
Truppe britanniche e afghane a Helmand (Keith Cotton RLC, Crown Copyright)
Da anni ne parlano tutti, dalle autorità di Kabul ai leader dei Paesi della coalizione internazionale che schierano oltre 100.000 soldati sul campo di battaglia registrando perdite pari a quasi 1.700 militari, oltre mille dei quali statunitensi.
Il problema è che per ora i talebani non sembrano disposti a trattare, almeno finché saranno presenti nel Paese le truppe internazionali e se si esclude la resa di qualche leader locale con le sue bande armate non vi sono segnali di cedimento degli insorti.
L’ultima puntata della saga sorta intorno ai negoziati vede un aspro confronto tra Usa e Gran Bretagna, divisi sull’invito rivolto ai talebani dal Presidente afghano, Hamid Karzai, a partecipare a una conferenza di pace già questa primavera . L’Amministrazione Obama ritiene che colloqui con gli insorti potranno svolgersi solo dopo il raggiungimento di risultati militari sul terreno, in seguito all’offensiva appena conclusasi a Helmand e a quella già annunciata nel settore di Kandahar.
I britannici, sotto pressione da un’opinione pubblica sempre meno favorevole alla guerra e con un governo laburista messo sotto scacco proprio sui temi bellici in vista delle elezioni di maggio, premono affinché negoziati inizino il prima possibile. “L’idea di un impegno politico con coloro che potrebbero attaccare direttamente o indirettamente le nostre forze è difficile da accettare”, ha dichiarato il ministro degli Esteri David Milliband. “Ma il dialogo non è acquiescenza, e lo spazio politico non significa potere di veto o dominio. E’ ora il momento che gli afghani perseguano una soluzione politica con lo stesso vigore ed energia con cui noi stiamo perseguendo il nostro sforzo militare e civile”.
Un’opinione condivisa in realtà anche da molti ufficiali americani e forse dallo stesso segretario alla Difesa, Robert Gates, che il 10 marzo ha affermato che una parte delle truppe statunitensi attualmente in Afghanistan potrebbe fare ritorno a casa già prima del mese di luglio del 2011, data indicata dal presidente Usa per l’inizio del ritiro delle truppe.
Gates ha ovviamente precisato che questo ritiro anticipato potrebbe avvenire solo “se ci sono le condizioni di base” per poterlo realizzare. La voglia di “exit strategy”, dilagante a Londra, sembra contagiare anche Washington, cioè i due Paesi che forniscono il 95 per cento delle forze d’attacco alleate in Afghanistan. Peccato che i talebani non sembrino così entusiasti di sedersi in Parlamento a Kabul .
L’unico segnale incoraggiante, ma non certo di pace, per il governo afghano e gli alleati sembra giungere dalla provincia di Baghlan dove le milizie talebane e quelle del gruppo Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar si fronteggiano da giorni armi in pugno con un bilancio di oltre un centinaio di caduti da ambo le parti. Le due milizie estremiste islamiche erano fino a ieri alleate contro le truppe straniere e l’esercito afghano.
- Martedì 16 Marzo 2010
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Commenti
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Il 16 Marzo 2010 alle 17:05 erik36 ha scritto:
Gaiani, mai sentito parlare della proposta cinese? Venne fuori a Monaco, la Cina si era proposta di trattare con i taleban, gli USA rifiutarono, confermato da Kazi presente al congresso. Sarà cher non la voglion finire questa mattanza? Da esperto, se cessa l’uso delle aemi, che fine fa l’indistria USA rimasta la sola? Non ci vuole molta esperienza a capirlo, forse ci arrivi pure tu.
Il 16 Marzo 2010 alle 20:06 indigesto ha scritto:
Bisognerebbe capire anche quanto gli interessi inglesi distino da quelli americani sui vari progetti per la realizzazione di oleodotti e gasdotti in Afghanistan. Non se ne parla più..!
Il 16 Marzo 2010 alle 22:26 erik36 ha scritto:
C’è già l’Enel o Eni che sia, non ti preoccupare. Se ne parlò quando si dovevano mandare truppe in aiuto ai poveri marines, son carichi come somari che quando si trovano davanti ad un barracano è come avessero preso una purga, per questo usano i droni, non cagano.Se uno si tiene informato, non fa domande cretine.
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