Se fino a qualche decennio fa era Benito Juarez, il primo presidente indio di tutte le Americhe, il mito messicano di oggi si chiama Joaquin Guzman Loera, soprannominato “el chapo”, il “corto” a causa della sua scarsa statura, proprio come il nostro Totò “u curtu” Riina. Meno ricco di Carlitos Slim, essendo “solo” 937esimo nella classifica di Forbes, Guzman Loera è considerato però dalla prestigiosa rivista statunitense il 41esimo uomo più potente al mondo, di gran lunga più influente di persone di cui si scrive molto, forse troppo, quali il presidente russo Dmitry Medvedev, l’israeliano Benjamin Netanyahu, il direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn e Oprah Winfrey.
Per non dire di Joseph Blatter, Nicolas Sarkozy, Steve Jobs, Jacques Rogge, Robert Zoellick e Hugo Chavez, anni luce dietro “el Chapo” nella particolare classifica dei potenti guidata da Barak Obama che oltre ai denari tiene conto dell’influenza nell’andamento reale del mondo.
Che poi “El Chapo” sia il narcotrafficante più ricercato del globo, con una ricompensa pari a 5 milioni di dollari offerta dal governo degli Stati Uniti (se avete notizie potete scrivere qui) e di 2 milioni di dollari da quello messicano a chiunque sia in grado di dare informazioni utili alla sua cattura, è un dettaglio trascurabile. Sia per Forbes che per la maggior parte dei messicani.
E che “el Chapo” sia considerato in patria una leggenda lo dimostrano le decine di canzoni a lui dedicate, i cosiddetti “narco corridos”, che invadono la rete e rendono persino difficile trovare su Internet informazioni non celebrative nei suoi confronti.
Una delle ultime ballate apologetiche dedicate a “el Chapo”
La realtà, come spesso accade con certi miti, è però assai differente da quella cantata nelle feste popolari messicane. A capo dell’organizzazione criminale “Alleanza di sangue”, più nota come Cartello di Sinaloa, Guzman Loera, 53 anni, è un uomo spietato, sanguinario e, soprattutto, astuto e senza scrupoli. Il suo “mito” inizia all’inizio degli anni Ottanta quando entra in affari con Miguel Angel Felix Gallardo, alias “El Padrino”, fondatore del primo cartello della droga, quello di Guadalajara e all’epoca boss incontrastato del traffico di cocaina in Messico, ma si consolida il 24 maggio del 1993 quando riesce ad evitare un agguato tesogli dai membri dell’organizzazione rivale dei fratelli Arellano Félix, alla guida del Cartello di Tijuana.
Al posto di Guzman Loera viene però colpito il cardinale Juan Jesus Posadas Ocampo e naturalmente l’omicidio desta un enorme scalpore internazionale, che porta all’intensificarsi delle indagini di FBI e Interpol, per i quali oggi “El Chapo” è il latitante numero uno, il “most wanted” al mondo. Anche perché, nel frattempo, la sua “Alleanza di sangue” era diventata il cartello numero uno in Messico.
Un “mito” quello de “El Chapo”, che aumenta quando, sempre nel 1993, viene scoperto a Tijuana, ovvero in teoria in “territorio nemico” un tunnel sotterraneo lungo 443 metri che attraversa la frontiera tra Messico e Stati Uniti e usato dai suoi uomini per esportare cocaina verso San Diego e importare armi da guerra. Arrestato poche settimane dopo la scoperta del tunnel, Guzman è riuscito però ad evadere nel 2001 da un carcere di “massima sicurezza” vicino a Guadalajara, nello stato di Jalisco, la capitale mondiale del tequila.
Forse aveva dato bere troppe bottiglie del celebre liquore ai suoi carcerieri o, assai più probabilmente, li aveva corrotti. Una vera disdetta perché di lì a poco, infatti, sarebbe dovuto essere estradato negli Stati Uniti. Di certo c’è che, dopo avere vissuto per otto anni in prigione come un vero pascià, il 19 gennaio del 2001 “El Chapo” è uscito tranquillamente da quel carcere di “massima sicurezza” in un pulmino lavanderia, nascosto tra la biancheria sporca degli altri detenuti. Da allora continua ad essere uccel di bosco e la sua leggenda continua a crescere, trasformandolo in una sorta di Jesse James messicano.
Di sicuro è abilissimo nel sottrarsi alle ricerche tanto che il presidente messicano Felipe Calderon è dovuto intervenire di recente negando ogni protezione del governo.
Ora, dopo le violenze che hanno colpito anche alcuni funzionari del consolato statunitense a Ciudad Juarez, Guzman è di nuovo al centro dell’interesse di Washington (a dargli la caccia è soprattutto la Dea) per alcuni avvistamenti delle ultime ore. Il cerchio sembra insomma stringersi intorno a “El Chapo”.
- Venerdì 19 Marzo 2010

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Commenti
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Il 19 Marzo 2010 alle 16:38 fu36 ha scritto:
Egr. Manzo, va fatta una precisazione. Il termine cartello nacque a Medellin da un Certo carlos e non ricordo il cognome, non da Pablo Escobar come erroneamete sk crede. Cosnsisteva in una idea geniale, garantire le forniture di merce buna in cambio di pagamenti buoni. Nel caotico e disorganizzato traffico di droga dollari, succedava spesso che fornitori e forniti prendevano sonore fregature, il Carlos ideo una specie di assicurazione ad entrambi, fornitori e clienti in cambio di una percentuale sul volunme di scambio. l’organizzazione agiva a livello internazionale e chi sgarrava, sia cliente che fornitore, non aveva scampo, non poteva più sgarrare. Chi si rifiutò di sottoscrivere l’assicurazione, furono le famiglie di Cali e iniziò la lotta tra i due clan, detta cartello quella di Medellin e altrettanto quella di Cali che operava dal Pacifico. Carlos che non condivideva i metodi bestiali di lotta, si pentì e costituì negli USA vivendo tranquillo e pacifico protetto dagli USA coi quali collaborò e scosi scoprirono nell’onorevole Pablo Esacobar, membro del governo colombiano. Ora il termine cartello è improprio, più adatto sarebbe famiglie. Mi perdoni questa sottile precisazione, è solo per buon uso dei termini, come quello di traffico, è commercio, droga-armi, affari, che sia un traffico intenso non vi è dubbio ma si tratta di grossi affari di cui ne hanno più bisogno gli USA che gli altri paesi, primo per la loro industria e secondo per non che gli statuniotensi soffrano di astinenza. Ossequi.
Il 19 Marzo 2010 alle 22:11 smoke36 ha scritto:
Caro Paolo, l’articolo sulla morte del dissidente a Cuba ha sollevato proteste, cosa passata inosservata in Svizzera dove un nigeriano di 29 anni, è morto a seguito dello sciopero della fame, aveva chiesto asilo politico che le autorità elvetiche gli negarono e stavano per estradarlo. Un Cubano vale più di un nigeriano?
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