
di Anna Zafesova
I membri del movimento giovanile Nashi, i giovani seguaci di Vladimir Putin, al raduno annuale sul lago Seligher, prima di incontrare il loro leader, si sono visti consegnare un foglietto con la lista delle parole da non pronunciare: «soldi, Medvedev, aiuto, presidente, inefficiente, Cremlino». È solo uno dei molti segni della tensione che oggi c’è fra il premier russo e il presidente Dmitri Medvedev. Al Cremlino dicono che ormai, quando si siedono a faccia a faccia, nell’ufficio che prima fu di uno e ora è abitato dall’altro, per mostrare settimanalmente alla Russia il funzionamento perfetto della loro «tandemocrazia», sotto il tavolo mettano un registratore, perché non si fidano.
La loro gelosia reciproca raggiunge ormai, almeno secondo i gossip moscoviti, il ridicolo. Al punto che per oscurare l’ex primo cane Cony, la labrador nera di Putin che da anni domina i teleschermi, l’ex gattaro Medvedev avrebbe schierato a una mostra cinofila ben tre cani, facendo vincere ai suoi splendidi setter inglesi e golden retriever (ovviamente dotati di un pedigree più lungo di quello degli zar) tutti i premi.
Ma il vero premio, la presidenza 2012, resta ancora lontano, anche se entrambi hanno già annunciato di volerlo. Due anni dopo l’elezione del «delfino» Medvedev alla presidenza della Russia e il trasloco di Putin nella poltrona di premier, la tandemocrazia appare minata irrimediabilmente. Formalmente tutto fila liscio, però la strana coppia che governa la Russia passa ormai il tempo a contraddirsi, a smentirsi, a farsi dispetti. E il fatto che entrambi insistono che nel 2012 si candideranno (per un mandato che, dopo gli emendamenti costituzionali, non dura più quattro anni, bensì sei) lancia brividi lungo la schiena delle élite russe.
Per i primi due anni le divergenze tra il presidente e il premier sono state per lo più stilistiche. Medvedev ha esordito lanciando alcuni segnali che hanno fatto palpitare di speranza i liberali: ha incontrato i rappresentanti delle ong, ha dato la prima intervista alla Novaya Gazeta, il giornale della giornalista assassinata Anna Politkovskaya, ha pronunciato senza smorfie parole come libertà e diritti umani, ha auspicato una riforma elettorale per riesumare l’opposizione e limitare i brogli. Ma appena ha provato a muoversi senza il telecomando è stato subito umiliato in pubblico.
Due anni fa, al suo primo G8 Medvedev promise di sostenere le sanzioni contro il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe. Formalmente è il presidente a decidere la politica estera russa, ma il capo della diplomazia Sergey Lavrov è un putiniano, e pochi giorni dopo al Palazzo di vetro il rappresentante di Mosca bloccò la punizione contro Mugabe. Una dichiarazione di guerra, che dopo due anni si combatte ancora.
Se Putin, che festeggia i 10 anni al potere (venne eletto presidente nel marzo 2000), aveva definito il crollo dell’Urss «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», Medvedev confessa di non averne alcuna nostalgia: «La società di allora, la sua ideologia e i suoi principi mi sono totalmente estranei, non tornerei al passato neppure per un momento» ha confessato a Parigi, dove è andato a celebrare i due anni di presidenza con Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, un altro dispetto a Putin che dalla sua carica è costretto a frequentare aziende agricole disagiate e fabbriche con operai ribelli.
Certo, chi comanda nel tandem è evidente a tutti. A Forbes, che mette Putin al terzo posto nella classifica dei politici più influenti riservando a Medvedev il 43°, una posizione sotto Igor Secin, il falco braccio destro di Putin famoso per avere orchestrato la distruzione dell’oligarca-dissidente Mikhail Khodorkovsky. Ma anche ai sociologi che danno il premier stabilmente in testa nei consensi, con un netto distacco rispetto al delfino, e ai russi che in gran maggioranza ritengono che l’evento politico dell’anno sia la diretta tv fiume del premier che dialoga con i concittadini, non il discorso del presidente sullo stato della nazione a camere riunite.
Il giovane presidente, tuttavia, sta conducendo un’offensiva sempre più serrata: ha licenziato governatori (putiniani), ripreso ministri che si permettevano di ignorarlo, cacciato generali e comandanti della polizia (fra gli altri il capo della polizia di Mosca Vladimir Pronin, fedelissimo del potente sindaco della capitale Sergei Luzhkov) in una purga che in pochi giorni ha fatto più vittime di quante ne avesse fatte Putin in otto anni di presidenza.
Ha poi ordinato la riforma del ministero dell’Interno (18 alti funzionari silurati in pochi giorni fra generali e capidipartimento, oltre a 20 dirigenti del servizio federale dei penitenziari), con drastici tagli e punizioni per i poliziotti corrotti. Ha chiesto una riforma della giustizia, ha piazzato uno dietro l’altro i suoi uomini nei ministeri, si è scontrato con i putiniani di Russia unita nella Duma. E soprattutto ha attaccato le corporazioni statali, quelle megaholding che Putin ha trasformato in roccheforti economiche del consenso, minacciandole di demolizione e lanciando (con un saggio pubblicato sul giornale online d‘opposizione Gazeta.ru, dal titolo «Avanti Russia») un manifesto di «modernizzazione» violentemente critico verso il regime da lui stesso guidato: corruzione, assenza di democrazia, arretratezza, economia troppo dipendente dal petrolio, burocrazia asfissiante, giustizia usata come manganello dal potere.
«Finalmente abbiamo un leader dell’opposizione» ha ironizzato Andrey Nechaev, uno dei capi dei liberali degli anni Novanta. «Ha promesso un disgelo, ma a guardare i risultati ha creato solo un pantano di fango» è ancora più duro Vladimir Milov, direttore dell’Istituto della politica energetica e convinto critico di Putin. Le ribellioni di Medvedev vengono infatti seguite puntualmente da rassicurazioni sull’intesa fra i due leader «dallo stesso gruppo sanguigno», per dirla con Putin («In senso medico» ha subito puntualizzato Medvedev).
Eppure, a metà mandato il presidente scopre di essere più forte di quel che sembra. Alle elezioni locali del 16 marzo Russia unita è crollata, pur rimanendo primo partito, cedendo da 10 a 20 punti ai comunisti e ad altri partiti di opposizione. La crisi economica che Putin dichiara trionfalmente superata ha mietuto diverse vittime nelle urne: in molte città decine di migliaia di russi sono scesi in piazza contro il premier e i suoi governatori, mentre la parte più illuminata delle élite si rende conto che la modernizzazione è inevitabile.
Lo stesso Putin, che aveva ignorato del tutto l’argomento, all’improvviso ha deciso, pochi giorni fa, di cavalcarlo, creando una commissione governativa per la modernizzazione, in parallelo con quella già esistente della presidenza.
In questo c’è anche il timore di «diventare un nuovo Brezhnev» come ha profetizzato Igor Jurgens, vicepresidente della confindustria russa e alleato del presidente, il primo a paventare sui media che alle elezioni Putin e Medvedev debbano affrontarsi da avversari. Un’idea eretica per il regime russo, costruito sulla «verticale di potere». «Ne può nascere una crisi che distruggerebbe entrambi» profetizza preoccupato Gleb Pavlovskij, il Karl Rove del premier.
Comunque la tandemocrazia appare morta, sebbene entrambi i contendenti sostengano di voler risolvere il problema amichevolmente alla vigilia delle elezioni alle quali entrambi «non escludono» di candidarsi. «Discuterò con Putin il futuro politico del paese e il nostro posto al suo interno» ha garantito Medvedev. Come ricorda però l’analista Alexandr Golz, «nessuno è stato umiliato così spietatamente da Putin quanto il suo successore. Che tuttavia resta l’unica persona al mondo ad avere la facoltà di scrivere su un foglio due parole fatidiche: Putin licenziato».
- Mercoledì 7 Aprile 2010

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Commenti
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Il 7 Aprile 2010 alle 18:52 indigesto ha scritto:
Un bell’articolo, ma che sa un pò di teorema!
Il 8 Aprile 2010 alle 11:41 fu36 ha scritto:
L’aspetto bamboccione di Medvedev fa capire chiaramente di essere una figurina di Putin che ha mai mollato il potere, è lui la mente Medvedev il braccio, come Obama il braccio delle lobby USA. Articolo ridicolo da giornaletto di parrocchia.
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