
Credits: LaPresse
La più grande azienda di pianoforti del mondo si trova, come è facilmente intuibile, in Cina. Per la precisione lungo il delta del Fiume delle Perle, nel Guangdong, la regione più industrializzata della Repubblica popolare, al confine con Hong Kong. La Pearl River Piano Company conta 3.000 operai distribuiti su otto linee di produzione, ed è in grado di costruire più di 100.000 pianoforti l’anno. Ogni strumento costa circa 1.600 dollari. É evidente quindi che i pianoforti non sono destinati al cinese medio, ma a quella borghesia orientale che non solo sta diventando sempre più ricca, ma sembra aver progressivamente sviluppato una vera e propria ossessione per il pianoforte.
In Cina ci sono almeno 30 milioni di bambini che studiano pianoforte in conservatorio. E molti altri potenziali studenti sono in lista d’attesa perché nel Paese non ci sono abbastanza insegnanti. La selezione per accedere alle scuole di piano è durissima, e una volta entrati gli studenti sono sottoposti a ritmi di apprendimento massacranti. Alle due ore di lezione con gli insegnanti corrispondono almeno tre o quattro ore di pratica individuale. “La musica, in Cina, non si studia per divertimento ma per costruirsi un futuro migliore”, spiega un’insegnante di una scuola di Pechino. Del resto, i risultati di tanta disciplina si vedono nei lavori di pianisti del calibro di Lang Lang e Li Yundi, i punti di riferimento per eccellenza di tutti gli studenti di piano cinesi.
E pensare che hai tempi della Rivoluzione Cultutrale la Banda dei Quattro aveva condannato il pianoforte perché considerato “il più pericoloso degli strumenti occidentali”, paragonandolo a una “scatola nera il cui suono era prodotto dal tintinnio delle ossa dei borghesi”…
Il Rigoletto di Li Yundi:
- Giovedì 6 Maggio 2010

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Commenti
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Il 6 Maggio 2010 alle 11:33 indigesto ha scritto:
Certo, se è di fabbricazione cinese il “coda” col quale ci delizia Li Yundi con Liszt, non c’è che dire, gentile Professoressa, ha un timbro abbastanza vicino alle grosse marche. Detto per inciso varrebbe saperne di più su Wang, bello l’arrangiamento.
E’ senz’altro un segno da cogliere che le famiglie più abbienti si dotino di un piano e avviino i figli al suo studio (purtroppo i nostri ragazzi, oggi, digitano più volentieri sui giochi elettronici). Un fatto di cultura dunque, che avvicina sempre più la loro alla nostra (e la musica dotta, col suo linguaggio, ne è mezzo indispensabile) oltrechè un fatto d’impegno industriale, in un campo che, per quanto antico, richiede sempre più l’impiego di nuove tecnologie, pur se conserva un buon margine di attività artigianali. Ne è stata fatta di strada! Cordiali saluti.
Il 6 Maggio 2010 alle 15:30 fu36 ha scritto:
Luna, è sordo e ora parla pure di musica. L’articolo è bello, e mi piace dove dici che il pianoforte è per l’alta borghesia, noi li abbiamo in casa di baraccati, disoccupati e poveracci. In compenso negli USA ci sono i più grandi stabilimenti di armi. Io preferisco il piano ad una bomba, tu che dici,sbaglio?
Il 6 Maggio 2010 alle 22:05 indigesto ha scritto:
Sono certo, gentile Professoressa, che ogni Città di una certa importanza abbia almeno un Auditorium e/o un Teatro adatto a rappresentazioni liriche. So per certo che c’è una tradizione cinese nel Teatro. Mi aspetto che anche la musica italiana, quella lirica, cominci ad appassionare il pubblico cinese. Quando vorrà, farci sapere qualcosa di fresco sull’argomento penso che torni gradito! Saluti.
Il 6 Maggio 2010 alle 22:19 smoke36 ha scritto:
Sono anni che i cinesi si nutrono di musica italiana e il tonto arriva ora. Solo i giapponesi non amano Butterfly, la giudicano offensiva, specialmente dopo che quel fil di fumo era atomico proveniente dal capitano USA, Pinkerton, se non vado errato. povera farlallina gialla, ragazza madre bidonata dal bell’ufficiale che per la vergogna fa karakiri. I giapponesi non capiscono Puccini, lui aveva già dimostrato allora quanto fossero bastardi gli ufficiali USA.
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