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Somalia. E se tornassero i marines?

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  • Tags: Al-Shabaab, Black Hawk Down, marines, Mogadiscio, noi e loro, Somalia, Usa
  • 5 commenti
Militare dell'Unione Africana all'aeroporto di Mogadiscio (Credits: Giampaolo Musumeci)

Militare dell'Unione Africana all'aeroporto di Mogadiscio (Credits: Giampaolo Musumeci)

I fantasmi della battaglia di Mogadiscio aleggiano ancora nell’aria. La guerriglia violenta ed efficacissima dei guerriglieri somali tra le case e i vicoli della capitale il 3 ottobre del 1993, raccontata nel film Black Hawk Down di Ridley Scott, brucia ancora nelle teste degli americani. Entrare in Somalia armi in pugno può costare caro. Lo sanno bene i marines, lo sa bene anche l’Onu, e lo sanno bene i caschi verdi dell’Unione Africana della Missione Amisom per la Somalia che appoggiano il fragile Governo Transitorio di Sheik Sharif.

Ma gli Usa, che stanno aiutando Mogadiscio con corposi finanziamenti proprio ai caschi verdi, e con operazioni di training dell’intelligence somala, osservano con crescente preoccupazione ciò che accade in Somalia e nel vicino Yemen.

Gli Al Shabaab, gli insorgenti islamici legati ad Al Qaeda, sono una seria minaccia per gli U. I rapporti dei servizi segreti chiariscono che la Somalia sta diventando una base di addestramento per terroristi oltre che un terreno di battaglia. Il Corno d’Africa in generale è per gli Usa un territorio sensibile. delicato ponte fra il mondo arabo e quello africano.

E così il New York Times ha rilanciato l’idea di un intervento diretto degli Stati Uniti nella questione somala, ricordando i precedenti. Questione spinosisssima: la logica clanica della società somala, i continui litigi, fanno sì che alleanze e rotture fra i capiclan siano all’ordine del giorno. La stessa alleanza fra Al Shabaab e Hezbul-al-Islam non è così ferrea e spesso i due schieramenti si contendono a suon di pallottole  villaggi o regioni.

Ma l’amministrazione Usa ha precisato per bocca del Segretario di Stato per gli affari africani Johnnie Carson che un coinvolgimento diretto è assai improbabile per tutta una serie di limiti economici e politici. Più facile un appoggio indiretto. In che cosa esso si concretizzerà è difficile immaginarlo.

Una chiave potrebbe essere quella degli interventi mirati, sulla scia di quello del 15 settembre scorso nel sud della Somalia. Un commando delle forze speciali Usa a bordo di elicotteri aveva ucciso Saleh Ali Saleh Nabhan, uno fra gli attentatori di Mombasa del 2002 e ricercato dall’Fbi in mezzo mondo.

Gli interventi esterni in Somalia sono speso dannosi: radicalizzano gli estremismi. L’ultimo, quello etiope di tre anni fa, non fece che dare nuova linfa agli estremisti. E a farne le spese è sempre la popolazione. Al momento i campi sfollati alle porte di Mogadiscio straboccano. L’emergenza dura da anni. Ong e operatori internazionali sono stati banditi da tempo. Un serio intervento americano dovrebbe pensare innanzitutto alla popolazione somala.

Proprio la popolazione è negli ultimi mesi sempre più insofferente all’intransigenza con cui Shabaab applica la sharìa, la legge islamica, nei territori da loro controllati.

E da mesi a Mogadiscio si parla della grande offensiva che il Governo Transitorio sferrerà contro Al Shabaab. Sempre secondo il Nyt, i governativi potrebbero contare fra le 6mila e le 10mila truppe. Contro i 5mila uomini circa schierato da Al Shabaab. Gli uomini di Sheik Sharif, appoggiati dai 5mila peacekeepers di Amisom, a cui se ne potrebbero aggiungere altri 1700 sono meglio armati ed equipaggiati degli insorti islamici. Niente armi pesanti però, solo mortai e technical, i pickup con grosse mitragliatrici montate sopra. La battaglia si combatterà a suon di kalashnikov e lanciarazzi Rpg, nella migliore tradizione somala.

Ma ciò che preoccupa è cosa avverrà dopo la presumibile vittoria del Tfg. Le lotte fra i clan e la spartizione del potere faranno ripiombare la Somalia nel caos?

  • giamp
  • Giovedì 22 Aprile 2010

Vedi anche:

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Commenti

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Il 22 Aprile 2010 alle 15:57 fsl ha scritto:

Il problema della Somalia non si riduce a Mogadiscio e dintorni.
Anzi, non è detto che si possa ancora parlare di Somalia, se non come regione geografica.
Diverse aree di questo paese sono più o meno indipendenti.
Se andate a cercare, troverete che esiste un autoproclamato Stato del Puntland, al quale, qualche volta, si accenna quando si parla dei pirati del Corno d’Africa.
Lasciare perdere quei territori significa rischiare che diventino feudi per gruppi criminali sempre più organizzati, fino ad arrivare ai teroristi islamici.
Questi prosperano dove c’è povertà e disperazione perchè lì possono far credere facilmente ai disgraziati che la colpa delle loro condizioni è nei paesi ricchi, corrotti e infedeli.
Sarebbe da valutare un intervento armato non tanto a Mogadiscio, quanto sulla costa a nord, con la scusa di distruggere i pirati e per creare le condizioni per aiutare quei poveracci che ci vivono, con programmi assistenziali.
Senza farlo diventare un nuovo Afghanistan.
In un programma televisivo sono rimasto colpito dal fatto che diverse persone di quella zona invocavano proprio l’aiuto degli italiani.

Il 22 Aprile 2010 alle 17:35 giampaolo.musumeci ha scritto:

Caro lettore, le confermo che molti somali invocano l’aiuto militare italiano. Secondo una mia fonte nella capitale, almeno l’80% degli intellettuali di Mogadiscio sarebbe favorevole a un intervento armato esterno.
Concordo con lei che il problema non è Mogadiscio ma l’intero territorio. Appena pochi chilometri fuori dalla capitale i campi profughi straripano di disperati. Al Shabaab ha bandito ogni straniero, compresi gli umanitari, per cui sopravvivere è davvero difficile.
L’intera Somalia è sostanzialmente in mano agli estremisti islamici, ma anche il Puntland a cui lei accenna è sicuro solo relativamente e nessuno può dire per quanto.
Così in una “terra di nessuno” è facile per gli estremisti costruire campi di addestramento per la guerra in Somalia o per compiere attentati in Europa.

Il 22 Aprile 2010 alle 20:29 fsl ha scritto:

In ogni caso l’Italia non avrebbe la statura politica di promuovere una missione del genere.
La politica estera è un dio minore per i nostri politici che se ne servono solo quando gli fa comodo.
Occorrerebbero inoltre risorse molto ingenti, in termini di mezzi, uomini e $oldi.
Nello stesso tempo si sperperano le scarse risorse disponibili in una inutile missione di “scorta” ai convogli usando navi del valore di centinaia di milioni di Euro ciascuna per bloccare pirati equipaggiati con barche scassate ed armi arrugginite.
Meglio andare a rimorchio dell’UE dell’ONU della Comunità di mazzapiffero ed evitare tutto ciò che può far perdere voti e consensi, anche fra tre anni.
Dio non voglia che da uno di quei campi parta qualche attacco più serio dei folkloristici bucanieri, perchè allora salteranno su, dal nulla, tutti i governi e centinaia di esperti a dire: si sapeva…

Il 22 Aprile 2010 alle 20:59 smoke36 ha scritto:

Stupefacente la frase “far credere facilmente ai disgraziati che la colpa delle loro condizioni è nei paesi ricchi, corrotti e infedeli.” Rivela la mentalità di un fanatico che non capisce nulla. Chiaro che vorrebbero gli italiani, quella colonia ci è costata miliardi. In merito ad un ritorno dei marines, se ne guardano bene, han preso una nasata difficile da dimenticare.

Il 26 Aprile 2010 alle 16:23 matteo81 ha scritto:

Non sono molto d’accordo su alcuni passaggi dell’articolo, mentre altri mi sembrano “simili” ai pezzi di approfondimento che puntualmente scrivo per Limes.

Si può controllare: http://temi.repubblica.it/lime.....niti/11656 (articolo del 10/03/2010).

Per chi volesse approfondire e condividere qualche impressione vi rimando alla Rubrica “Gees”
 http://temi.repubblica.it/lime.....ory…)

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