
Il Caro Leader Kim Jong-il (Credits: LaPresse)
Gli Stati Uniti hanno interessi strategici in Asia del Nord? Il triangolo Cina-Giappone-Corea è ancora oggi un territorio che Washington non ha intenzione di abbandonare? E, soprattutto, Barack Obama ha capito a che gioco sta giocando il Caro Leader nordcoreano?
Nonostante Pyongyang abbia dimostrato negli ultimi mesi di essere in qualche modo più disponibile a raggiungere un compromesso con i vicini asiatici e gli Stati Uniti, la certezza su se il regime coreano sia sincero o stia bluffando il resto del mondo potrà averla solo sfidandolo apertamente per costringerlo a reagire.
A Washington la posizione nei confronti di Pyongyang è arroccata su due convinzioni molto difficili da modificare. Da un lato gli Stati Uniti vorrebbero rimanere in attesa fino a quando le sanzioni economiche imposte alla Corea non costringeranno quest’ultima a rivedere la sua posizione sul nucleare. Dall’altro c’è chi resta convinto che negoziare con Pyongyang sia inutile dal momento che la storia ha già dimostrato che tutti gli accordi conclusi con la Corea del Nord non vengono mai rispettati.
Contemporaneamente, Washington non può abbandonare l’Asia del Nord. Oggi più di ieri alla luce del rafforzamento della Repubblica popolare nella regione. Ecco perché, per non dare l’impressione di essere il leader debole del tavolo negoziale a sei (cui partecipano Russia, Cina, Giappone e, naturalmente, le due Coree), gli Stati Uniti hanno bisogno di trovare un modo per convincere Kim Jong Il a rispettare il principio della non proliferazione nucleare. Per farlo è necessario muoversi con cautela, esplorando con Pyongyang tutte le strategie possibili per ridurre la tensione in Asia del Nord.
Quello che gli Stati Uniti non considerano è che il Caro Leader potrebbe non essere minimamente interessato a intavolare una trattativa bilaterale con Washington. A meno che non scenda in campo Pechino a far loro da spalla. La Cina è troppo importante per la Corea del Nord e, di conseguenza, raramente viene scelta come bersaglio delle iniziative aggressive di quest’ultima.
Il sostegno economico che da sempre la Repubblica popolare garantisce alla Corea potrebbe essere una strada attraverso cui iniziare a riformare il paese. Ma solo quando Pechino si renderà conto che la stabilità del regime coreano non necessariamente garantisce quella della regione, forse si avvicinerà alle posizioni di Washington e inizierà ad essere meno permissiva nei confronti del Caro Leader. Oggi la Cina non può ancora farlo: per garantirsi la sua collaborazione, Kim Jong Il ha persino concesso a Pechino l’affitto, per dieci anni, del porto di Ranjin, con il quale la Repubblica popolare ottiene, per la prima volta dopo cento anni, un accesso rapido verso il Giappone e la Corea del Sud.
- Mercoledì 17 Marzo 2010
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Commenti
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Il 17 Marzo 2010 alle 23:12 smoke36 ha scritto:
Ricordo accordi di anni addietro, dove la Corea del nord rinuncia a dei progetti in cambio di forniture di petrolio e in seguito la Corea protestò per il mancato rispetto di tali accordi e riprese la sua corsa agli armamenti. Può esser vero o meno, pero credo che non abbia tutti i torti, fin’ora gli USA di patti ne han rispettati ben pochi e sempre ricorso ad inganni per poi aggredire militarmente gli ex alleati. Luna. si provasse a credere meno tutto ciò che arriva da Washington? Si sono sempre rivelati infingardi e guerrafondai, possibile che abbia ragione loro? Sembrano il nostro Berlusconi, ne ha combinate di tutti i colori e la colpa è dei giudici. Pensa a goderti il più bel giorno e che l’unione duri a lungo in felicità. è l’augurio del “nonno”.
Il 20 Marzo 2010 alle 12:32 indigesto ha scritto:
A volte mi chiedo come mai la Corea del Nord non abbia capito nulla dei progressi fatti,in campo economico e sociale, dal suo vicino, il colosso cinese. Sarà pur vero che non ne avrà i mezzi e, semmai la voglia, di inondare il mondo di falsi (recentemente è stato scoperto, qui da noi, un colossale imbroglio sui falsi del made in Italy dell’abbigliamento) ma ci sono tanti altri campi in cui tentare d’imitarla, la Cina, piuttosto che nella produzione di missili ed armi atomiche!
Il 20 Marzo 2010 alle 16:43 fu36 ha scritto:
La Corea del sud è stata copera di dollari tanto da fare concorrenza al protettore, oltre i giapponesi, nei mercati latini dell’auto, ci sono pure i coreani, hanno spodestato i re dell’automobele, gli ingrati e gli USA andati a ramengo, cosa che non vuole fare la Cina. Altri copiano nostri marchi: formaggi, vini e specialità italiane, non sono cinesi, europei, il bischero vede solo quello che gli fa comodo. Hanno scoperto il cadavere di una ragazza di 16 anni sotto il tetto di una chiaesa, opera di radici cristiane, non fu un comunista ad ucciderla, forse due clerici, non mancano, oltre ai pedofili.
Il 21 Marzo 2010 alle 1:14 smoke36 ha scritto:
I capi firmati Dolce & Gabbana sono confezionati in Moldavia dove lo stipendio medio si aggira sui 150 euro al mese e un parlamentare 450 euro mensili, questo non è imbroglio, il titolare è italiano, uno dei tanti “benefattori” delocalizzato che diffonde il made in Italy mentre l’Italy affonda. Chi poi scrive dalla zona dove si concentra la produzione del falso a nero, potrebbe farne a meno di additare gli altri, non è migliore dei cinesi.
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