
Truppe britanniche in azione nei pressi di Marjah (Foto UK MoD)
La facilità con la quale le forze anglo-americani sono penetrate in numerosi villaggi e nei sobborghi di Marjah, la roccaforte talebana nella provincia di Helmand, non giustifica le ottimistiche affermazioni provenienti dai comandi alleati e dal governo afghano dopo i primi due giorni dell’operazione Moshtarak (“Insieme” in lingua dari) che vede impegnati 15.000 militari britannici, americani e afghani.
Il generale Nick Carter, comandante delle forze Nato nel sud dell’Afghan, ha dichiarato alla BBC che “l’attacco si sta rivelando di grande successo”, il portavoce delle forze statunitensi, capitano Abraham Sipe, ha parlato di “resistenza minima” da parte degli insorti mentre il ministro della Difesa afghano, Abdul Rahim Wardak, ha parlato di “una resistenza sporadica mentre le nostre forze stanno avanzando come previsto”. Più prudenti, il 14 febbraio, le valutazioni del generale dei marines statunitensi Larry Nicholson che guida la brigata schierata a Helmand, secondo il quale “potrebbero volerci settimane per controllare la roccaforte talebana di Marjah.
Anche se nessuno ne parla la strategia alleata in questa offensiva ha già rimediato un fallimento. Contrariamente a quanto prevedono le regole della guerra gli anglo-americani hanno rinunciato all’effetto sorpresa annunciando con dieci giorni di anticipo l’attacco a Marjah.
In questo modo si è lasciato ai talebani il tempo di prepararsi al meglio per la battaglia ma gli alleati speravano che i civili avrebbero lasciato la città. Invece gli sfollati sono solo 5.000 su 80.000 abitanti, gli altri sono stati costretti dai talebani a rimanere in città con la forza o per il timore delle mine e degli ordigni posizionati dai miliziani sulle strade come confermano le autorità di Helmand e britanniche. I guerriglieri hanno sempre preferito affrontare un nemico superiore in mezzi e potenza di fuoco nei ristretti ambienti urbani dove l’incubo dei danni collaterali limiterebbe l’impiego di aerei e artiglieria da parte degli alleati, specie ora che la strategia Usa ha la priorità di proteggere i civili.
Lasciar avanzare gli avversari in città per poi colpirli con imboscate, attentati suicidi e ordigni improvvisati facendosi scudo dei civili: una tattica già utilizzata dai ceceni a Grozny nel 1994, dai miliziani sunniti a Fallujah e da Hamas a Gaza l’anno scorso. Secondo il colonnello Richard Kemp, che guidò un reggimento britannico in questa zona nel 2007, “i talebani hanno preso posizione nel centro abitato, vi saranno molti attentati con ordigni rudimentali, numerosi cecchini pronti a sparare e azioni mordi-e-fuggi“.
L’obiettivo dei miliziani non è la vittoria, impossibile contro lo strapotere delle forze alleate, ma far pagare un tributo di sangue elevatissimo alle truppe anglo-americane e alla popolazione. In Europa e negli Usa il conflitto è sempre più impopolare e nuove massicce perdite sul campo di battaglia (già 72 i caduti dall’inizio dell’anno) ridurrebbero i consensi a Obama e ai leader europei. Anche un aumento di “danni collaterali” (12 civili sono già stati uccisi per errore dagli alleati) avrebbe un impatto negativo sulla credibilità delle forze internazionali e sui rapporti tra queste e il governo afghano. A quanto pare la vera battaglia per Marjah deve ancora cominciare.
- Lunedì 15 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 16 Febbraio 2010 alle 17:24 fsl ha scritto:
Era chiaro che i talibani sarebbero scappati, cogliendo l’occasione che gli era stata data. In questo modo si sono evitati pesanti combattimenti che, solo pochi giorni prima, erano temuti.
Tuttavia scontri ci sono stati, tant’è che le vittime civili non sono mancate; mi stupisce che non ci sia un bilancio dei talibans uccisi o catturati.
Finalmente le forze ISAF hanno iniziato a condurre questo tipo di azioni, con le quali si eliminano le aree sottratte al controllo del governo.
Concordo che l’esito della battaglia era scontato e che il vero lavoro sarà convincere i residenti ad appoggiare il governo centrale.
Il controllo del paese non si può ottenere solo con i regalini e la corruzione; quando serve ci vuole anche la forza. Mi piacerebbe vedere se dalle parti di Herat non ci voglia una cura simile.
Il 17 Febbraio 2010 alle 14:30 gratis ha scritto:
Condivido in parte quanto scrive il giornalista.
Il fatto è che non si possono fare guerre come se fossero azioni di polizia.
Addirittura si avvisano i nemici degli obiettivi che s’intende colpire e altre fesserie simili.
In questo modo non si potrà vincere mai, si avranno continue perdite in vite umane dei propri soldati e conseguentemente critiche alla guerra, desiderio di sganciarsi da parte della nazione che l’ha sostenuta fin dall’inizio.
Obama e i Democratici non possono essere chiamati in causa come pensa il giornalista, loro da sempre sono contrari.
La prosecuzione delle operazioni gli serve solo a sputtanare il partito di chi sostiene la guerra, per questo li costringono ad operazioni inutili e contro producenti.
La stessa dichiarazione di volersi ritirare per il 2011 non ha fatto altro che ringalluzzire i talebani, che non hanno da fare altro che vivacchiare e corrodere le forze alleate fino a quel gionro.
Perciò tutto ciò è una grande presa per i fondelli degli elettori americani, a danno dei propri stessi soldati e interessi nazionali.
E’ ben per questo che, fin dall’inizio dell’ingresso di Obama alla presidenza e delle sue chiare intenzioni, dicevo che l’Italia aveva la convenienza a ritirarsi.
A che serve mantenere soldati in un luogo dove il principale alleato e propugnatore della guerra non ha alcuna intenzione di vincere?
Serve solo a far morire nostri soldati inutilmente, senza costrutto alcuno per nessuno.
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