Un attacco suicida dei talebani in una zona di Kabul ha causato oggi almeno 17 morti, tra le quali una vittima italiana. L’attentato, che mette fine ad un periodo di relativa calma nella capitale afghana dopo l’offensiva degli insorti del 18 gennaio scorso che ha provocato 12 morti, è avvenuto a pochi metri da un lussuoso edificio, che ospita l’Hotel quattro stelle Safi Landmark ed il centro commerciale Kabul City Center, causando gravi danni.
La polizia ha confermato che uno degli attentatori si è fatto esplodere di fronte all’albergo, mentre altri due sono stati uccisi. La Farnesina ha fatto sapere che il connazionale “rimasto vittima questa mattina nell’attacco terroristico a Kabul è Pietro Antonio Colazzo, Consigliere Diplomatico della nostra Ambasciata nella capitale afgana”.
- Scena della battaglia a fuoco
- Officiale di sicurezza afgano davanti allo shopping center devastato
- Davanti all’hotel
- Soldati afgani
- La scena dell’attacco
- Poliziotto afgano
- Dopo l’esplosione
- In fuga dal palazzo
- Soldato francese
- Vetri a terra
- Soldati afgani
- Scena di distruzione
La vittima italiana dell’attentato di Kabul sarebbe stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre era al telefono per contattare la polizia, subito dopo l’esplosione. Lo ha chiarito il generale Abdul Raham, il capo della polizia di Kabul, che lo definito “un uomo coraggioso”.
- Venerdì 26 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 26 Febbraio 2010 alle 21:12 fsl ha scritto:
A dimostrazione del modo balordo col quale i paesi occidentali e l’Italia in particolare, sbaglino completamente l’approccio mediatico con riferimento all’Afghanistan e alle proprie missioni all’estero, ecco un eloquente esempio.
Dopo mesi di silenzio sulle nostre truppe ecco il morto italiano e l’alluvione di informazione, ben passata e ripassata dalla nuova propaganda “di stato”.
Al di là della tragedia per la morte di tante persone nell’attacco di questa mattina, ecco che l’operatore dei nostri servizi segreti viene dipinto come un “diplomatico” che ha affrontato i terroristi ed ha salvato anche alcune persone “parlando al telefono”.
Ma davvero si vuole dipingere la figura di un eroe che voleva fermare i terroristi suicidi con il suo telefonino?
Perché glissare sulla possibilità che abbia fatto uso dell’arma della quale era sicuramente dotato ?
Non capisco di cosa dobbiamo vergognarci! Se si fosse trattato di un agente delle FFOO in Italia non ci sarebbero state tante remore ad affermare che abbia svolto il suo dovere fino all’estremo sacrificio “con l’arma in dotazione”.
Ma quando siamo all’estero, diventiamo solo operatori di pace, fratellanza e dialogo tra i popoli.
E in questo caso ci potrà uscire anche lo spot sul modello di telefono usato!
Non voglio essere dissacrante, ma questo modo di riportare i fatti mi ha veramente stufato!
Il 28 Febbraio 2010 alle 23:24 indigesto ha scritto:
In verità l’articolista riferisce che il nostro connazionale è stato ucciso con arma da fuoco DOPO l’esplosione. Pare che fsl abbia informazioni migliori ma non le esplicita. Le attendiamo.
Il 1 Marzo 2010 alle 10:07 fsl ha scritto:
La mia critica non è all’articolo su riportato, ma all’atteggiamento complessivo con il quale i mezzi d’informazione trattano le azioni dei nostri uomini in Afghanistan e in altri teatri operativi.
Sempre nel rispetto per i caduti in questo attentato, faccio notare che ritengo altamente improbabile che il nostro agente (considerato il suo ruolo) se ne andasse in giro senza un’arma per difendersi!
Dopo l’esplosione (un’autobomba) ci sarebbe stata l’irruzione nell’albergo di alcuni terroristi ed è in questa azione che Colazzo sarebbe stato ucciso.
Io non mi invento nulla, ma dalla lettura degli articoli su diversi giornali si evince che in questa fase,lui avrebbe messo al sicuro diverse persone e si sarebbe tenuto in contatto con la polizia afghana.
Secondo voi, con i terroristi in giro per i corridoi alla ricerca proprio di quelle persone da uccidere (pare che fossero proprio questi gli obiettivi) lui cosa avrebbe fatto? parlava al telefono o copriva la fuga con la sua arma? Se è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco, molto probabilmente stava sparando anche lui.
Lo esigeva la situazione e la carica che ricopriva.
Col telefono si teneva in contatto con la polizia per coordinare l’azione; era il comandante (di fatto) dei servizi a Kabul, non faceva il centralinista!
Dopo questo triste evento, invece di mettere in rilievo l’azione del nostro operatore, viene steso un velo di “riserbo” quasi che si vergogni che questi, con la sua reazione possa aver provocato danni a qualcuno.
Se si vuole che l’opinione pubblica interna non sia contraria al prosieguo della missione in Afghanistan, governo e stampa dovrebbero essere meno reticenti a mettere in mostra l’operato dei nostri (militari e non) in quel teatro.
Dopotutto si pretende che costoro mettano a repentaglio la loro vita!
Invece di fornire dettagli che mettano in rilievo il coraggio e l’importanza del compito di Colazzo, giornali e TV ci affogano con la telecronaca del rientro della salma (con i dettagli sugli orari), la diretta dei funerali, le riprese dell’abitazione della vittima e interminabili interviste a conoscenti che non potevano sapere che lavoro faceva!
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