
Marco Rubio (AP Photo/Cliff Owen)
di Marco De Martino - da New York
Ha 38 anni ma sembra così giovane che, quando era già un deputato del Congresso della Florida, venne confuso con il ragazzo di bottega: «Va’ a farmi queste fotocopie» gli dissero. Su Twitter, che ama usare anche più delle conferenze stampa, parla non solo di politica ma anche di quanto ci mette sua moglie a prepararsi per uscire a cena e dei testi di Snoop Dogg, il rapper che è tra i suoi cantanti preferiti. Quando si è posto il problema di raccogliere fondi per la sua campagna elettorale, ha quindi citato la canzone Gin and juice (Gin e succo di frutta): «La mia mente rivolta ai miei soldi e i miei soldi nella mia mente».
Con i soldi la nuova star del Partito repubblicano, Marco Rubio, secondo alcuni è un po’ troppo disinvolto. Da presidente del Congresso della Florida è stato criticato per avere speso centinaia di migliaia di dollari per costruire un ristorante riservato ai deputati. E nei giorni scorsi il quotidiano Miami Herald ha scritto che negli ultimi due anni Rubio ha usato la carta American Express del partito per 20 mila dollari circa in spese personali che includono lavori di riparazione della macchina (1.000 dollari), spese condominiali per la sua abitazione privata (altri 1.000), cene varie (4.100), taglio di capelli (133 dollari).
Rubio dice che si tratta di un errore contabile e di avere già restituito buona parte del denaro. E comunque quel pugno di dollari non sembra certo avere frenato la sua rapida ascesa nella battaglia per la nomination a candidato repubblicano nelle elezioni a senatore della Florida, contro il governatore Charlie Crist. Un anno fa Crist era in vantaggio nei sondaggi di 30 punti, ora è sotto di 18 e i suoi comizi sono disturbati da membri del movimento Tea party (ricorda la rivolta di Boston contro le tasse imposte ai coloni americani dall’Inghilterra), dal cui cappello pendono sacchetti di tè e che al petto portano una spilla con scritto: «Chiedimi di Marco Rubio». I manifestanti hanno anche cartelli con la scritta: «The hug» (l’abbraccio) per ricordare uno dei peccati mortali del governatore: avere brevemente abbracciato l’odiato presidente Barack Obama dopo averlo presentato sul palco lo scorso gennaio a Fort Myers.
Per capire dove andrà la politica americana bisogna tornare in Florida, dove nel 2000 iniziò l’era del repubblicano George W. Bush, e dove quest’anno si combatte una battaglia fra le due anime del movimento conservatore. In un angolo del ring l’establishment pragmatico incarnato dal vertice del partito, nell’altro l’idealismo del movimento Tea party. Da una parte Crist, che solo un anno fa sembrava rappresentare il futuro del partito: un moderato di grande esperienza capace di attrarre non solo i fedelissimi ma anche gli indipendenti e alcuni democratici. Dall’altra Rubio, che all’ultima Conservative political action conference, dove si misura la temperatura dei repubblicani per i valori più conservatori, ha conquistato la platea con una semplice frase: «L’America ha già un Partito democratico. Non ha bisogno che anche i repubblicani si comportino come democratici».
Sul giovane Rubio puntano apertamente l’ex stratega bushiano Karl Rove e Rush Limbaugh, la star dei talk-show conservatori, che abita in Florida. A lui ha dedicato la copertina il settimanale National Review con lo strillo: «Yes, he can». Per ironia della sorte Rubio viene proprio paragonato a Obama, per la sua capacità di mescolare i temi della sua autobiografia ai valori conservatori in cui si riconosce. Come racconta spesso, suo padre è emigrato da Cuba e ha lavorato come barista 16 ore al giorno fino a 70 anni per allevare i suoi quattro figli. La madre prima puliva le camere d’albergo e poi ha fatto la cassiera ai grandi magazzini Kmart.
Ma, nonostante le difficoltà che li hanno portati da Miami a Las Vegas prima di tornare in Florida, i Rubio non hanno mai perso la fiducia nel sogno americano: «Ricorderò sempre mio nonno quando mi ripeteva che questo è l’unico paese al mondo dove il tuo futuro non è determinato dal posto dove sei nato» racconta Rubio, che è riuscito a laurearsi in legge con una borsa di studio legata al football (giocava in difesa) e a guadagnare circa 300 mila dollari l’anno con il suo studio legale.
Grande comunicatore, Rubio è un maestro nel sottolineare le poche differenze che lo dividono dal rivale Crist. Al contrario del governatore Rubio non appoggia l’intervento di stimolo obamiano dell’economia, che porta i militanti del Tea party a parlare del presidente come di un pericoloso socialista: invece di investire 787 miliardi lui avrebbe tagliato le tasse. Contrario all’aborto, Rubio accusa Crist di non volere l’abolizione della sentenza della Corte costituzionale «Roe versus Wade», richiesta a gran voce dalla destra religiosa.
La differenza fondamentale tra i due è però un’altra: Rubio sembra avere capito la forza di un movimento destinato a essere protagonista delle elezioni di midterm che si terranno il prossimo novembre. Già oggi un generico candidato appoggiato dal Tea party nei sondaggi della Rasmussen batte un generico candidato repubblicano 23 a 18. Rubio sa pure che i militanti del Tea party sono imprevedibili. Con la stessa velocità con cui hanno portato all’elezione di Scott Brown in Massachusetts, dove i democratici hanno perso il seggio che era stato di Ted Kennedy per 46 anni, lo hanno poi ripudiato alla prima occasione. Ovvero al diciannovesimo giorno del suo lavoro in Senato, quando Brown ha deciso di non osteggiare una legge per la creazione di nuovi posti di lavoro promossa dal democratico Harry Reid. Immediatamente nella blogosfera sono partiti gli strali dei militanti del Tea party, che accusano Brown di essere un «Rino», che non sta per rinoceronte ma per «republican in name only». Un repubblicano per finta.
Per evitare questa accusa e allo stesso tempo non legarsi troppo al movimento dei sacchetti da tè Rubio fa giochi di equilibrismo retorico. Dice che Obama è il lettore di gobbo più abile d’America, ma poi lo elogia per come sa essere padre e capofamiglia. Non accusa i democratici del Congresso però dice di quelli che pensano che gli americani abbiano bisogno di angeli custodi, e di un governo che li protegga da se stessi: «Loro pensano che la libertà d’impresa non sia giusta, ma gli va bene che pochi facciano tanti soldi e che la maggioranza resti indietro. Pensano che l’unico modo di produrre profitto sia approfittare dei lavoratori e che i nemici dell’America esistano perché il nostro paese ha fatto qualcosa per meritarseli».
Rubio non accusa la Casa Bianca di essere popolata di comunisti, come fa l’idolo del Tea party Glenn Beck su Fox News, ma dice: «Nonostante tutto ci sono politici a Washington che ancora pensano che l’America debba adottare le politiche economiche delle nazioni da cui molti americani sono scappati». Ogni riferimento a Cuba, e a quel che del regime di Fidel Castro pensano gli emigrati cubani in Florida, non è casuale.
Tra i maggiori idoli di Rubio c’è Jim DeMint, senatore repubblicano della South Carolina, che di recente ha dichiarato: «Preferirei avere 30 repubblicani al Senato che credono nei principi del governo limitato, del libero mercato, della libertà della gente che averne 60 che non credono in nulla». Che Rubio faccia parte del primo gruppo almeno per ora non lo mette in dubbio nessuno.
- Lunedì 8 Marzo 2010

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Il 8 Marzo 2010 alle 22:45 Yes, he can: Marco Rubio è l’uomo che può fare ombra a Obama | Politica Italiana ha scritto:
[...] via http://blog.panorama.it/mondo/2010/03/08/yes-he-can-marco-rubio-e-l%E2%80%99uomo-che-puo-fare-ombra-… Posted by admin on marzo 8th, 2010 Tags: America, Estero Share | [...]
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