
Militari britannici in Afghanistan (Keith Cotton RLC, Crown Copyright)
Il divieto riguarderà i reporter “embedded”, aggregati ai reparti combattenti in prima linea, che hanno documentato in modo completo tutti gli aspetti del conflitto incluse le difficoltà e le carenze in mezzi ed equipaggiamenti delle truppe di Sua Maestà.
Lo stop ai reportage dal fronte che entrerà in vigore quando sarà fissata la data delle elezioni, ha sollevato polemiche per l’evidente sospetto che il governo laburista del premier Gordon Brown intenda cautelarsi dalle crescenti accuse di aver tagliato le spese per la Difesa privando i militari in Afghanistan di quanto necessario per combattere al meglio e ridurre le perdite.
Polemiche giustificate anche dall’elevato numero di caduti britannici nel conflitto afghano, 272 dei quali 26 dall’inizio dell’anno, divenuto un vero e proprio cavallo di battaglia dell’opposizione conservatrice guidata da David Cameron.
Il provvedimento del governo Brown prevede anche il divieto agli ufficiali con incarichi di comando in Afghanistan di rilasciare dichiarazioni pubbliche, interviste e perfino di parlare con i giornalisti durante la campagna elettorale.
Difficile non mettere in relazione questa decisione con le forti critiche espresse da molti alti gradi militari nei confronti della gestione del conflitto da parte del governo laburista. Nell’autunno scorso alcuni soldati feriti e invalidi colpiti in Afghanistan si rifiutarono di incontrare il premier in visita all’ospedale militare nel quale erano ricoverati.
Per cercare di correre ai ripari e guadagnare popolarità presso i militari, Brown è recato in visita alle truppe in Afghanistan la settimana scorsa promettendo l’invio di 200 nuovi veicoli blindati protetti contro gli ordigni improvvisati talebani, la cui carenza ha determinati molte perdite tra le fila britanniche.
L’8 marzo il Daily Telegraph ha parlato di black-out informativo per scopi prettamente elettorali e il “ministro ombra” della Difesa, il tory Liam Fox, ha chiesto al premier di spiegare al Parlamento questa decisione accusando Brown di strumentalizzare l’operato delle forze armate per poi ridurle al silenzio.
Un portavoce del ministero della Difesa ha precisato che durante il periodo elettorale “l’attività di comunicazione del governo è ristretta per correttezza nei confronti di tutte le parti politiche” ma la giustificazione appare un po’ debole.
In Gran Bretagna i tentativi di censurare l’informazone sono inusuali e scatenano forti critiche, specie quando si tratta di operazioni belliche. Non sembra essere così in Italia dove i governi, di tutti i colori politici, hanno sempre applicato queste norme restrittive ai media con l’avvicinarsi di elezioni nel convincimento, diffuso tra i nostri politici, che la guerra non porti voti.
Nella primavera 2006, quando il conflitto iracheno era al suo culmine, il governo di centro-destra sospese l’accesso dei giornalisti alla base del contingente italiano a Nassiryah e ai comandanti venne vietato di rilasciare commenti e interviste anche se erano già rientrati in Italia.
Durante il successivo governo Prodi calò un muro di silenzio sugli ultimi sei mesi di missione in Iraq e soprattutto sulla missione a Herat, in Afghanistan, rimasta off-limits per i media fino alla caduta del governo di centro-sinistra.
Un provvedimento generalizzato e non limitato alle tornate elettorali.
A facilitare la censura sulle operazioni militari in Italia contribuisce poi l’assenza dello status di “embedded” che impedisce ai reporter di seguire i reparti militari in combattimento.
- Giovedì 11 Marzo 2010
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Commenti
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Il 13 Marzo 2010 alle 19:18 indigesto ha scritto:
Le guerre, di pace o non, sono una cosa seria. Ci vanno di mezzo vite, spesso giovani. Ed alla Stampa e alla politica converrebbe mantenere i giusti toni e specularci il meno possibile, o, meglio, non specularci affatto! Per quanto leggo in Inghilterra nessuno mai si sognerà di urlare “10, 100, 1000 Nassiryah!”. Basta già questo per distinguerli da noi; almeno mantengono il dissenso politico nei limiti del civile!
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