
Credits: LaPresse
Abbiamo già parlato a lungo delle recenti frizioni tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese. A Pechino hanno dato fastidio la scelta di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama e la proposta di alcune personalità occidentali di dare il Nobel al dissidente Liu Xiaobo, ma la dirigenza cinese si è soprattutto irritata per la vendita di equipaggiamenti militari per un valore di 6,4 miliardi di dollari alla “ribelle” Taiwan.
Per capire gli effetti di quella che i cinesi considerano una vendita ingiustificata, pericolosa e minacciosa, oltre alle proteste ufficiali di Pechino è interessante leggere quelle più intransigenti dell’esercito. Quest’ultimo, infatti, si è fatto portavoce di un movimento che ritiene necessario “aumentare in maniera significativa gli investimenti destinati alla difesa, rinforzare gli schieramenti dell’Esercito di liberazione popolare e, perché no, vendere qualche buono del tesoro statunitense per fare ancora più paura a Washington”.
“Cina e Stati Uniti sono due vogatori della stessa barca. Se loro spezzano un remo, non vedo perché noi non dovremmo fare altrettanto”, ha dichiarato il Generale Maggiore Luo Yuan alla rivista cinese Outlook Weekly. “Dovremmo rispondere all’Amministrazione Obama sul piano politico, militare, diplomatico ed economico. Limitandoci a un solo settore non riusciremo mai a estirpare le radici del malessere statunitense nei nostri confronti, ma solo qualche suo sintomo”, ha concluso il Generale cinese.
Una dichiarazione di guerra? Non proprio, visto che il rapporto Cina-Stati Uniti è tanto delicato quanto importante per entrambi. Ne’ la Cina ne’ gli Stati Uniti possono permettersi un deterioramento eccessivo dei loro rapporti bilaterali. La vendita dei Buoni del Tesoro americani, ad esempio, senza dubbio metterebbe in difficoltà l’America, ma creerebbe degli squilibri molto difficili da gestire anche sul mercato cinese.
Allora quale potrebbe essere il vero scopo di questa dura presa di posizione da parte dell’Esercito di liberazione popolare? Probabilmente, in tempi di crisi, i generali cinesi vogliono soltanto assicurarsi che Pechino, a marzo, quando dovrà approvare il bilancio per le spese militari, confermi un investimento almeno di pari ammontare rispetto a quello di 70,5 miliardi di dollari del 2009.
- Lunedì 15 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 15 Febbraio 2010 alle 15:43 attenzione ha scritto:
Normale amministrazione.
Scusi tanto, ma a quale scopo vendere armi a Taiwan?
Perchè, non sapevano della reazione Cinese?
O son tutti matti, o son tutti dei drogati, o semplicemente
“business is business”.
Il 16 Febbraio 2010 alle 17:10 fsl ha scritto:
Le forze armate cinesi sono un mondo che la stampa ha trascurato per anni e che oggi stranamente trascura.
Non venitemi a dire che è colpa della riservatezza cinese!
Ai tempi della guerra fredda giravano molte più informazioni sui sistemi d’arma in servizio o in sviluppo nell’URSS; chi si ricorda la pubblicazione Soviet Military Power?
Sarebbe molto interessante che i giornali, specie quelli specializzati, dedicassero più spazio ai sistemi d’arma cinesi.
Di sicuro apparirebbe chiaro a tutti che il loro bilancio per la Difesa è di gran lunga superiore a quanto dichiarato.
Il 27 Marzo 2010 alle 12:11 Inutile aspettarsi una rivalutazione della moneta cinese - Economia - Panorama.it ha scritto:
[...] “Chiedono di risolvere i problemi economici con il dialogo, quando poi alle nostre spalle vendono armi a Taiwan e incontrano pubblicamente il Dalai Lama“, ha commentato a Panorama.it un analista politico [...]
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