Di Silvia Grilli
Al tavolo del ristorante dell’hotel Lutetia, in boulevard Raspail a Parigi, un uomo piccolo con qualche linea di febbre si stringe stretto il soprabito.
«Ma non ha portato il fotografo? Lo sa che il quotidiano Libération mi ha dedicato il ritratto del giorno? Ha scritto che sono una specie di playboy e mi ha paragonato a George Clooney». L’uomo minuto, 51 anni, colombiano, è Juan Carlos Lecompte, il secondo futuro ex marito dell’ex ostaggio, ex candidato presidente della Colombia Ingrid Betancourt, 48 anni.
Francamente, con i suoi occhi verdi e le labbra sottili come stuzzicadenti, Lecompte non somiglia davvero a Clooney. Ma si fatica di più a immaginare che questo pubblicitario, che prima d’incontrare Ingrid non aveva mai votato e che oggi emana una luce fioca, sia stato sposato dal 1997 con la donna appassionata di cui la Francia ha fatto un’eroina: l’Ingrid ben nata e ben educata, figlia di un ministro, che studia scienze politiche a Parigi, l’Ingrid che sposa in prime nozze un diplomatico e ci fa due figli, l’Ingrid militante dei diritti umani, fondatrice del partito verde, l’Ingrid che fa campagna elettorale per la presidenza, l’Ingrid che viene rapita dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, l’Ingrid fotografata nella giungla magrissima, scavata, ascetica, stremata.
L’Ingrid malvagia, buona, coraggiosa, aggressiva, altezzosa o egoista che le testimonianze degli ex compagni di cattività nella giungla hanno raccontato via via, dopo la liberazione avvenuta sei anni, 4 mesi e 14 giorni dopo quel maledetto 23 febbraio 2002.
È passato un anno e mezzo, invece, dal 6 luglio 2008. Era un mercoledì ed erano le 17.20 a Bogotà, quando l’ostaggio-star Betancourt, finalmente libera, radiosa, terribilmente magra e pallida, scese dall’aereo, abbracciò appassionatamente la madre Yolanda e diede al marito un buffetto sulla guancia per calmare il suo ardore scodinzolante: «Che cosa c’è di nuovo, Juanqui?» gli chiese. Per Juan Carlos Lecompte la sua freddezza fu come una lama di ghiaccio nel cuore.
Andò da sé che quello stesso giorno la signora Betancourt partì per la Francia senza il marito. «Io avrei voluto sparire, sotterrarmi da qualche parte» ricorda Lecompte. Sei mesi dopo, lei chiese il divorzio: «La vita continua» gli disse. Che cosa volete che sia un divorzio per una che passa sei anni con gli aguzzini nella giungla? L’11 gennaio 2009 mandò al marito un avvocato, per le pratiche di separazione, nella stanza d’ospedale dove il padre di lui stava morendo. «È il giorno in cui ho definitivamente smesso di amarla. Non riconoscevo più mia moglie. Fino ad allora era stata la donna che avevo amato di più nella vita» sostiene l’uomo ferito.
- Ingrid Betancourt e il marito Juan Carlos Lecompte
Il 21 gennaio le Editions Alphée hanno pubblicato l’autobiografia di Juan Carlos Lecompte, Ingrid e io, una libertà dolce-amara - le rivelazioni del marito di Ingrid Betancourt, il ritratto di una donna spietata, concentrata sul denaro, ossessionata da Dio. I giornali ci hanno marciato sopra con clamore e la Francia si è divisa. Chi è la nostra Ingrid? Un simbolo di libertà come la Marianne o una iena?
Perché è da un po’ che questa storia va avanti. Prima, c’era stata l’autobiografia di Clara Rojas, Prigioniera, dove l’altro ex ostaggio delle Farc, che aveva partorito il figlio di un guerrigliero nella giungla, aveva raccontato il muro di silenzio che si era creato fra lei e Ingrid dopo il fallimento del loro secondo tentativo di fuga. Eppoi Out of captivity, scritto da tre soldati americani, prigionieri con lei, che di Betancourt ricordarono: «Gli aguzzini ci trattavano meglio di Ingrid. Era arrogante, scriteriata, egocentrica, ladra».
Sostenevano che rubasse il cibo agli altri prigionieri e ogni sera cercasse di accaparrarsi il giaciglio migliore. E, ancora, le accuse di ingratitudine di Noël Saez, l’emissario francese che aveva negoziato con le Farc la liberazione di Betancourt: «Ho rischiato la mia vita per lei. Ingrid ha fatto il giro del mondo, ha ringraziato i grandi, il Papa, il presidente, tutti i potenti, e dimenticato i piccoli che si sono messi a repentaglio per lei».
Nel frattempo l’ex ostaggio-star, che ora vive tra le Seychelles, dove aveva trascorso l’infanzia, e New York, dove studia la figlia Mélanie, sta scrivendo le sue, di memorie, da cui sarà tratto un film. Per averle c’è stata una battaglia a suon di bigliettoni fra due potenti agenti letterari: il newyorkese Andrew Wylie, detto «il Predatore», e l’inglese Susanna Lea. Ha vinto Susanna. Il libro racconterà la prigionia, il ritorno a casa, il rifugio nella spiritualità. Carlo Alberto Brioschi, l’editor che ne cura la pubblicazione per la casa editrice Rizzoli, dice: «Non credo che parlerà dell’ex marito».
Juanqui, che per la legge colombiana è ancora suo marito, lo sa. «Il mio nome non comparirà. Io invece ho dovuto raccontare tutto per pulirmi l’anima. Una catarsi dopo averla aspettata sei anni, avere lasciato il mio lavoro ed essermi dedicato esclusivamente alla sua liberazione. Io che ogni giorno mi sono sentito colpevole di mangiare, bere, vivere, essere in salute. Dicono che avesse avuto un grande amore nella giungla. Se qualcuno muore, muore, ma ciò che è accaduto a me è troppo».
Il primo marito di Ingrid, Fabrice Delloyé, ha considerato il libro di Lecompte una mancanza di eleganza e ha criticato Juan Carlos per non avere avuto più pazienza dopo la liberazione. Lui si difende: «Non importa che cosa pensino gli altri. Ingrid per me era diventata un’ossessione. Ero allegro e spensierato, pieno di vita, prima. Sono diventato cupo. Avevo attacchi di panico quando giravo per strada, ho avuto bisogno dell’aiuto di una psicologa, specialista nella cura delle famiglie degli ostaggi. Non riuscivo ad avere un’altra relazione. Questo libro è stato una medicina. Ho dovuto chiudere un periodo della mia vita per ricominciare. Tornare a lavorare e ad amare» dice indicando Pilar, 50 anni, la bella donna che lo accompagna.
Ricorda come aveva conosciuto Ingrid. Era stato il milionario colombiano Mauricio Villa a fargliela incontrare. Lo stesso che cinque mesi fa, mentre Lecompte stava finendo il libro, gli ha presentato Pilar. «Ingrid teneva i suoi cavalli nella fattoria di Villa. La trovai attraente, con belle gambe, integra, onesta. Era il 1994, si era separata da tre anni, aveva un fidanzato, bastarono un paio di mesi e scappò con me».
Lei diceva che Juan Carlos, così diverso dal suo mondo, le piaceva per la sua purezza. «Era coraggiosa e passionale. Dolce. Litigavamo solo quando mi tagliavo i capelli. A lei piacevano lunghi. Voleva dei bambini da me. Io no. Sono un pessimista e un codardo. Non si possono fare figli in un posto come la Colombia».
Sei anni nella giungla e non erano più un’anima sola. La psicologa lo aveva avvertito: «Quando Ingrid sarà liberata, la sua reazione potrà sorprenderti». Ma il giorno del suo rilascio Juan Carlos indossò una camicia azzurra che gli mettesse in risalto gli occhi, affinché lei lo trovasse attraente. «Mi sentivo» ricorda «tutto eccitato, come un cane quando sta per tornare a casa il padrone».
Eppure, ammette, quando la rivide non la trovò bella: «Aveva il colore cenere degli ostaggi che non vedono mai il sole». Lui voleva proteggerla e serrarla tra le braccia. Lei evitava ogni contatto, alla fine della sera gli diede la nuca. Lui guardò i suoi capelli. Era stato così innamorato dei capelli di Ingrid. «Potevo passarci le dita per ore. Per sei anni avevano sofferto anche loro. Volevo una cosa sola: riportarla a casa». È andata diversamente. Ma ora può finalmente amare Pilar, la donna al suo fianco.
- Venerdì 12 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 12 Febbraio 2010 alle 22:46 attenzione ha scritto:
Cosa dire………..
In Colombia, come tra l’altro in Italia, vige la legge dello “SHOW”.
E guarda un pò, son nato proprio in quelle zone…..
Bogotà, Distrito Especial……. (una volta)
Mai piu tornato:
la delinquenza, la politica è esattamente a quella italiana.
Latinità?
Il 12 Febbraio 2010 alle 22:49 attenzione ha scritto:
Cmq., devo dire che:
se NON esietva il problema della DROGA, stiate piu che sicuri che, NON sarei MAI e poi MAI, venuto in Italia:
Peggio della Colombia.
Il 16 Febbraio 2010 alle 18:56 Panorama in edicola - n°08/2010 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:
[...] CASO BETANCOURT Ultimo fango a Parigi di Silvia [...]
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