
Joel Schalit, autore di Israel vs Utopia (foto: Jennifer Crakow)
Con “amici” così, chi ha bisogno di nemici? E’ di pochi giorni fa la notizia che un sito di merchandising filo-israeliano (o che si spaccia per tale) ha messo in vendita una T-shirt commemorativa dell’omicidio del leader di Hamas Mahmoud al-Mabhouh.
Ora, dell’“eliminazione” di al-Mabhouh si è già detto molto, c’è chi l’attribuisce al Mossad, ovvero gli 007 israeliani, e chi invece sostiene sia stata orchestrata da Egitto e Giordania.
Quello che mi chiedo io, in questo momento, è: ma Israele ha davvero bisogno di gente che fa un tifo da stadio? Non sarà che questo tipo di approccio è controproducente? E, soprattutto, da dove nascono trovate di pessimo gusto come quelle del sito israel-catalog.com?
Ne abbiamo parlato con Joel Schalit, un giovane scrittore cresciuto tra Israele, l’Europa e gli Stati Uniti. Ci sono due tipologie di persone che non sopporta: quelli che hanno l’ossessione di Israele perché la odiano, e quelli che hanno l’ossessione di Israele perché dicono di amarla… senza conoscerla.
Secondo lui Israele non ha bisogno di fan sfegatati, sempre pronti a idealizzare il Paese, bensì di persone curiose e intellettualmente oneste che vogliono imparare a conoscere veramente questa nazione, in tutta la sua durezza e complessità. Risultato? Recentemente Schalit ha pubblicato un libro, intitolato Israel vs Utopia (e per ora edito solo in lingua inglese). Obiettivo: riportare l’immagine di Israele su un piano reale. Da oggetto di fantasie negative e positive, a un paese in carne ed ossa, fatto di persone, luoghi e complessità.
Joel, nel tuo libro attacchi duramente il concetto di “hasbarà”, o propaganda filo-israeliana. Perché?
Perché è superficiale, e spesso persino controproducente. Crea una marea di falsi miti su Israele. Questo da un lato finisce per creare un’immagine negativa di Israele, e dall’altro è offensivo nei confronti degli israeliani.
Non mi dirai che sei uno di quegli israeliani pieni di sensi di colpa, che odiano il loro Paese?
Per niente. Io amo il mio Paese più di quanto non si possa dire a parole: tu ci hai vissuto, sai che Israele è un posto bellissimo, come si fa a non amarlo? Per me si tratta di un rapporto particolarmente viscerale, poi, perché la mia famiglia è israeliana dal 1882.
Allora perché critichi tanto chi tenta di diffondere un’immagine positiva del tuo Paese?
Il problema è che spesso chi dice di difendere Israele non ha la benché minima conoscenza della realtà israeliana. Infatti chi si occupa di hasbarà difficilmente è un israeliano. Sono quasi sempre i “fan” di Israele all’estero, che spesso lo vedono con un’ottica distorta… e i primi a rimetterci sono proprio gli israeliani, che si vedono ridotti a uno stereotipo.
Quali sono gli stereotipi più diffusi?
Beh tanto per cominciare questa moda di presentare Israele come un Paese squisitamente occidentale, come un blocco etnicamente monolitico. In molti ignorano che in realtà una fetta consistente degli israeliani sono figli di immigrati che sono arrivati dai Paesi arabi: ebrei marocchini, yemeniti e iracheni, che hanno portato i loro usi e costumi integrandoli nella società israeliana.
E poi?
Mi stupisce sempre realizzare come la gente ignori che, tutto sommato, Israele è ancora un Paese povero, dove un quarto della popolazione vive al di sotto della soglia dell’indigenza. Ma la sofferenza della gente comune non interessa a nessuno.
Tu dici anche di trovare offensivo il modo in cui alcuni fan di Israele tendono a idealizzarla
Certo, perché così si riduce il mio Paese a un feticcio, una macchietta. E’ una forma di imperialismo culturale, una mancanza di rispetto nei confronti degli israeliani.
Vedi soluzioni possibili a questo problema?
Tanto per cominciare, bisognerebbe lasciare che gli israeliani parlino per sé stessi, senza che gli occidentali proiettino le proprie idee su di loro. Lo straordinario successo dei giornali israeliani tradotti dall’ebraico in inglese, come per esempio l’edizione internazionale di Haaretz, dimostrano che il mondo è interessato ad ascoltare che cosa hanno da dire.
Qui sotto potete vedere il trailer del film “Don’t Mess with Zohan,” che ha come protagonista un (ex) agente del Mossad. E che Schalit critica nel suo libro perché diffonde molti stereotipi sugli israeliani:
Io personalmente ho trovato il film abbastanza divertente, anche se demenziale: credo che Schalit abbia mille buone ragioni per dire che esistono troppi stereotipi su Israele… ma ogni tanto farsi una sana risata politicamente scorretta fa bene alla salute!
- Martedì 9 Marzo 2010
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Commenti
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Il 10 Marzo 2010 alle 1:32 erik36 ha scritto:
Boh, sarà uno stereotipo pure la colonizzazione continua, nonostante gli impegni. tanto che si sono incazzati pure gli USA. Bell’inizio agli inutili colloqui, sti palestinesi non la vogliono proprio capire che devono togliersi dalle palle.
Il 10 Marzo 2010 alle 14:32 indigesto ha scritto:
Gentile Dottoressa, Israele è un paese come tutti gli altri quanto al diritto di esistere. Ci saranno pure gruppi di simpatizzanti che fanno un tifo da stadio, ma penso che questo ragazzo se ne faccia troppo un problema. Senz’altro le continue minacce degli stati islamici suscitano indignazione e ci sarà anche chi ci specula con “abbracci” in qualche modo redditizi; oggi si fanno festivals di canzonette anche su rovine di guerre e di catastrofici eventi naturali: sono i tempi! Che la cultura, il meglio che dà di sé Israle, e gli israeliani sparsi un pò dovunque, abbia tanto a che vedere tanto con quella europea quanto con quella orientale è possibile, anzi meglio! L’importante è che gli Israeliani s’identifichino come un solo popolo, e che prosperino nella loro terra.
Il 10 Marzo 2010 alle 17:27 erik36 ha scritto:
Il concetto di libertà e ugualianza è troppo distante da chi è imbevuto di religione. Vecchiumi arcaici e si parla di globalizzazione.
Il 10 Marzo 2010 alle 17:38 annamomigliano ha scritto:
Erik, ho come il sospetto che Joel non condoni affatto la politica delle colonie. al contrario.
Indigesto, forse ha ragione e Schalit fa il problema piu’ grande di quello che è… o forse no. Ma fatto sdta che il problema c’è. Onestamente, posso capire perché un israeliano possa sentirsi offeso dall’immagine un po’ macchiettistica che spesso si ha di Israele.
Il 10 Marzo 2010 alle 17:57 erik36 ha scritto:
Cara Annan non metto in dubbio che Schalit sia contrario ai soprusi presupponendo sia persona intelligente e imparziale. Io mi accanirei contro chi di questi soprusi ne fa uso anziché preoccuparmi di cosa ne pensano gli altri perché non son solo stereotipi, come quello di non volere affatto una pace ma resa incondizionata. Erik è Enrico Fumagalli al quale era stato interdetto l’uso del blog, dal momento che nessuno può chiudermi la bocca, ho eluso la censura con uno stratagemma, sa, oltre che per la libertà di espressione (sic) , sono anche imbecilli, mi riferisco ai gestori del blog.
Il 10 Marzo 2010 alle 20:51 indigesto ha scritto:
Dottoressa, su, non esageriamo. Macchiettistica? Con la storia che hanno alle spalle? E non mi riferisco solo alla recente! L’immagine che ne può avere una persona normale non può essere che seria, molto seria! Poi si sa, ogni popolo è, a suo modo,..variopinto, e quel tocco di stravanza un pò la rallegra, l’immagine. Mai la sconvolge! Forse le vicende recenti ed attuali infondono in qualche israeliano quella ritrosia caratteristica di chi fa fatica a parlare di sé. Ma la giovialità, prima o poi, prorompe; ed Ella ne è già un bell’esempio! Saluti.
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