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Isaias Afeworki, 64 anni, ex capo militare del Fronte di liberazione, al potere in Eritrea da quasi vent’anni
Testo e foto di Giovanni Porzio, da Asmara
Riceve negli uffici presidenziali della villa neoclassica nel centro di Asmara dove abitò Ferdinando Martini, primo governatore civile (1897-1907) della “colonia primogenita”.
Isaias Afeworki, 64 anni, ex capo militare del Fronte di liberazione, al potere da quasi vent’anni, è nel mirino di Washington, dell’Onu e delle associazioni umanitarie che lo accusano di sostenere gli integralisti islamici in Somalia, di avere instaurato una feroce dittatura, di soffocare il dissenso e di violare i fondamentali diritti dei 5 milioni di cittadini eritrei.
Per tre ore, nel corso di una rara intervista esclusiva, Afeworki ha risposto alle domande di Panorama.
- Isaias Afeworki, 64 anni, ex capo militare del Fronte di liberazione, al potere in Eritrea da quasi vent’anni
Lei è accusato di armare e addestrare gli integralisti islamici in Somalia. Come risponde?
È falso. Noi non crediamo che la religione possa risolvere i problemi. Quando gli uomini sono disperati si rifugiano in dio e nella religione. Succede anche in Africa, ma noi non pensiamo che l’islam radicale o la sharia siano una soluzione. La disintegrazione della Somalia minaccia la stabilità dell’intera regione e questo ci preoccupa: vogliamo che torni a essere un paese normale. Shabab è un’organizzazione somala: noi apprezziamo la sua ideologia? No, non condividiamo in nessuna maniera la sua ideologia. Non condividiamo alcuna ideologia basata sulla religione.
Eppure le sanzioni sono state imposte perché siete accusati di appoggiare Shabab.
Senza prove nessuno può essere accusato o condannato. E non c’è alcun elemento a nostro carico. Il Consiglio di sicurezza afferma che abbiamo organizzato un incontro con esponenti islamici. Non è vero: Shabab ha rifiutato il nostro invito a partecipare a una conferenza affermando che si trattava di un raduno “laico”. Sarebbe questa la prova del nostro appoggio ai radicali islamici?
Ma allora perché sono state approvate le sanzioni?
Sono il risultato delle frustrazioni prodotte dal fallimento delle poltiche degli Stati Uniti nella regione negli ultimi 20 anni. Dalla caduta di Siad Barre Washington non ha mai compreso la realtà della Somalia: prima hanno mandato le truppe per eliminare il generale Aidid e poi, dopo gli attentati in Kenya e in Tanzania, hanno appoggiato i warlord con il pretesto di combattere il terrorismo. In Etiopia il governo sopravvive solo con il puntello di Washington: per questo nel 2006 ha occupato Mogadiscio. Noi siamo il capro espiatorio di queste politiche fallimentari.
Ci sono cambiamenti con l’amministrazione Obama?
Gli Stati Uniti sono in crisi, non solo in Iraq o in Afghanistan ma al loro interno. Obama è stato eletto con una agenda che prometteva molte cose al popolo americano e ai popoli di tutto il mondo. Le aspettative erano elevate. Ma ora Obama deve lottare per superare le difficoltà economiche. Nonostante le buone intenzioni non vedo cambiamenti significativi. Sulla questione israelo-palestinese non ci sono risultati. In Iraq non si vedono sbocchi. L’Afghanistan è un altro grosso problema. L’Iran è un rompicapo, per non parlare della crisi commerciale con la Cina. Siamo realisti: cosa può fare Obama per risolvere tutti questi problemi?
Ci sono negoziati in corso con l’Etiopia sulla questione del confine?
La commissione internazionale ha risolto la disputa. Cosa resta da negoziare quando è stato firmato un accordo definitivo e vincolante? La questione non è giuridica ma politica.
Le sanzioni entreranno in vigore in giugno. E’ disposto a fare un gesto per scongiurare l’applicazione dell’embargo? Per esempio riconoscere il governo di transizione somalo?
Sarebbe come ammettere di aver commesso un crimine. Perché dovremmo fare un regalo a chi vuole imporci un embargo ingiustificato? Il governo somalo non rappresenta nessuno fuori Mogadiscio. Ed è illogico chiedere all’Eritrea di fare un gesto per ottenere la riconoscenza degli Usa. Dobbiamo trovare una soluzione durevole al problema somalo. La soluzione è riconoscere il governo di Mogadiscio? Certamente no.
Che rapporti avete con l’Italia? La magistratura italiana accusa l’assessore al Turismo della Lombardia Pier Gianni Prosperini di avere intascato una tangente di 800 mila euro sulla vendita all’Eritrea di 8 pescherecci dei Cantieri Navali Vittoria…
Molto prima che la magistratura italiana si muovesse abbiamo capito che c’era qualcosa di strano nei comportamenti di Prosperini e negli affari che ci proponeva in Lombardia e altrove. Non è nostro compito stabilire se è corrotto o meno, ma sentivamo che c’era qualcosa di losco e abbiamo interrotto ogni rapporto di affari con lui. I nostri contatti non sono durati più di un anno.
Prosperini afferma di essere stato nominato colonnello dell’esercito eritreo…
Guardi, l’esperienza ci ha insegnato a capire se una persona puzza. Sono lieto che anche la magistratura italiana se ne sia accorta, ma noi ce n’eravamo resi conto molto prima. Lui era un politico eletto, un personaggio di spicco. Come mai nessuno si è accorto di ciò che faceva? Per ragioni di interesse? Per noi è un capitolo chiuso.
E come sono oggi i rapporti politici e commerciali tra Eritrea e Italia?
I contatti con uomini d’affari e investitori italiani sono sempre stati ottimi, anche in virtù dell’eredità storica del passato, che non si può cancellare: la politica cambia, i governi possono cambiare ma i legami restano. Oggi la situazione non è favorevole agli investimenti e agli scambi commerciali, ma questo è soprattutto un problema dell’Italia. I mutevoli governi italiani non hanno mai avuto una politica chiara nel Corno d’Africa: vorremmo vedere l’Italia impegnata nella regione in modo più articolato e incisivo.
Prosperini è anche sospettato di avere trafficato in armi con l’Eritrea. Avete mai acquistato armi in Italia?
Nessun traffico. Avevamo un rapporto con la Beretta per l’acquisto di una o due armi. Ma non è stato per interessamento di Prosperini. Avevamo anche un’intesa per la nostra aviazione: all’inizio pensavamo che l’Italia potesse essere il nostro partner. C’erano trattative con Aermacchi per gli aerei e con Agusta per l’acquisto di elicotteri: c’era un’intesa bilaterale tra Italia ed Eritrea per la nostra aviazione e per la marina. Ma quell’epoca Prosperini non c’era, non c’era nessun mediatore. Era un’intesa reciproca e condivisa.
Dunque avete acquistato aerei Aermacchi ed elicotteri Agusta?
Si, abbiamo gli aerei. Ma non c’è stato bisogno di alcun mediatore. Quando si hanno rapporti con grosse società non si scende a livelli così bassi. E’ la solita storia: il tentativo di associare l’Eritrea a un mascalzone in Italia.
Dove acquistate le armi?
Non ne compriamo, quasi.
Non ne avete bisogno?
Avere un esercito è una necessità ma le migliori armi che abbiamo sono un’eredità della guerra: armi leggere e di medio calibro, vari tipi di carri armati, artiglieria. Qualcosa abbiamo comprato ma la nostra preoccupazione principale dopo la liberazione era l’aviazione e anche in questo caso pensammo prima di tutto all’Italia. Comunque è una questione di priorità: c’è bisogno di costruire l’economia o un esercito? Certo la guerra con l’Etiopia ci ha costretti a determinate scelte, ma siamo stati parsimoniosi. Ci siamo detti: non dobbiamo cadere in ostaggio dell’insicurezza, dobbiamo piuttosto comprare più trattori, più macchine e materiali per la costruzione di strade, dobbiamo investire nelle infrastrutture per la nostra agricoltura. Perché dovremmo comprare armi? Abbiamo conosciuto la guerra, sappiamo cosa significa per la società e ne stiamo ancora pagando il prezzo.
Però le statistiche dicono che l’Eritrea spende più del 6 per cento del suo budget per le forze armate…
Non spendiamo niente per le armi. Quando hai un esercito in servizio e un esercito di riserva e devi pagare i salari e i rifornimenti. Siamo costretti a essere vigilanti. Spendere denaro per acquistare armi è un’altra cosa. Preferisco comprare cento trattori piuttosto che un singolo carro armato.
Video: l’Eritrea finanzia i gruppi terroristici somali?
L’Eritrea viene paragonata alla Corea del Nord. Che effetto le fa?
Dovrebbe chiederlo a chi fa questo paragone. Abbiamo armi atomiche? Abbiamo tecnologie nucleari? Quali sarebbero le similitudini?
L’isolamento internazionale, un regime a partito unico…
Il paragone con la Corea del Nord ha lo scopo di demonizzare il governo eritreo: una tecnica in auge durante la guerra fredda, quando gli avversari venivano classificati come nemici e calunniati dalla propaganda. Lo abbiamo visto anche di recente. A nessuno piaceva il regime di Saddam, ma tutti sapevano che non aveva armi di distruzione di massa. Quando non si hanno prove a sostegno di una tesi si demonizza l’avversario. Come si può paragonare l’Eritrea alla Corea del Nord?
In Eritrea come in Corea ci sono violazioni dei diritti umani, non c’è libertà di stampa, gli oppositori politici finiscono in carcere…
Tutte queste accuse provengono da Washington. Ma qual è la posizione degli Usa rispetto alle monarchie? Cosa dicono a Washington dell’Arabia Saudita? Cosa dicono del Medio Oriente? E della stessa strategia americana nel mondo? Come possono accusare l’Eritrea di violare i diritti umani, religiosi e politici e la libertà di stampa? Siamo una nazione tollerante dove cristianesimo e islam hanno convissuto in armonia per secoli.
Per quale motivo avete espulso dall’Eritrea quasi tutte le Ong e le agenzie dell’Onu?
Non le abbiamo espulse. Chiunque vuole aiutarci è benvenuto. Ma nessuno può dirci: abbandonate i vostri programmi e adottate i nostri. Non lo accetto. Vogliono fare tutto al nostro posto, decidere i progetti e realizzarli spendendo un sacco di denaro per gli esperti che vengono dall’estero. Pretendiamo trasparenza e responsabilità contabile. Non si può spendere denaro per pagare i salari di qualche pensionato straniero: dobbiamo far lavorare la nostra gente.
D’accordo. Ma quali problemi sono sorti con le agenzie dell’Onu?
Lavoravano a beneficio di altri. Quanti cosiddetti esperti vengono impiegati da queste agenzie in Africa? E quanto denaro viene speso? E’ devastante, perché dove sono loro non è possibile sviluppare le capacità e le istituzioni locali. Impiegano esperti stranieri mentre gli esperti locali non trovano lavoro e sono costretti a emigrare. Si potrebbe impiegare manodopera locale a prezzi ragionevoli e invece si assume gente da fuori.
A proposito della missione dei caschi blu dell’Onu sul confine etiopico: per quale motivo se ne sono andati?
Il loro mandato era chiaro: restare fino alla sentenza della commissione internazionale sulla disputa di confine. Dopo il verdetto la loro presenza non era più necessaria. Perché avrebbero dovuto rimanere? I caschi blu non erano più di 5 mila e il loro budget annuale era di 200 milioni di dollari. In 5 anni fa un miliardo di dollari! Qualcuno sa come sono stati spesi?
L’Eritrea ha un regime monopartitico e non ci sono libere elezioni. Come descriverebbe il sistema politico del suo paese?
Non è uno stato a partito unico. Per costruire una nazione dopo 30 anni di guerra per l’indipendenza ci vuole molto tempo. A causa delle interferenze e degli interventi esterni questo processo non è affatto semplice.
Come può affermare che non ci sia un regime a partito unico? Non esistono partiti di opposizione.
Intendo dire che per ovvie ragioni non ci sono oggi alternative.
Ma pensa in futuro di introdurre un sistema multipartitico e libere elezioni?
Il sistema politico è un mezzo non un fine in sé. La costruzione della nazione è per noi il principale obiettivo e siamo ancora nello stadio iniziale di questo processo: fra venti o cento anni le cose saranno diverse. Ci sono paesi in Africa che sono riusciti a edificare uno stato? Sono tutti in preda a crisi provocate da un multipartitismo che polarizza le società. Il pluralismo senza una profonda trasformazione sociale conduce alla frammentazione della società e a continue crisi interne.
Ma come può la gente partecipare alla costruzione nazionale se non esistono partiti? In che modo la gente può esprimersi?
Attraverso le organizzazioni di base. Ci sono organizzazioni dei giovani, delle donne, sindacati dei lavoratori e il Fronte è presente in tutto il tessuto sociale. Ma ci sono altri strumenti di rappresentatività a tutti i livelli: regioni, province, villaggi, comunità.
E la libertà di stampa? La libertà di espressione? La possibilità di esprimere le proprie opinioni?
La libertà di stampa non esiste. Con la globalizzazione siamo diventati schiavi dei gruppi che controllano i media, le nostre menti e le nostre vite. E’ un insulto all’intelligenza parlare di libertà di stampa. L’informazione è manipolata. Qui abbiamo le organizzazioni di base: non si fa informazione solo con i giornali, i programmi tv o radiofonici. Ci sono riunioni a livello di villaggio in cui la gente è libera di esprimersi.
Quindi lei afferma che in Eritrea c’è libertà di espressione, libertà di protestare e di criticare il governo?
Non poniamo limiti alla libertà di espressione. Non solo qui, anche nella diaspora. Si dice che poiché siamo un paese piccolo, con polizia e apparati di controllo, alla gente non è permesso esprimere le proprie opinioni. Ma come può un governo o un’istituzione funzionare senza la partecipazione della gente? Quando mettiamo a punto un programma educativo, sanitario, agricolo teniamo conto dei punti di vista dei cittadini, che sono liberi di esprimersi.
Ma i dissidenti del movimento G15 sono stati arrestati nel 2001. E perché sono da quasi 10 anni in carcere senza processo?
Cosa avremmo dovuto fare, dal momento che la sicurezza nazionale del paese e la sua stessa esistenza erano minacciate da individui che dall’interno del proprio paese cercavano di distruggerlo? La vicenda si è verificata in tempo di guerra, una guerra provocata, ed è il risultato di un intervento esterno. Non è il risultato di una normale dinamica politica all’interno del paese.
Si è trattato di un complotto?
Era una cosa molto seria. E come avremmo dovuto risolverla? Con il plotone di esecuzione? Abbiamo cercato di contenere la minaccia, di limitare i danni alla sicurezza nazionale. Dal 1998 abbiamo assistito a vari tentativi di interferenza esterna allo scopo di indebolire e distruggere questa nazione. Abbiamo il diritto di combattere per difendere la nostra esistenza, la nostra stabilità.
I detenuti saranno giudicati o resteranno per sempre in carcere?
Non ha importanza. Perché come ho già detto si è trattato di una manovra esterna che ha minacciato la nostra sicurezza nazionale.
Alcuni degli arrestati erano suoi amici, suoi compagni per molti anni durante la guerra di liberazione, come Petros Solomon, ex ministro della Difesa e degli Esteri. Cosa ha provato quando li ha fatti arrestare?
Per me non è una novità. Durante la guerra di liberazione molti compagni hanno disertato e sono passati al nemico: erano pronti a ucciderti, a uccidere la tua gente.
Ma non prova alcun rammarico per la sorte dei suoi ex compagni?
Col tempo si impara a convivere con questi sentimenti. Hai un obiettivo, uno scopo: vorresti vedere ognuno fare bene il proprio lavoro. L’episodio a cui lei si riferisce è recente ed è stato facile superarlo. Durante la guerra di liberazione, quando i compagni disertavano, anche da posizioni di alta responsabilità, e passavano al nemico, era molto più duro.
Perché così tanti giovani eritrei emigrano clandestinamente?
Se ne vanno perché cercano nuove opportunità di lavoro. Noi siamo sotto assedio e quando la gente si sente soffocare vuole andarsene, cercare un’alternativa di vita, avere una casa, un buon salario, costruire la propria famiglia. L’errore è pensare che andando in Europa o in Medio Oriente si possa avere una vita facile. Vorrei poter dire ai giovani che sbagliano, ma nessuno mi ascolterebbe. In Europa anche gli operai specializzati vengono licenziati: come può un emigrante che arriva dall’Africa senza alcuna istruzione trovare un lavoro?
I giovani se ne vanno anche per sfuggire al servizio militare obbligatorio?
No. Anche perché il servizio militare è spesso solo teorico. Si fa l’addestramento dopo la fine della scuola superiore e poi si va al college o all’università: non si è obbligati ad arruolarsi nell’esercito. E’ vero, i giovani restano coscritti, ma se hanno studiato e hanno un lavoro non sono obbligati a entrare nell’esercito.
Ma qual è il livello dei salari in Eritrea?
Dobbiamo ancora raggiungere l’obiettivo che il salario sia compatibile con il livello di produzione raggiunto in un detreminato settore. L’agricoltura, la pesca, il turismo non si sono sviluppati in modo tale da poter impiegare il maggior numero di persone con un salario adeguato.
Avete un problema di fame, di denutrizione in Eritrea?
No. Nel settore della sicurezza alimentare abbiamo ottenuto importanti risultati. Fame e carestia causate dalle ricorrenti siccità sono sempre in agguato. Ma aiutiamo chi non è in grado di acquistare cibo sul mercato.
Con la tessera alimentare e il razionamento?
Si. Siamo riusciti a mettere in piedi un efficiente sistema di distribuzione e di produzione alimentare. Ma non è sempre sufficiente. Dobbiamo importare, mobilitare risorse per comprare cibo e colmare il gap.
Quali sono le principali fonti di valuta per acquistare il carburante e i generi alimentari all’estero?
L’esportazione di alcuni prodotti, bestiame, pesce, e anche una parte delle rimesse. Gli emigranti di fronte al blocco hanno trovato i sistemi per aggirarlo.
E poi le miniere d’oro e di zinco. Avete concluso accordi con oltre 20 società australiane, canadesi, cinesi: accordi che prevedono per il governo eritreo quote del 40 per cento. Non pensa che le sanzioni possano bloccare questi progetti?
Ci possono essere ostacoli politici se il governo Usa o il dipartimento di Stato vietassero a una società americana di lavorare qui. Ci hanno già provato. Le banche che dovevano finanziare le società minerarie sono state minacciate, hanno tentato di bloccare i progetti: ma molte hanno detto di no. Per fortuna le società private hanno i loro interessi, che non coincidono con quelli dell’amministrazione di Washington. L’embargo è destinato a fallire.
E’ corretto definire l’Eritrea un paese con un’economia di stampo sovietico, pianificata a livello centrale, dove non c’è posto per la proprietà privata?
No. Al momento della liberazione tutta l’economia era statalizzata. E la prima cosa che abbiamo fatto è stata restituire i beni ai legittimi proprietari. Il livello di sviluppo della nostra economia richiede un intervento massiccio del governo, ma il governo non può fare tutto. Purtroppo molte delle fabbriche e delle attività commerciali privatizzate non hanno avuto successo: non si può esportare se non si hanno prezzi competitivi e prodotti di qualità. I prodotti tessili eritrei devono competere con i prodotti pakistani, indiani, cinesi. Non basta la buona volontà, non basta privatizzare perché un’industria produca bene e sia competitiva.
I prezzi dei generi di base sono aumentati, c’è molta inflazione. E il governo deve sovvenzionare i beni di consumo primari.
Sovvenzioniamo un certo numero di beni. Il carburante è sovvenzionato. Ma non lo facciamo per generosità. Lo facciamo perché se sovvenzioniamo il carburante aiutiamo la gente a ridurre i costi di produzione in modo che possa produrre di più.
- Venerdì 26 Marzo 2010

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Commenti
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Il 26 Marzo 2010 alle 17:10 Panorama News 26 marzo 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:
[...] L’Eritrea finanzia il terrorismo? La parola al presidente Afeworki [...]
Il 27 Marzo 2010 alle 0:45 bush ha scritto:
Belissima intervista!!!
Questo si che e un Presidente con i coglioni.
E raro vedere interviste cosi franche con presidenti o capi di stato. Sono sempre fltrate dai spin doctors …! Segno che abbiamo a che fare con un LEADER .
Magari avevamo questo tipo di leadership in altri paesi..
In altri paesi i leader sono scelti da sia i lobby group come negli USA, dai paesi occidentali (FRANCIA,UK,USA,etc..) per le ex-colonie oppure multinazionali nel resto del mondo.
Qui abbiamo a che fare con un vero LEADER!!
Speriamo che continui.
Il 27 Marzo 2010 alle 1:33 smoke36 ha scritto:
Fosse fascista sarebbe un mito, non lo è e quindi sta sulle palle a Washington. Gli USA sono andati dal culo per sconfiggere il comunismo e silenziosamente il comunismo cinese li ha messi in ginocchio e mo so caz.
Il 30 Marzo 2010 alle 6:40 asmarino ha scritto:
Un vero LEADER le mie palle! Questo e’ un vero dittatore che ha ridotto la bella Eritrea in un angolo che fa piena’ e che ha creato una grande sofferenza per il popolo eritreo.
Un megalomaniaco che, a 64 anni, non vuol capire che la sua ossessione con il potere e’ la causa principale della miseria della nazione eritrea. Questo spiega il fatto che ha un unica interpretazione di cosa sia la democrazia,
se ne frega dei suoi colleghi che ha trucidato, dei giovani che muoiono nel deserto Sahara e nel Meditterraneo, del servizio militare eterno, ecc.
E’ diventato, come i tutti “petty” dittatori, un esperto dei problemi altrui (America, ONU, ecc.) e rifiuta ogni argomento o domanda sensibile che riguardua lo stato miserabile in cui si trova l’Eritrea.
C’e’ tempo per tutto…e il giorno della vera liberta’ del popolo eritreo non e’ distante. Nel frattempo, che Iddio ci protegga dalla stupidita’ di questo dittatore e i suoi “soldati” nella diaspora.
Il 1 Aprile 2010 alle 2:54 pedrosprimo ha scritto:
Condivido pienamente quello che dice Asmarino, evidentemente bush non sei per niente informato sul
dittatore sanguinario e per niente democratico Afworki.
Dio ce ne liberi e scampi da esseri simili altro chè
bisognerebbe averne uno in Europa!!!
Fa vendere dai suoi scagnozzi al mercato i beni umanitari
inviati dall’Onu e dall’Europa, questo l’ho visto io con i
miei occhi!!! La popolazione non puo’ proferire parola su tutto cio’ vivono nel terrore e, in quanto al servizio militare …. la sua dichiarazione è falsa!!! Ho visto io
militari rastrellare nelle case, strade e davanti alle scuole ragazzi e ragazze dai 14 anni in su e portarli via!
La gente muore di fame, nei negozi non c’è più niente, scarseggia la benzina e tutto il resto.
Caro Bush dovresti andare anche tu e vedere con i tuoi occhi e così potrai capire che il tuo inneggiare al “dittatore” è UN NON SENSE.
Aiutiamo gli eritrei a tornare Liberi, e non vedere violati i loro diritti umani.Bush secondo te perchè questa
povera gente scappa da quell’inferno?
I giovani rinchiusi nei containers, torturati sotto il sole e lasciati morire.
Informati … informati.
Quante madri piangono i loro mariti e figli!!
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