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Miriam Libicki, un autoritratto in divisa (per concessione dell'autrice)
Qualcuno immagina l’esercito israeliano come un’armata di soldati palestrati e super-efficienti. Altri (peggio ancora) vedono in Tzahal un gruppo di freddi militari assetati di sangue. Insomma, nel bene e nel male, gli stereotipi abbondano. Ma chi vuole sapere veramente cosa voglia dire fare il servizio di leva in Israele, può farsene un’idea leggendo… un fumetto.
Jobnik! è un romanzo a fumetti autobiografico di Miriam Libicki, una giovane autrice israelo-americana che ha deciso di raccontare il suo servizio militare, senza troppi fronzoli né veli: Jobnik (il termine significa “soldato non qualificato”, che fa lavoro di scrivania) offre un’immagine molto terra a terra di Tzahal.
- Miriam Libicki, un autoritratto in divisa (per concessione dell’autrice)
- Un particolare dal fumetto Jobnik di Miriam Libicki
- Un altro particolare: scene di noia quotidiana (Jobnik Miriam Libicki)
- Una pagina del fumetto Jobnik di Miriam Libicki
- Jobnik!, la copertina (Miriam Libicki)
Miriam Libicki è nata negli Stati Uniti, si è trasferita in Israele all’età di 18 anni e poco dopo si è arruolata. La sua naja è coincisa con uno dei periodi più difficili per Israele, quello dell‘Intifada al-Aqsa. Oggi Miriam ha quasi 30 anni, vive a Vancouver, in Canada.
Quando hai deciso di scrivere un romanzo a fumetti sul tuo servizio militare?
L’idea mi è nata un anno dopo il mio congedo, mentre frequentavo l’università in Canada. Frequentavo un corso di disegno e l’insegnante ci aveva chiesto di fare un breve lavoro con Illustrator: visto che ero fresca di naja, io decisi di disegnare un mini-fumetto di 5 pagine sulla mia esperienza. Il risultato non fu un gran che, dal punto di vista artistico… e infatti non lo faccio mai vedere a nessuno! Però i miei compagni rimasero tutti molto impressionati dalla mia storia. Così durante il college ho continuato con altre storie brevi sullo stesso filone. Poi, una volta laureata, ho pensato di trarne un vero e proprio romanzo a fumetti, e così è nato Jobnik.
Perché hai scelto di arruolarti?
Erano quello che facevano tutti i ragazzi israeliani di 18 anni. Io mi sono trasferita in Israele e ho acquisito la cittadinanza israeliana proprio a quella età, quindi per me il servizio militare non era strettamente obbligatorio (la legge esonera dalla leva le femmine immigrate in età adulta, Nda). Però ho pensato che fosse la cosa giusta da fare: se volevo davvero essere israeliana, allora dovevo comportarmi come tutti gli altri i miei coetanei.
E i tuoi amici a casa, in America, come l’hanno presa?
Beh, sono rimasti tutti un po’ colpiti. Per loro era una cosa completamente fuori dal comune, un po’ estrema e persino esotica. Io del resto non sono mai stata un tipo atletico, né particolarmente coraggioso. Ma alla fine ho trascorso un anno e nove mesi nell’esercito israeliano e ne sono uscita viva.
Dal tuo libro, si capisce che è stata un’esperienza traumatica.
Certamente. E’ stata l’esperienza più difficile della mia vita. E pensare che mi è andata bene, visto che non ero in un’unità combattente, cosa che invece è capitata a molti miei amici: loro sì che hanno avuto esperienze traumatizzanti. Oltre alla guerra, però, io ho avuto altri problemi da affrontare: lo choc culturale è stato enorme, e ho commesso molti errori.
Tornando indietro, lo rifaresti?
Tutto sommato, sì. Nel bene e nel male, è un’esperienza che mi ha permesso di conoscere da vicino un mondo di cui altrimenti avrei solo sentito parlare.
Il tuo libro dà un’immagine molto terra-a-terra dell’esercito israeliano.
Già, ora che ci ripenso eravamo soltanto dei ragazzini.
Cioè?
Non dico in senso negativo. Quello che vorrei fare capire è che i soldati israeliani altro non sono che un gruppo di ragazzini tra i 18 e i 20 anni, che hanno esattamente gli stessi pregi e difetti dei loro coetanei in tutto il resto del mondo (e diciamo pure che i diciottenni in genere sono tutti un po’ stupidi). Sull’esercito israeliano esistono un sacco di stereotipi, di visioni politiche estreme. Ma l’idea del mio libro è anche questa: umanizzare i soldati israeliani, portandoli al di fuori dagli schemi politici e ideologici.
Parlando di ideologia, quando sei tornata in America non ti hanno mai fatto problemi?
Solo una volta, quando era all’università qualcuno deve avere saputo che ero un’ex soldatessa e per un certo periodo mi sono trovata una serie di strani bigliettini sulla porta del mio dormitorio. E’ stato molto sgradevole, ma un caso isolato. Comunque mi ha motivata ancora di più a scrivere questo libro.
- Lunedì 22 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 23 Febbraio 2010 alle 14:47 indigesto ha scritto:
“Però ho pensato che fosse la cosa giusta da fare: se volevo davvero essere israeliana, allora dovevo comportarmi come tutti gli altri i miei coetanei.”
Per questo, è certamente da apprezzare, Miriam Libicki.
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