Di Anna Jannello
La dentiera, con gli incisivi aguzzi da vampiro, galleggia nel bicchiere. Sotto, minacciosa, la scritta Die graue Gefahr, il pericolo grigio. La copertina del settimanale austriaco Profil simbolizza così la tesi dell’articolo, titolato «La casta dei pensionati ruba il futuro ai giovani», che ha scatenato furibonde polemiche fra lettori di opposte generazioni.
L’Austria, considerata a giusto titolo «felix» dai suoi 1,85 milioni di pensionati, i più coccolati d’Europa, deve fare i conti con i giovani che chiedono più soldi per l’università e la ricerca. E che vedono con preoccupazione, invece, il perdurare delle generose politiche governative nei confronti degli «anziani» (rappresentano un terzo dell’elettorato, la metà per il partito socialdemocratico) come l’aumento del 3,4 per cento delle pensioni deciso all’unanimità dal parlamento nel novembre 2008. O il più recente adeguamento dell’1,5 per cento del loro reddito, a fronte di una inflazione inferiore all’1 per cento.
Il conflitto fra i beneficiari di lauti assegni pensionistici e chi, nato dopo il 1970, sa già che, alla fine del percorso lavorativo, potrà contare su entrate dimezzate rispetto alla generazione nata nel dopoguerra, non ha facili soluzioni. «I giornalisti di Profil hanno esagerato nel caricare di ostilità le loro tesi sui previlegi della lobby dei pensionati» commenta a Panorama Bernd Marin, direttore del Cenro europeo di ricerca e politica sociale (think tank delle Nazioni Unite a cui aderiscono 56 paesi). «Un dato però è certo: il 14,9 del Pil austriaco nel 2009 è assorbito dalle spese per le pensioni e questo non è assolutamente più sostenibile in futuro». La sicurezza che, una volta lasciato l’ufficio, il proprio reddito non diminuirà, anzi, grazie a sgravi fiscali, sarà ancora maggiore, rasserena l’esistenza dei funzionari statali: 2.600 euro mensili è la pensione media di un impiegato, intorno ai 4.000 quella di un dirigente.
Non stupisce che sia proprio l’Austria in pole position nella classifica dei 30 paesi Ocse per il rapporto più vantaggioso fra stipendi e pensioni. E che i lavoratori austriaci siano i più solleciti a chiedere il pensionamento anticipato: il 91 per cento lascia il lavoro prima dei 65 anni e, anche se la riforma del 2003 ha fissato a 65 e 60 anni l’età pensionabile, chi ha accumulato 37,5 anni di contributi può ritirarsi a vita privata già a 62 e 57 anni. L’età media dei prepensionamenti è ancora più bassa: 61,5 per gli uomini, 56,5 per le donne. «Perchè quella che dovrebbe essere un’eccezione è invece diventata la regola» nota Marin.
Il governo ha prorogato fino al 2013 l’«Hacklerregelung», percorso agevolato che consente di ritirare la pensione a 60 e 55 anni. Costo per le casse dello stato: 800 milioni di euro. Con un tasso di natalità debole (1,42 bambini per donna) l’Austria si avvia sempre di più a essere un paese per vecchi: su 8,3 milioni di abitanti, oltre 2 milioni di cittadini sono ultrasessantenni. Il Wifo, istituto austriaco di ricerche economiche, ha lanciato l’allarme: se oggi su mille lavoratori ci sono 260 pensionati, le previsioni a lungo termine ne pronosticano 560. Decisamente un bel «pericolo grigio».
Per approfondire: la crisi pensionistica in Europa (Le Monde)
- Giovedì 11 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 12 Febbraio 2010 alle 22:24 attenzione ha scritto:
Stiati certi che, MOLTO meglio la “dentiera austriaca”, che la fame ITALIANA
Il 12 Febbraio 2010 alle 22:28 attenzione ha scritto:
Il problema , è che, in Italia, i pensionati MUOIONO di fame, e la gioventu’, NON ha un futuro:
La gioventu italiana, o è PUTREFATTA, o emigra per sopravvivere.
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