
Barbad Golshiri, The Book of Masturpiece, 2007 - bande dessinée Print on paper, leather cover
Per una volta niente politica, oggi parliamo di arte contemporanea e prendiamo spunto dall’arrivo in Italia di tre artisti iraniani tra cui il ventottenne Barbad Golshiri in questi giorni ospite a Torino (insieme a Maryam Amini e Fereydoun Ave) della galleria Verso Artecontemporanea per la collettiva IRAN diVERSO: Black Or White? (inaugurazione martedì 23 ore 18, via Pesaro 22, 011-4368593) e il giorno dopo per la serata Iran contemporaneo presso l’Associazione Barriera (ore 21, via Crescentino 25).
Giovedì scorso le autorità iraniane hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione, il movimento verde ha colto l’occasione per protestare e il ventottenne Golshiri è stato fermato per poi essere rilasciato in tarda serata: “Noi artisti iraniani non abbiamo futuro, e mi riferisco a quelli che come me si rifiutano di lasciare il Paese: alla nostalgia e ai miti dell’esilio preferiamo questa atmosfera di odio e i gas lacrimogeni”.
Figlio d’arte (il padre Houshang era un noto scrittore), Golshiri avrebbe la possibilità di lasciare l’Iran ma ha scelto di restare. Ed è critico nei confronti del mercato internazionale di arte contemporanea che plaude artiste come Shirin Neshat e Marjane Satrapi, residenti all’estero da troppo tempo: “Sono superficiali, non fanno arte ma marketing nel senso che i loro lavori rispondono a una domanda di mercato, se tornassero a Teheran non riceverebbero applausi”.
Dalle parole di Golshiri traspare la disillusione. La disillusione della terza fase post-rivoluzionaria in cui gli artisti usano nuovi mezzi di espressione visiva (video, installazioni e fotografia) e si pongono al centro di una società sottoposta a cambiamenti radicali. “La nostra presenza”, conclude Golshiri con decisione, “rompe l’unanimità desiderata dall’Ayatollah Khomeini e contribuisce al pluralismo”. Necessario nell’arte come in politica.
Per saperne di più: Hossein Amirsadeghi (a cura di), Different Sames. New Perspectives in Contemporary Iranian Art, Thames&Hudson, 2009, pp. 304, £48.
- Venerdì 19 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 22 Febbraio 2010 alle 11:55 indigesto ha scritto:
L’arte è il linguaggio dello spirito, e lo spirito è libero, gentile Professoressa. La libertà non piace ai regimi, che tuttalpiù cercano di orientarla, l’arte, in correnti e manifestazioni celebrative degli stessi regimi. Anche il mercato, in fondo, risponde a questa regola, creando mode e consensi legate al regime del danaro, comune a molti paesi. Dall’arte vera, che è sofferta, spesso si ottiene sofferenza, non sempre successo e celebrità. Anche quella che ci è pervenuta raramente si è affrancata dal Potere, comunque espresso.
E’ lodevole l’iniziativa di dar visibilità a questi artisti, la cui angoscia già traspare dalla riproduzione proposta. Bella, molto bella!
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