
Liu Xiaobo (Credits: LaPresse)
Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di cambiare la “strategia cinese”. Sta forse per finire l’era dei compromessi perché l’Occidente vuole tornare in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei diritti umani in Cina?
Difficile rispondere, ma quando alla scelta di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama a Washington si aggiungono le proposte di vari gruppi per assegnare il premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo diventa molto più facile propendere per il sì.
Liu Xiaobo è un professore universitario noto in occidente essenzialmente come uno dei promotori della Carta 08, un documento con cui 300 attivisti e più di 8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di rilanciare il dibattito e l’interesse per quelle riforme politiche che, a differenza di quelle economiche, non sono mai state avviate.
Ma Liu Xiaobo, per i cinesi, non rappresenta solo il leader della Carta 08.
Liu Xiaobo è senza dubbio il dissidente più famoso al mondo, erede del movimento del 4 maggio. Come critico letterario fece parlare di se’ per la prima volta nel 1986, quando in un articolo definì la letteratura di cicatrice, la corrente cinese che ha cercato di riflettere sugli anni più bui della storia del Paese, quelli della Rivoluzione culturale, un movimento non indipendente ma plagiato dal partito. Venne soprannominato “cavallo nero“, e i più giovani amano ricordarlo perché, nell’aprile dell’89, dagli Stati Uniti ritornò a Pechino per sostenere il movimento studentesco. Il 3 giugno lanciò uno sciopero della fame contro la repressione violenta a Tiananmen, e dopo la mezzanotte dello stesso giorno negoziò con i militari l’evacuazione degli studenti dalla Piazza.
Quella stessa notte venne arrestato, e trascorse poi venti mesi in prigione senza che venisse mai formalizzata un’esplicita condanna contro la sua persona. A un certo punto venne liberato, ma i due anni di carcere non servirono a dissuaderlo dal pubblicare (questa volta solo sulle riviste di Hong Kong) le sue riflessioni sul regime cinese.
Nel ’95 venne di nuovo sottoposto a otto mesi di arresti domiciliari per aver promosso una petizione che richiedeva la liberazione dei prigionieri politici cinesi, e nel ’96 fu spedito in un campo di rieducazione tramite il lavoro per aver sostenuto una seconda petizione. Vi rimase fino al ’99, ma anche dopo questa esperienza non ha rinunciato all’attivismo politico. Dopo la vicenda di Carta 08 è rimasto rinchiuso in un albergo-prigione alla periferia di Pechino, fino al 25 dicembre scorso, data in cui è stata formalizzata la sua condanna a 11 anni di carcere con l’accusa di “sovversione anti-statale“.
Liu Xiaobo rappresenta il legame tra tutte le generazioni dei dissidenti cinesi: gli anziani lo stimano, e anche i giovani lo sentono vicino. All’estero, i suoi sostenitori si stanno attivando per fare in modo che il professore cinese riceva il premio Nobel che merita. Il Dalai Lama, Vaclav Havel e Desmond Tutu hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al comitato norvegese per il Nobel in cui è stato sottolineato che “l’impegno di Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto, teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari internazionali, grazie a una società civile e indipendente”.
Il gruppo Pen, che si batte da tempo per far rispettare le libertà di espressione nel mondo, ha presentato a Stoccolma una richiesta simile con il sostegno, tra gli altri, di Kwame Appiah, Salman Rushdie, Philip Roth e Ha Jin in cui ha sostenuto che “onorare [Liu] con il Nobel sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto internazionale”.
La Cina, è scontato scriverlo, non è d’accordo: “sarebbe un errore assegnare il Nobel per la Pace ad una persona del genere”, ha commentato lapidario il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.
È evidente che il Nobel assegnato a Liu Xiaobo rappresenterebbe per Pechino uno schiaffo particolarmente difficile da dimenticare.
- Venerdì 5 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 5 Febbraio 2010 alle 17:13 indigesto ha scritto:
Con tutto quello che ha passato, credo proprio che se la meriti, la nomination, Liu Xiaobo, ed anche il Nobel! Gentile Professoressa, schiaffo, o meno, ai cinesi è ora di far capire che differenza c’è tra civiltà e progresso!
Il 7 Febbraio 2010 alle 14:53 indigesto ha scritto:
Gentile Professoressa, l’invasione dal Tibet ha posto in evidenza la vocazione cinese all’imperialismo ed all’espansionismo cinese, per quanto abbia, la Cina, ancora troppo daffare con la repressione interna. L’appello degli Intellettuali a Stoccolma sottolinea che la Cina è ancora ben lontana dal raggiungere quel livello di civiltà proprio di tutti i popoli liberi. Ma ci sono ancora nel mondo, e da noi non potevano mancare, soggetti che fanno proprio il malinteso orgoglio cinese, spesso quale insulsa rivalsa alle proprie frustrazioni, mentali e sociali!
Il 18 Febbraio 2010 alle 13:02 jane55 ha scritto:
Ho il massimo rispetto per l’attività antiregime del sig.Xiaoboo.Ma non credo che assegnargli un nobel possa cambiare molto nella sua posizione di leader prigioniero di un regime. Anche perchè i nobel, almeno quelli per la pace, sono dati con precisi fini politici, e se si vuol fare pressione sul governo cinese per una maggiore apertura ai diritti civili non credo che questa sia l’unica strada giusta, anche perchè i regimi totalitari, di qualsiasi colore essi siano,se ne ”fregano” dell’assegnazione di nobel per la pace. E poi ricordiamoci il potere economico della Cina con un pil in continua crescita, e il desiderio evidente dell’amministrazione americana di non urtarne la sensibilità, vedi il Dalai Lama ricevuto non in modo ufficiale. Quindi se non c’è una reale pressione politica a livello mondiale, dell’asssegnazione dei nobel per la pace è inutile parlarne come mezzo di reale sostegno a chi lotta per la libertà.Resterà questo nobel la solita forma prosaica di protesta dell’occidente, seguita dalle solite generiche frasi di condanna del totalitarismo.Naturalmente il totalitarismo americano merita un discorso a parte, che non ne sminuisce le colpe.
Il 16 Settembre 2010 alle 16:55 Contro gli Stati Uniti si schiera l’esercito. Cinese - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] cinese. A Pechino hanno dato fastidio la scelta di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama e la proposta di alcune personalità occidentali di dare il Nobel al dissidente Liu Xiaobo, ma la dirigenza cinese si è soprattutto irritata per la vendita di equipaggiamenti militari per un [...]
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