

(Credits: Eros Hoagland/Redux)
di Stella Pende con Nicola Ostano
Il gruppetto festante di turisti sbircia dai finestrini dell’auto rottame che si arrampica come una vecchia sdentata fra le case dei narcotrafficanti. «Vedete, è proprio davanti a quell’insegna della Coca-Cola crivellata dai proiettili che il boss del comando Vermelho ha folgorato con il lanciafiamme Paulo o Caschiouro, comandante degli Amigos dos amigos»: l’autista Chris racconta così e mima per l’occasione anche il pum pum della sparatoria, avvenuta nel 2006 tra i feroci spacciatori della favela di Rosinha, la più mortale di Rio de Janeiro. A dire la verità, dopo quel leggendario putiferio tra i criminali della polvere bianca, la legge brasiliana ha vietato le visite dei narcoturisti alle favelas (in Messico, nella regione di Sinaloa, per 15 dollari si offrono narcotour soprattutto davanti alla casa di Joaquin Guzman Loera, detto el Chapo, il più ricercato trafficante messicano). Ma davanti ai 100 euro offerti al «taxinarco» la gita non si poteva rifiutare. E nel finale, vero valore aggiunto del viaggio, ecco la tappa davanti alla «boca» di Angelo (boca sta per nascondiglio) per fare, tutti insieme, scorta di cocaina e cristalli da fumare.
Turismo tossico: si chiama così oggi per troppi giovani europei la nuova vacanza alla ricerca della droga per perdersi, ma non solo. «Dal Marocco all’India, da Amsterdam al Brasile, partono in piccoli gruppi, o anche da soli. L’importante è varcare il confine della coscienza riducendosi a larve al servizio di cocaina e allucinogeni di ogni tipo. C’è il turismo tossico del weekend nelle capitali europee compiacenti (due notti ad Amsterdam albergo e volo compreso costano solo 120 euro), oppure lo sballo di chi attraversa l’anarchia dell’oceano. In quel caso si arriva con i voli low cost nelle grandi città del Centro e del Sud America, come pure dell’India, dove si affittano appartamentini schifosi per restarci chiusi intere settimane dentro la trance della droga.
Lo sanno bene i genitori di Claire Bizet, ragazza belga che sbarcava a Lima, in Perù, almeno per tre «vacanze» all’anno. L’ultima volta i custodi della stamberga dove stava dicono di averla vista dondolare sulla porta come una vela senza timone. E poi mai più. Ma forse si confondevano con le decine di ragazze come lei che arrivano nel paese cercando la droga oltremare per perdere la strada e il futuro.
In queste maratone dello sballo le città del sesso sono spesso le stesse della droga. Come Fortaleza, capitale del turismo sessuale nel Nord-Est brasiliano. Lungo una spiaggia troppo laida per godersi il sole, ci sono file di bancarelle gorgoglianti di cianfrusaglie. È un segreto di Pulcinella: dietro ogni stracciato favelaro che vende magliette e perline c’è un pusher di crack.
Mario, ragazzo dell’hinterland milanese, è il perfetto attore del copione interpretato dal turista tossico in Sud America. La sua prima tappa è la farmacia dove compra ammoniaca e benzina per preparare la «free base». Poi un salto dal suo pusher collaninaro per la scorta di «faixa preta», la «qualità migliore» della polvere sulla piazza. L’ultima immagine del film sfuma nel buio monolocale che il ragazzo ha affittato in mezzo ai grattacieli degli stranieri.
In fatto di turismo tossico il Brasile è diventato un lunapark infinito. A San Paolo il quotidiano Folha ha scoperto che l’agenzia Private tours organizzava gite (35 euro) che comprendevano interviste e incontri con i capi del narcotraffico. «Roba per turisti dementi, ma anche per tossici incalliti che godono nel respirare l’aria dei superman della coca» racconta chi è di casa nelle favelas. Tanto che un giornalista brasilero si è finto turista dello sballo per fotografare il celebre «soldado do trafico», un narco che fa parte del gruppo del trafficante Frank Oliveira.
Per i viaggiatori della droga procurarsi coca, funghi e crack nella terra del samba vuol dire anche rischiare la pelle. Soprattutto a Rio, dove le bocas, dopo le stragi fra narcos e polizia, sono presidiate da ragazzini di 14 anni armati come gladiatori. E in quelle zone sperare nell’aiuto della polizia è puro ottimismo. «Avevo addosso 100 grammi di erba quando mi hanno fermato due poliziotti» racconta una ragazza italiana. «O ci dai 5 mila reais o ti sbattiamo in galera, hanno detto, poi mi hanno scortato davanti al bancomat finché ho prelevato e alla fine mi hanno proposto in futuro di comprare la roba direttamente da loro».
D’altronde la concorrenza nel ramo è agguerrita. Per esempio quella dei cosiddetti mototossicos: sono mototaxi che girano felicemente le favelas, ne annusano l’aria e con segnali in codice tra di loro dribblano i poliziotti corrotti e portano il turista a rifornirsi di erba o di neve. Prezzo del servizio è 15 reais, contro i 2 richiesti per una corsa in città dove, a Ipanema, i corrieri della cocaina sono spesso puttane e travestiti. Perché chi paga la droga, in genere, paga anche «l’amore».
Nella colorata geografia del nuovo viaggiatore della polvere bianca la Bolivia è una tappa fondamentale. All’interno del carcere di San Pedro, il più grande di La Paz, c’è una sorta di paesino chiuso dove i carcerati vivono con la famiglia e i loro negozietti. Un reportage del quotidiano La Razon ha scoperto che all’entrata, per 35 dollari (il 70 per cento va, guarda caso, alla polizia e il resto ai detenuti), si può comprare un tour illegale per i quartieri della prigione dove, insieme all’artigianato in legno, la casa offre nel pacchetto cocaina, cristalli da fumare e marijuana.
Ma i viaggi della droga regalano colorati spunti anche al turista povero. Nell’aspro deserto di Potosí, in Messico, ci sono due piccoli villaggi battuti dal vento che Gabriele Salvatores ha tatuato nella memoria degli italiani col suo film Puerto Escondido. La chiamano Peyoteville, cioè la città del peyote, piccolo cactus rossiccio con un innocuo ciuffetto bianco in testa. Non è innocua, invece, la polpa di quello strano pomodorino: densa di mescalina, può sparare allucinazioni travolgenti nel cervello di chiunque lo mastica.
A Peyoteville arrivano ragazzi sballati in fuga dalle periferie dell’Italia. A Real de Catorce (2.500 anime), città fantasma dove svizzeri, francesi ma soprattutto italiani fanno tamburi new age, c’è un bar dal nome profetico: Sogni e visioni. Alcuni dei nuovi turisti che passano di lì riescono a scappare in tempo; altri rimangono prigionieri dei loro «viaggi» nel deserto di questo Texas messicano e allucinato. «Una volta l’ho masticato prima di allattare Alice» racconta Manuela, che si è stabilita in zona e fabbrica cinture di pelle. «Mia figlia aveva un sorriso beato. E io credevo di avere il sole attaccato al mio seno».
In Europa l’incontrastata regina del droga-travel rimane Amsterdam. Nella capitale olandese arrivano voli del weekend formicolanti di studenti universitari da tutta Italia. Si fermano due notti e si spalmano nei «coffee shop» della città. Un esempio per tutti? Chiara armeggia eccitata davanti ai sacchettini che chiudono il sogno della sua visita ad Amsterdam: marijuana e hascisc appena acquistati al Coffee Shop 36, a pochi passi del quartiere a luci rosse. Fra i tavoli, intanto, gira una «space cake», una torta condita con erba che addolcirà il menu del risveglio.
Nei Paesi Bassi il turismo della droga è un business che frutta al governo 450 milioni di euro l’anno di tasse pagate dai 680 coffee shop in tutto il paese. Ma la battaglia legale intrapresa dai municipi olandesi per combattere lo spaccio legale di questi locali, e il turismo conseguente, oggi è al calor bianco. La vicina Maastricht è una sirena che incanta ogni anno 2 milioni di giovanissimi.
«La città di Maastricht mi ha fatto causa per vietare l’ingresso nel mio locale ai clienti europei» racconta Marc Josemans, da 26 anni presidente dell’associazione dei coffee shop. «L’azione legale si è chiusa nel 2008, dichiarando nullo il divieto. Purtroppo il consiglio di stato ha fatto appello». I più infastiditi da questa battaglia legale, naturalmente, sono gli habitué. «Per anni abbiamo celebrato in quei posti l’Oscar della canna, con tanto di premi e cotillon» racconta Patrizia Recchi, un’intenditrice, «ma oggi, per legge, i locali del fumo non possono tenere in magazzino più di 500 grammi di droghe leggere».
Dall’erba olandese a quella marocchina. Sì, perché il fumo dei Paesi Bassi e di molte altre stazioni dello sballo arriva soprattutto dalle montagne viola del nord del Marocco. In particolare da Chefehaouen, paesino montano una volta celebre per la Medina blu, ma oggi molto di più per gli sterminati campi di canapa. «Rif, paradiso del kif» è lo slogan dei turisti aficionados della canapa pura, soprattutto spagnoli e italiani, che si arrampicano fino a lì.
«Quella è la location dei fumatori d’élite» racconta Stefano, giovane regista. Per arrivare nelle capitali europee il tesoro del Rif viaggia sulla schiena di asinelli scheletrici o nella pancia pelosa dei mafiosi che ne ingoiano blocchi foderati di cellophan. Quando non sono i turisti stessi a portarlo fuori dal confine. Un’abitudine tanto radicata che negli ultimi anni l’80 per cento degli arresti ha riguardato proprio cittadini europei.
Gli stessi che in Kenya, a Nairobi, fanno lunghe file al mercato per comprare per pochi scellini mazzolini della piantina del khat, droga legale in tutto il paese che, masticata o sfilettata come prezzemolo su pietanze e arrosti, regala benessere.
Alla fine del viaggio, o in principio, chissà, c’è Goa, terra promessa soprattutto per i nuovi sballati della Russia. Oggi invece dei figli dei fiori sulle spiagge di Anjuna, Candolim e Calangute si trova sempre più spesso l’«elephant people», cioè pachidermi moscoviti con tanto di parenti arrivati con il volo diretto Mosca-Goa per concedersi notti e giorni imbottiti di lsd e droghe di ogni colore. Insieme al mafioso russo con bandana sono rimasti pochi israeliani che arrivavano a Goa per strafarsi e per evitare il servizio di leva.
Gli altri oggi vanno a fare turismo tossico nell’altra India, a Daramsala al confine con il Tibet. Le loro gesta e i soggiorni a Goa erano così movimentati che lo stato israeliano temeva attentati. A Goa, però, c’è ancora il mercato più creativo di gadget per qualunque droga. Perfino i portaecstasy o lsd d’argento o di paillettes. Doveva esserci andata anche Scarlet Keeling, piccola turista di 15 anni, trovata morta sulla spiaggia di quella città in un giorno di febbraio. Sulla sua fronte brillava una goccia color del sole, come quella che portano le donne indiane. Nel suo sangue c’erano tracce di hascisc, cocaina e alcol.
- Lunedì 10 Maggio 2010

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