
Miliziani governativi a Mogadiscio. (credits: Giampaolo Musumeci)
Potrebbero esser giorni cruciali i prossimi per Mogadiscio e per la Somalia.
Il governo di Sheik Sharif, riconosciuto dalla comunità internazionale, sta raccogliendo milizie e le sta schierando nella capitale.
È partito il conto alla rovescia per la resa dei conti con Al Shabaab, gli insorti estremisti islamici che vantano legami con Al Qaeda. Alcune migliaia di truppe fedeli al governo si stanno posizionando sulla Maka Al Mukarrama una delle strade principali di Mogadiscio, al Porto, e sulla Industrial Road, la via più grande della città, a sud della capitale. In migliaia i civili stanno abbandonando le zone della città che potrebbero diventare teatro di un’aspra e sanguinosa battaglia. Ma già si spara: non passa giorno che il Medina Hospital, l’ospedale più grande della capitale, non accolga morti o feriti.
I militari del Tfg (il Governo Transitorio Somalo) possono contare sull’appoggio dei soldati della missione dell’Unione Africana per la Somalia, Amisom. Cinquemila ugandesi e burundesi che fino a oggi hanno protetto il porto l’aeroporto e Villa Somalia, sede del governo. Ma non è ancora chiaro se e come parteciperanno alla grande offensiva che il Governo annuncia oramai da settimane.
Secondo le nostre fonti a Mogadiscio, Al Shabaab può contare nella capitale tra i 3 e i 4mila soldati almeno, compreso i combattenti stranieri, alcune centinaia di afgani e pakistani, che ingrossano le loro fila. ”Chiamiamo a una guerra totale contro il governo di federale di transizione somala e al suo alleato della forza di pace dell’Unione Africana”, ha detto lo sceicco Muktar Robow Abu Mansur, uno dei comandanti della milizia islamica, pochi giorni fa. Gli Al Shabaab, contrariamente a quanto riportato da alcuni media italiani, non hanno carri armati né artiglieria pesante. Dispongono invece di mortai, kalashnikov e mitragliatori posizionati su pick-up.
A fare le spese degli ultimi scontri per le strade della città sono i civili, che maltollerano oramai la dura legge degli Shabaab e le sue violenze. La sharìa, la legge islamica applicata nella sua versione più intransigente, sta mettendo a dura prova la popolazione in tutto il paese. Fustigazioni, lapidazioni, amputazioni per chi è accusato di furto sono le pene inflitte a chi non la rispetta.
Quasi mille profughi al giorno sono fuggiti, o comunque hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni, nelle ultime due settimane a Mogadiscio. Solo nell’ultima settimana, il bilancio degli scontri è di almeno 50 morti e oltre 100 feriti tra i civili. È quanto ha reso noto di recente l’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.
Si spara a Mogadiscio e si compiono attentati, di continuo. Come quello del 15 febbraio, contro il segretario di stato somalo alla difesa, Yussuf Mohamed Siad, che ha provocato la morte di due civili. L’esplosione di un veicolo vicino all’albergo Ambassador, nel quale si trovava Mohamed Siad per una riunione, ha ucciso due passanti. Una terza persona, forse un attentatore, è stata poi uccisa dalle guardie.
E mentre si prepara la battaglia campale, la comunità internazionale dimostra ancora una volta il suo disinteresse verso un paese, senza ricchezze e in preda alla guerra civile da 20 lunghissimi anni.
Giampaolo Musumeci, Ugo Borga, Matteo Fagotto
- Mercoledì 17 Febbraio 2010

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