negli USA meriterebbe più di essere aiutato che criticato. Non Le chiedo cosa ne pensi, poichè dai Suoi articoli appare abbastanza evidente!
Il 26 Gennaio 2010 alle 17:45 Afghanistan: ma Barack Obama sa quello che sta facendo? | Politica Italiana ha scritto:
[...] via http://blog.panorama.it/mondo/2010/01/26/afghanistan-ma-barack-obama-sa-quello-che-sta-facendo/ Posted by admin on gennaio 26th, 2010 Tags: America, Estero Share | [...]
Il 26 Gennaio 2010 alle 22:52 fsl ha scritto:
Il Presidente Obama deve destreggiarsi tra la realtà sul campo di battaglia e ciò che gli impone la piazza, che già scalpita perché vede ritardare la realizzazione delle promesse fatte durante la campagna elettorale.
Non si può decidere cosa fare dell’Afghanistan senza tenere presente che ci sono Talibani ed altri insorti (più o meno duri e puri) da piegare.
Se fosse stato un governo italiano si sarebbe perso dietro la ricerca dei sottomultipli per cercare di spaccare il proverbiale capello.
Purtroppo per Obama, è sulle sue spalle che gravano drammatiche decisioni.
Ritengo che l’aver fissato una data per il ritiro delle truppe sia una trovata per guadagnare tempo, sperando che il governo filo occidentale di Karzai risolva parte dei suoi problemi.
Gli americani (quelli che contano, non sono mica tutti bifolchi mangiatori di ciambelle), sanno bene che, se la situazione non lo permetterà, non ci sarà nessun disimpegno.
Nel loro Paese di questi argomenti si parla senza remore e senza mistificazioni.
Discorso diverso vale per i Paesi come il nostro, dove la guerra in Afghanistan è un tabù del quale non si deve parlare e si mistifica l’opera delle forze armate, finchè non capita di dover seppellire qualche militare.
Se la situazione ce lo richiederà, non credo che saremo in grado di prolungare l’impegno del nostro contingente, perché nessun politico nostrano ha voglia di parlare chiaro su questi temi e vuole rischiare di perdere le prossime elezioni per salvare gli afghani.
Se si parlasse chiaro al proprio popolo si potrebbe elevare la consapevolezza degli italiani sul valore internazionale del nostro paese e far capire la necessità di prendere scelte costose in termini di rischi e risorse. Ma non si fa.
Gli insorti in Afghanistan potrebbero lasciare perdere la guerra contro l’ISAF fino al 2013, dare l’idea che il governo Karzai sia forte, attendere il ritiro delle truppe straniere e, infine, marciare dentro Kabul poche settimane dopo.
Invece il conflitto si sta mantenendo sempre sanguinoso, perché capi e capetti hanno comunque, bisogno di dimostrare la loro forza (tanto non sono loro a farsi saltare in aria e le vergini in Paradiso abbondano) e per questo aumentano la pressione sulla stessa popolazione locale (attenti, i crociati andranno via, voi restate e guai se li aiutate).
Il 28 Gennaio 2010 alle 12:22 Quel dialogo impossibile coi talebani moderati - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] e militari afghani e statunitensi. La settimana scorsa il presidente afghano ha annunciato che al Vertice internazionale che si aprirà a Londra giovedì presenterà un piano per il reintegro nella società dei talebani [...]
Il 4 Febbraio 2010 alle 11:54 michele.zurleni ha scritto:
Caro Indigesto, le devo una risposta.
Credo che Barack Obama voglia assolutamente portare gli Usa fuori dal conflitto, ma il suo problema è che, secondo me, non ha ancora capito quale sia la natura di quella guerra. Per questo c’e’ confusione all’interno dell’amministrazione e tra civili e militari. Alcuni dicono: dobbiamo sconfiggere i talebani e ricostruire il paese sulle basi di un modello locale (e originale, non esportato) di (leggera) democrazia. Altri dicono. no, il tema è sconfiggere Al Qaeda, mettere le basi di un minimo di sicurezza e tornarcene a casa. Obama, dopo tanti tentennamenti ha scelto una via di mezzo. Per questo, se è vero che ha ereditato una difficile situazione, è anche vero che fa fatica a interpretarla. Questo è un problema, Il Problema, in questo momento.
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