

I temi sono gli stessi che infiammano i militanti del Tea party, dall’avidità dei finanzieri di Wall Street all’immigrazione. Ma i circa 200 mila attivisti che da qualche mese hanno cominciato a incontrarsi nei caffè delle maggiori città americane vedono le cose in modo molto diverso dai conservatori che hanno eletto Sarah Palin regina madre della loro protesta. Invece di chiedere che ci siano meno intrusioni di Washington nel libero mercato, i militanti del Coffee party invocano regolamentazioni più severe delle banche da parte del Congresso. E al posto di maggiori controlli alla frontiera col Messico si scagliano contro la nuova legge dello stato dell’Arizona che secondo loro trasforma chi circola senza documenti in un criminale.
Annabel Park, 42 anni, una regista di documentari coreana-americana, è diventata leader del partito del caffè per caso, dopo che aveva messo su Facebook un commento sui Tea party: «Organizziamo un partito del caffè, o del frappè, o del Red Bull. Qualsiasi cosa ma non il tè… Un partito del cappuccino? La questione non è governo contro la gente, ma democrazia contro il partito del profitto. Non posso credere che il Tea party parli a nome di tutti gli americani patriottici… ho appena mandato questa pagina a 50 amici…». In poche settimane gli amici erano diventati migliaia. E, ora che il movimento è presente in 30 stati, ha persino una sorta di giuramento per i suoi soci: «Come membro o sostenitore del partito del caffè mi impegno a comportarmi in un modo che sia civile, onesto e rispettoso verso chi ha opinioni diverse dalle mie».
Ma quello che Park non aveva previsto è che pure i militanti del Coffee party sono molto arrabbiati. Durante una riunione in una libreria di Washington ci sono stati fischi quando è stata nominata Sarah Palin e i discorsi hanno assunto toni accesi contro i repubblicani: «L’idea della civiltà mi piace, ma odio il Tea party» dice Karen Anderson, nuova adepta della politica alla caffeina. E anche se sul forum del partito ci sono appelli a non definire razzista il partito del tè, ma a cercare il dialogo, è evidente che i militanti del Coffee party fanno parte di quella fetta crescente di americani poco soddisfatti del sistema politico. Alcuni suoi sostenitori, anzi, pensano che Park sia troppo moderata per la battaglia a venire: «Il partito non sopravviverà, se a guidarlo non sarà una personalità forte» sostiene China Dickerson. «Abbiamo bisogno di un agitatore, non di qualcuno che cerca il dialogo a tutti i costi».
Annabel Park, che ha fondato il movimento insieme con il fidanzato Eric Byler, non demorde. Ormai dorme solo cinque ore per notte e anche se ha pronto un film sul tema dell’immigrazione si dedica praticamente a tempo pieno al partito, per cui lavora non pagata, addebitando tutti i viaggi sulla propria carta di credito personale.
«È un grande esperimento: chi avrebbe la forza di dire no a un’esperienza del genere?». E sebbene i blogger conservatori la attacchino già violentemente, e uno di loro l’abbia definita «spia cinese», lei continua a usare toni moderati: «Arriverà un giorno in cui tè e caffè si potranno incontrare educatamente nella stessa stanza per discutere» dice. E confessa di volere tenere la prima convention del Coffee party, prevista per il prossimo agosto, non a New York o a Los Angeles ma in una città del tranquillo Midwest. Perché? «Perché la gente lì è più civile».
- Martedì 18 Maggio 2010

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