Che fare quando su un premier piovono con un’intensità sempre maggiore accuse di corruzione mentre l’economia arranca?
Deve essere stata questa la domanda che frullava in testa alla presidente argentina Cristina Kirchner quando martedì scorso si è svegliata come ogni giorno nella sua residenza di Olivos. Un rapido briefing con il marito Néstor, ex presidente recentemente accusato, tra le altre cose, di speculazione avendo comprato 2 milioni di dollari prima dell’ultima, l’ennesima, svalutazione del peso, e la risposta Cristina poche ore dopo già l’aveva in mano.
Come? Firmando un decreto d’urgenza in cui ha imposto “a tutte le navi che vogliano transitare tra i porti ubicati sul territorio continentale argentino e quelli delle Isole Malvinas e le Sandwitch meridionali, o che passino attraverso acque argentine per andare alle Malvinas, o che carichino merci nei suddetti scali, di chiedere un’autorizzazione previa al Governo”. Cioè a lei.
Il virgolettato non è però di Cristina ma del suo capo di Gabinetto, Aníbal Fernández che non contento di avere leso la sovranità di un altro stato – le Malvinas furono occupate nel 1833 dall’Inghilterra e da allora, ribattezzate Falkland, sono parte integrante sulle mappe della Royal Army del territorio britannico – ha aggiunto con tono deciso che “quella per la sovranità delle Malvinas è una denuncia imprescrittibile dell’Argentina”.
Due giorni dopo la firma del decreto di lady Kirchner, è stato così impedito l’attracco in ogni porto argentino alla nave britannica Thor Leader che portava alle Falkland/Malvinas materiale per l’estrazione dell’Oro Nero per la compagnia petrolifera sempre Desire Petroleum, che il mese scorso aveva annunciato l’inizio delle trivellazioni.
Il punto centrale della questione potrebbe però essere un altro. Se dietro le limitazioni imposte dalla Kirchner ufficialmente c’è il petrolio - la Desire Petroleum spera di estrarre nei prossimi anni fino a 3 miliardi di barili di oro nero – in realtà Cristina mette in campo la vecchia strategia della diversione esterna, già tanto cara alla giunta militare argentina che nel 1982 la seguì più per disperazione che per convinzione, quando era oramai chiaro che l’economia argentina era sull’orlo del default.
Oggi Cristina la ripropone. E’ solo la forma ad essere diversa. Invece di invadere le isole come ordinò di fare 28 anni fa il generale-dittatore Galtieri, Cristina ha emanato un decreto d’urgenza.
Colta di sorpresa Londra ha taciuto per qualche ora, poi ha reagito con fermezza. Prima attraverso il portavoce dell’ambasciata inglese a Buenos Aires - “noi non abbiamo nessun dubbio sulla sovranità delle Falkland né sulla legittimità delle trivellazioni petrolifere” - poi inviando in gran segreto una flotta di navi di guerra guidate dall’incrociatore pesante HSM York.
La notizia è stata data dalla stampa londinese, il ministero della Difesa britannico ha negato, salvo poi aggiungere tramite un portavoce che “il nostro governo è impegnato al 100% a difendere le Falkland e in zona abbiamo già come presenza permanente una serie di navi da guerra in mare e 1.076 soldati a terra”. Giusto per chiarire il concetto.
A questo punto, e siamo a ieri l’altro, il viceministro degli Esteri di Cristina Victorio Taccetti ha dichiarato che l’Argentina rifiuta qualsiasi ipotesi bellica nei confronti della Gran Bretagna per la questione dello sfruttamento petrolifero delle Malvinas ma, di fatto, non recede dalle sue posizioni di sovranità sulle isole e di controllo della navigazione circostante.
Londra ha ribadito che difenderà le Falkland da qualsiasi attacco e il primo ministro Gordon Brown ha affidato alla diplomazia britannica il compito di risolvere questo caso spinoso che mercoledì 24 febbraio arriverà all’Onu.
Staremo a vedere come finirà ma, al momento e per fortuna, la guerra sembra limitarsi alle parole.
- Lunedì 22 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 24 Febbraio 2010 alle 19:51 indigesto ha scritto:
Caro Paolo, quelli erano tempi in cui chi voleva le terre le occupava militarmente. E’ tuttavia legittimo l’editto della Kirchner che concede ospitalità nei porti previa autorizzazione governativa. Londra naturalmente maramaldeggia anche in virtù degli USA amici; figuriamoci cosa gliene potrà mai calare delle decisioni dell’ONU.
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