
di Marco De Martino
Mentre sugli altri canali i soliti analisti si arrabattano per spiegare la crisi politica di Barack Obama, su Fox News la nuova superstar dei media Glenn Beck decide che quello del presidente è ormai un caso clinico e che è arrivato il momento di rivolgersi a uno psichiatra.
Lo specialista si chiama Keith Ablow e, in collegamento da Boston dove i democratici hanno perso il seggio al Senato che era stato per 46 anni di Ted Kennedy, mette in relazione diretta la sconfitta di Obama con il suo tentativo di nazionalizzare il sistema sanitario, e tutto quanto alla sua infanzia senza padre. «È perché è cresciuto senza una figura maschile in casa che il presidente ora pensa al suo ruolo in modo paternalista, come uno che deve proteggere gli americani dai pericoli del libero mercato» è l’ardita diagnosi dello psichiatra. «È la filosofia di tutti i progressisti e i marxisti, da Che Guevara a Fidel Castro. E che il presidente sia uno di loro ormai lo abbiamo dimostrato più volte» è l’analisi di Beck. «Sono arroganti, convinti che il popolo sia idiota, e che bisogna fargli ingoiare le cose. Anche una riforma sanitaria che i sondaggi dicono ha il consenso del 38 per cento appena della popolazione».
Della gente che non vuole la riforma, che è convinta che Obama sia un marxista e che col voto in Massachusetts ha tolto al presidente la maggioranza al Senato di cui ha goduto per un anno Glenn Beck è invece il leader indiscusso. Non a caso il suo idolo è Howard Beale, l’anchorman del film Quinto potere, quello che si metteva alla finestra a urlare: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più». Beck, invece, raramente alza la voce, ma spesso piange. «Ho paura» ha detto di recente mentre la telecamera si avvicinava alle lacrime che rigavano il suo volto. «E so che anche voi provate quello che sento io».
Come molti americani Beck teme che nessuno si occupi di creare posti di lavoro mentre la disoccupazione non accenna a scendere sotto il 10 per cento, che il dollaro perda talmente tanto valore da non essere più la moneta di riferimento, che la corruzione disgreghi un sistema politico in cui né i repubblicani né i democratici fanno più gli interessi della gente, che i finanzieri di Wall Street che hanno rovinato l’economia ora comandino anche a Washington.
«Wall Street ormai controlla Washington» dice Beck mentre sulla lavagna che tiene in studio compone diagrammi che collegano il segretario al Tesoro Timothy Geithner alla Goldman Sachs. «Da quando siamo diventati il paese che tutela solo le banche che sono troppo grandi per fallire? Chi difende il piccolo cittadino?».
Ovviamente il conduttore omette di sottolineare che Obama ha appena imposto una tassa sulle banche che ha subito portato a una correzione al ribasso di Wall Street dopo la crescita vorticosa generata dal programma di soccorso governativo. O che ha appena ricalibrato il suo team economico dando più voce a Paul Volcker (l’ex presidente della Federal reserve che da tempo chiede di concentrarsi sulla crescita dei posti di lavoro) e assegnando meno peso ai personaggi percepiti come emissari della comunità finanziaria, da Geithner a Larry Summers, che dirige il consiglio degli economisti. O, ancora, che nel discorso sullo stato dell’Unione ha proposto un congelamento delle spese federali che non riguardano la difesa, la sicurezza nazionale e i programmi pubblici di assistenza medica (spese pari a un sesto del bilancio federale) che consentirebbero di risparmiare 250 miliardi di dollari.
Colpito dall’onda populista proveniente da Boston, il presidente ha anche ripescato l’idea di creare un’agenzia per la tutela del consumatore finanziario, con particolare attenzione alle spese imposte sulle carte di credito. Ma persino Obama non può negare che quel che Beck dice in trasmissione non è poi così diverso dalle tirate contro Wall Street del regista Michael Moore. La sola differenza è che il conduttore della Fox non ritiene che la recessione sia stata causata dagli eccessi del libero mercato: «Sono il più entusiasta capitalista dai tempi di Adam Smith» dice, infatti. «Se potessi vendere uno spazio pubblicitario sul mio mento lo farei subito».
In America la paura vende. Nel giro di un anno appena, da quando ha abbandonato la prudente Cnn per passare alla Fox, secondo i sondaggi Beck si è trasformato nel secondo personaggio tv più noto degli Stati Uniti dopo Oprah Winfrey. Benché vada in onda alle 5 del pomeriggio, il Glenn Beck show ha un’audience di 3 milioni di telespettatori, che si aggiungono agli 8 milioni che ascoltano il suo programma radiofonico, ai 5 milioni che si collegano al suo website, ai 2 milioni che scaricano il podcast del suo show, alle migliaia che hanno visto il suo spettacolo itinerante. Perché oltre a essere un giornalista Beck è anche un commediante.
Come i suoi libri precedenti anche il suo ultimo saggio Arguing with idiots (Litigando con gli idioti) è finito al primo posto della classifica dei libri più venduti: in copertina Beck compare vestito da gerarca dell’immaginario stato assolutista in cui teme si possa trasformare l’America se il suo governo continua ad allargare il suo potere. Lo scrittore Stephen King, che come tutti i progressisti americani non lo sopporta, ha definito Beck «il fratello minore e ritardato di Satana». Ma la faccia pacioccona del conduttore è l’unica che appare sui cartelloni alle manifestazioni del Tea party, il movimento per la protesta fiscale che da fenomeno folcloristico si sta trasformando nella forza emergente della politica americana, con un primo convegno previsto a Nashville dal 4 al 6 febbraio.
Per la sua vicinanza al movimento Beck è considerato un conservatore puro. In realtà bisogna credergli quando dice di essere un cane sciolto libertario. Un esempio? Mentre i suoi colleghi legati al Partito repubblicano festeggiavano la vittoria di Scott Brown, il nuovo senatore del Massachusetts, Beck lo faceva a pezzi in tv per avere detto sul podio della vittoria che le sue due figlie sono «disponibili». «Se una cosa del genere fosse uscita dalla mia bocca, mia moglie mi avrebbe fatto a pezzi e le mie figlie non mi avrebbero più parlato» ha detto lui. «Di quest’uomo io non mi fido: voglio che gli venga messa addosso una cintura di castità, che a Washington qualcuno lo pedini. Questa faccenda potrebbe finire con una stagista morta».
Beck ama autodefinirsi un clown da rodeo, ma d’altronde l’autocommiserazione fa parte del suo personaggio: «Se provo una gamma di emozioni più vasta della media, è perché sono uno schizofrenico borderline» dice di sé, aggiungendo che a salvare la sua vita è sempre stata la passione per la radio. Beck ha anche una spiccata propensione per le teorie del complotto. Una volta si è convinto che i sistemi Gps della General Electric montati come antifurto sulle auto fossero un sistema del governo per spiare gli americani. Un’altra che il Tesoro stesse emettendo segretamente titoli di stato. Ma anche in questo Beck somiglia alla maggioranza degli americani.
«In Europa magari c’è chi pensa che siamo svitati» commenta James Pinkerton, un consulente repubblicano che ha lavorato alla Casa Bianca con Ronald Reagan e con George Bush padre. «Ma la verità è che Beck e il movimento del Tea party non sono altro che il riflesso di quello che pensano gli americani, con tutte le loro contraddizioni». Beck, per esempio, è per il porto d’armi ma anche a favore del matrimonio gay; cita in continuazione Martin Luther King e ha anche spiegato che se Hillary Clinton avesse preso la nomination avrebbe votato per lei, non per John McCain. Beck diffida dei repubblicani però ama Sarah Palin. Lei, due settimane fa, ha detto che se si dovesse candidare sceglierebbe lui come vicepresidente.
I democratici non hanno ancora capito l’influenza che Beck già ora ha sulla politica americana: la sua campagna televisiva contro il presunto estremismo di Van Jones ha portato alle dimissioni del consigliere verde di Obama. E lo scorso anno Beck ha cominciato a dire che l’amministrazione Obama nominava troppi «zar»: due mesi dopo un deputato repubblicano ha presentato una proposta per valutare il numero di nomine speciali dell’amministrazione e tre mesi dopo un senatore democratico ha dedicato alla questione le sedute di una commissione del Congresso.
«Le sfide che noi americani abbiamo di fronte oggi sono le stesse che avevano previsto i padri fondatori» afferma Beck. «È per questo che avevano disegnato una barca capace di affrontare ogni tempesta, la costituzione». Tuttavia Beck è anche convinto che lo spirito patriottico di quei tempi sia ancora vivo, e mai lo ha sentito più forte del 12 settembre 2001, il giorno dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda a Washington e New York. Gli americani spesso si riferiscono al 9/11, Beck con il Tea party sta facendo crescere il movimento del 9/12: «Lasciate che vi dica una cosa» ama dire il conduttore. «Io credo che se fosse stato per me e per voi, i cittadini medi americani, Ground zero sarebbe stato ricostruito anni fa. E si sarebbe chiamato Freedom towers, al plurale, perché avremmo ricostruito le torri come erano allora, ma più forti e 25 piani più alte, e con in cima un segno che dice “Provaci ancora”. E se non è successo è solo perché ci stanno bloccando. Chi lo sta facendo? I politici. I gruppi di interesse. La correttezza politica. Tutti, tranne voi».
- Martedì 2 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 2 Febbraio 2010 alle 17:45 Te la do io l’America, mr Obama | Politica Italiana ha scritto:
[...] via http://blog.panorama.it/mondo/2010/02/02/ok-glenn-beck-te-la-do-io-l%E2%80%99america-mr-obama/ Posted by admin on febbraio 2nd, 2010 Tags: America, Estero Share | [...]
Il 3 Febbraio 2010 alle 19:40 indigesto ha scritto:
Mah, ogni popolo ha il Beck che si merita!
Quanto al consenso sulla riforma sanitaria intorno al 38% il dato non va letto in termini di gradimento, o meno. Vuol dire che c’è un 38% di americani che non può permettersi un’assicurazione sulla salute. E se è così il dato è preoccupante. Altro che compiacersene!
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