- Tags: burqa, dibattito, discriminazione, francia, immigrazione, Italia, niqab, noi e loro, velo
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Stefano Allievi, Professore di sociologia all’Università di Padova e massimo studioso di cultura araba, è l’autore di Islam italiano (Einaudi, ed. Struzzi), uno dei più approfonditi studi, mai pubblicati, sulla cultura degli immigrati musulmani nel nostro Paese. Un viaggio in prima persona, nel tempo ma anche nello spazio, tra i musulmani d’Italia, silenziosamente diventati, senza che ce ne accorgessimo, i nostri nuovi vicini: i musulmani della porta accanto. Lo abbiamo intervistato all’indomani della pronuncia della commissione parlamentare francese che si è detta favorevole al divieto del velo integrale nei luoghi pubblici.
Professor Allievi, ritorna la discussione su Niqab e Burka. Se ne parla in Francia…
Come al solito i dibattiti nostrani vanno al traino di quelli oltre frontiera. Però questo è un momento di forte agitazione del movimento di opinione anti islamico. È un segno di qualcosa che sta succedendo.
Di che cosa stiamo parlando? Che cos’è il velo integrale?
Dal punto di vista strettamente numerico riguarda e coinvolge poche donne, ma questo di per sé non vuol dire nulla, nel senso che la società è fatta anche di simboli.
Il Burka è un simbolo religioso?
No, non lo è mai stato e non lo diventa ora. È qualcos’altro sia per chi lo porta sia per chi lo rifiuta. Chi lo porta non lo porta perché è scritto nel Corano. Chi non lo vuole è perché non vuole i musulmani. Non è mai stato simbolo religioso. Fa parte di una ben precisa tradizione culturale e nazionale, in particolare afgana. Ma diventa un simbolo politico per chi lo rifiuta.
E quindi? La discussione ha un fondamento?
Certo. Il divieto nei luoghi pubblici è un problema reale. Ma, per fare un esempio, nella civile Gran Bretagna non ne hanno fatto un problema: vai ai grandi magazzini o al ristorante e vedi donne velate integralmente. Chi lo porta sono le mogli di ricchi privilegiati del Qatar, di ambasciatori o commercianti dell’Arabia Saudita. Le donne con il Niqab a Londra le vedi a Regent’s Park, non nei sobborghi. Insomma il provvedimento andrebbe a colpire una popolazione di un certo tipo.
Quanto aiuta o ostacola i rapporto sociali il velo integrale?
Il velo non nega i rapporto sociali, su questo non avrei preoccupazioni. Però il velo integrale è una questione controversa anche nella comunità islamica. Molte musulmane non lo vogliono mettere.
Molti Imam e guide religiose infatti dicono che vietare il velo integrale non è contrario alla legge di Dio. Insomma: il Corano non lo prescrive…
Il rispetto della legge deve essere la categoria di riferimento. Bisogna intervenire sul mancato rispetto leggi, non sul rispetto delle sacre scritture. Se si decide che è vietato portare il burka, guardando il Testo Unico italiano, io mi sento salvaguardato dalla legge.
E chi dice che quella contro il velo è una battaglia per i diritti delle donne?
Lo è anche, in questo senso. Ma le donne musulmane non hanno bisogno delle lezioni di queste persone. Di sicuro è una battaglia di emancipazione il fatto di rispettare le leggi e estenderle a tutti. Il divieto di portarlo sarebbe coerente con l’impalcatura giuridica in Italia, non c’è dubbio.
Non vede rischi in un divieto, dunque?
È indubbio che ci sia un elemento propagandistico in chi fa queste battaglie contro il velo integrale. E so perfettamente che una crociata contro Burka e Niqab potrebbe esacerbare le suscettibilità di parte della comunità musulmana perché si aggiungerebbe ad altri provvedimenti sbagliati, come per esempio la mancanza di luoghi di culto per i musulmani. Ma chi dice che le donne velate fanno paura ai bambini o possono compiere rapine in banca dice stupidaggini: non c’è un solo caso in tutto l’Occidente. Detto questo, le ripeto: imporre il divieto al velo integrale non sarebbe discriminatorio. Una legge del genere non va messa sullo piano de i provvedimenti, quelli sì discriminatori, contro i luoghi di culto. Poi, la strumentalizzazione politica, quella ci può essere sempre… Ce ne faremo una ragione.
- Mercoledì 27 Gennaio 2010

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Commenti
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Il 27 Gennaio 2010 alle 19:08 teocos ha scritto:
IL BURKA è un’altro dei molteplici aspetti dell’immigrazione non controllata. La questione,che deve giustamente far capo alla legge, è rappresentata crudamente dai numeri e quindi dalla saturazione del territorio. Vi immaginate a Roma o in qualche altra città di provincia centinaia o migliaia di donne in burka? Non è realistico dato che pare che solo una minoranza delle donne islamiche ambisca ad indossarlo.Però anche a Rosarno la convivenza è ha retto per anni finchè l’eccesso delle presenze e certi comportamenti hanno saturato il territorio e la tolleranza della popolazione attraverso l’esasperazione dei rapporti sociali, fatta salva ovviamente la componente criminale che merita un’analisi a parte.
Il 27 Gennaio 2010 alle 19:53 annamomigliano ha scritto:
Molto interessante il discorso di Allievi sulla “società che è fatta anche di simboli”.
Però è sempre bene ricordare che da noi di niqab se ne vedono davvero pochi (io ne ho visti soli un paio in metropolitana milanese,in diversi anni) e di burqa ancora meno (almeno, io non ne ho mai visto uno).
Il 27 Gennaio 2010 alle 23:45 Vietare il velo integrale come in Francia? La parola all’esperto ha scritto:
[...] Read more on Panorama on line [...]
Il 28 Gennaio 2010 alle 13:07 indigesto ha scritto:
..”Ma le donne mussulmane non hanno bisogno di queste lezioni”. Nel senso che tendono naturalmente all’emancipazione? Non penso proprio. Dopo secoli di “cultura” prevaricatrice e coercitiva dell’uomo sulla donna, da cui discendono tutti questi dettami, religiosi o meno, la strada è lunga e difficile. L’ipocrisia di chiamarla cultura trova spazio solo tra dotti, che senza queste “culture” sarebbero meno dotti! Chiamiamole almeno usanze, costumi, truci oltretutto; se no dovremmo parlare di cultura della forca o della sedia elettrica, cultura del nazismo o del polpottismo. Cultura è una parola seria, e che i dotti facciano a meno di usarla a sproposito!
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