Le relazioni tra questa vecchia coppia di amici non erano a un livello così basso da almeno una ventina di anni, da quando l’allora Segretario di Stato James Baker litigava con l’allora primo ministro Yitzhak Shamir per dare il via a colloqui con i palestinesi dopo la Guerra del Golfo del 1991. Il braccio di ferro andò avanti per settimane, ma alla fine lo vinse il leader del Likud che - dopo aver fatto un po’ di melina con il braccio destro di George H. Bush (padre) - non fece alcuna sostanziale concessione alle richieste di Washington. Volarono parole grosse, ma solo nei colloqui privati. In pubblico ci furono ferme prese di posizione, ma nessuna di queste andò sopra le righe.
Due decadi dopo, invece, davanti a tutto il mondo, sono partiti potenti schiaffi e (per risposta) sono stati usate espressioni inusuali, termini pesanti (se si pensa alla diplomazia e allo storico rapporto tra Israele e Stati Uniti). In realtà molti pensano che, visto le premesse, non potesse essere diversamente. Bibi Benjamin Netanyahu e Barack Obama erano in rotta di collisione da tempo e lo scontro è stato inevitabile.
Oggi la Casa Bianca usa frasi di circostanza (”Il legame con Israele è indissolubile” - ha detto il portavoce), ma la rabbia e la frustrazione dell’amministrazione è emersa così forte negli ultimi giorni da sfiorare il vero e proprio incidente diplomatico. Per Barack Obama l’annuncio della costruzione di 1600 nuovi appartamenti a Gerusalemme Est fatto dal governo israeliano durante la visita del suo vice Joe Biden è stata la peggiore delle provocazioni. Anzi, un insulto, come ha detto Ron Axelrold, uno dei più stretti collaboratori del Presidente degli Stati Uniti.
Allo schiaffo, in attesa di un gesto politico di riparazione (e non accontentandosi delle scuse verbali di Netanyahu), l’amministrazione ha risposto con un fuoco di fila di dichiarazioni dei suoi più alti esponenti - Hillary Clinton in prima fila - e con l’annullamento della prevista visita in Israele dell’inviato speciale per il Medioriente George Mitchell.
La parola “crisi” (tra i due paesi) non è più un tabù: è stata usata (per la prima volta dal suo insediamento) dall’ambasciatore israeliano a Washington, Michael B. Oren, durante colloqui telefonici con alcuni suoi colleghi, come riporta il New York Times.
E, come in tutte le crisi relazioni tra due persone, ce ne è uno che sta peggio dell’altro. In questo momento, quello in maggiore difficoltà sembra essere Barack Obama. La politica “determinata” di Netanyahu sta minando le fondamenta della strategia mediorientale del presidente americano. Complice anche chi, nel mondo musulmano, vuole che un fallimento dell’approccio americano.
Un anno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, il bilancio di Obama sul fronte mediorientale è ben magro: il rapporto con Israele è ai minimi storici. Anzi. Il governo di Gerusalemme non sembra aver alcun timore reverenziale del potente alleato. L’amministrazione sembra essere incapace di condizionare le scelte e le politiche dell’esecutivo guidato dal leader del Likud. E per ottenere quello che vuole, Obama non può certo spingersi troppo in là. Il rischio che si passi da una frizione a una frattura vera con Israele. Cosa che nessuno vuole.
Questa impotenza si riverbera sui rapporti tra gli Stati Uniti e il mondo arabo e musulmano. Dopo l’apertura di credito fatta a un Barack Obama molto attento al dialogo, sono in molti a chiedersi se il presidente americano sia in grado (o voglia veramente) inaugurare una nuova stagione. I Palestinesi hanno già mandato diversi segnali di disillusione, i regimi arabi moderati si sono mostrati spiazzati, gli interlocutori recalcitranti (come la Siria di Assad) frenano su di una apertura di credito, mentre gli avversari (come l’Iran) pensano di potere sfruttare la situazione a loro vantaggio. Il rischio è che torni l’Intifada palestinese (guidata da Hamas) e che la matassa iraniana non venga districata in tempo utile per evitare la corsa all’ordigno nucleare da parte di Teheran
La prudenza (debolezza ) di Barack Obama rischia di mandare a monte la sua stessa strategia in Medioriente.
Ma non solo. Da alcuni giorni a questa parte si alzano sempre più forti le critiche interne. Sono molti i parlamentari democratici vicini alle associazioni ebraiche degli Stati Uniti a lamentarsi apertamente rispetto all’atteggiamento della Casa Bianca. Gli attacchi pubblici al governo israeliano sono stati un “colpo di testa” , una “reazione sproporzionata e irresponsabile” - ha detto Steve Israel, deputato di New York.
Della crisi tra i due paesi parleranno nel prossimo week end Benjamin Netanyahu e Hillary Clinton davanti alla platea dell’American Israel Public Affairs Committee, una della associazioni ebraiche più potenti di Washington.
Il primo ministro israeliano arriverà nella capitale statunitense il giorno dopo che Barack Obama sarà partito per un lungo viaggio in Indonesia e Australia.
I due, comunque, non si sarebbero incontrati. Se il loro prima faccia a faccia nello Studio Ovale su all’insegna del gelo, questo meeting avrebbe potuto essere di fuoco. Meglio evitarlo.
- Mercoledì 17 Marzo 2010


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Commenti
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Il 17 Marzo 2010 alle 13:18 erik36 ha scritto:
E’ la stessa storia dei genitori che allevano figli concedendogli tutto e questi poi gli mancano di rispetto, è successo con tutte le creature degli USA dagli anni 30 in poi, quanti ne hanno allevati di ragazzini che poi gli mancarono di rispetto, contali tu Zurleni, non ti bastano le dita delle mani e dei piedi di 10 persone, io ho perso il conto, parti da Hitler, lascia perdere i sud americani, non ci inrteressano.
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