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Una medaglia al valore per chi non combatte

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  • Tags: Afghanistan, Guerre di pace italiane, McChrystal, medaglia, talebani
  • 7 commenti
Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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Truppe militari in Afghanistan (Credits: Gianandrea Gaiani)

Truppe militari in Afghanistan (Credits: Gianandrea Gaiani)

Alla luce dell’escalation degli attacchi talebani contro le truppe alleate (dieci morti tra lunedì e mercoledì) desta quanto meno stupore l’ipotesi che i militari internazionali impegnati in Afghanistan possano ricevere una medaglia al valore  per aver rinunciato ad aprire il fuoco sul nemico. La singolare proposta è stata formulata dal generale britannico Nick Carter, che guida il Comando Regionale Sud di Kandahar, l’area più esplosiva dell’Afghanistan, e viene seriamente presa in considerazione dal Pentagono e dalla Nato.

L’obiettivo dichiarato è ancora una volta ridurre i “danni collaterali” poiché dall’inizio dell’anno le forze Nato hanno ucciso per errore 90 civili, 39 in più rispetto ai primi quattro mesi dell’anno scorso. Nello stesso periodo i caduti tra i soldati alleati hanno superato i 210 contro i 119 dei primi cinque mesi del 2009. Come di consueto le perdite tra i civili registrate in Afghanistan sono in assoluto le più basse nella storia dei conflitti contemporanei ma hanno un impatto mediatico e politico molto forte.

Per questo il comandante delle truppe alleate, il generale Stanley McChrystal, ha ordinato ampie limitazioni all’impiego di armi pesanti e dei jet in caso di rischi per la popolazione mentre la  proposta del generale Carter punta a incoraggiare la sensibilità dei militari nei confronti dei civili (spesso scudi umani dei talebani, in molte aree schierati con gli insorti) con la promessa di una decorazione per courageous restraint, cioè per essersi astenuti dall’aprire il fuoco in situazioni di pericolo.

La notizia di questa curiosa medaglia, che ha già fatto infuriare i soldati che combattono nella polvere delle basi avanzate afghane, l’ha diffusa il Washington Examiner che ha sentito in proposito il colonnello Edward Sholtis, portavoce di McChrystal. “La decisione deve ancora essere presa ma il courageous restraint rientra già nella normale disciplina a cui i soldati americani sono addestrati. I nostri coraggiosi soldati in molte situazioni evitano di usare la forza letale mettendo in pericolo sé stessi pur di evitare vittime civili”.

Per chi combatte n prima linea, però, decorare chi sceglie di non sparare al nemico è vergognoso e rischia di “creare direttive che confuse rendono più difficile l’autodifesa dei soldati” come ha commentato anonimamente un soldato americano in Afghanistan. “Si tratta di una pessima idea”, sottolinea un capitano reduce dall’Iraq e ora schierato a Kandahar. “Ci hanno insegnato a non esitare in situazioni di pericolo per non mettere in pericolo la nostra vita e quella dei commilitoni, e ora ci dicono il contrario.”

La guerra politically correct vede oggi i comandanti appiattirsi su direttive politiche al limite dell’assurdo e applicare alla guerra regole inaccettabili, utili forse a mantenere al loro posto premier e presidenti ma in totale contraddizione con quelle da sempre applicate alla guerra e a chi la combatte. Regole che prevedono ad esempio che ogni comandante attribuisca la massima priorità alla sicurezza e protezione dei propri soldati e che contro il nemico venga concentrata la massima potenza di fuoco. Oggi invece occorre cercare di conquistare “cuori e menti” anche sacrificando soldati e al fuoco nemico si risponde in modo “proporzionato”.

“Ci stanno trasformando in una forza di polizia” lamenta  un altro soldato americano “Tanto vale lasciarci tutti al sicuro nelle basi senza combattere e distribuire a tutti medaglie al valore”.  Premiare chi non combatte “è oltraggioso per i soldati, manda un messaggio deprimente alle nostre truppe, non conforme alle leggi di guerra e rappresentata una vittoria propagandistica per i nostri nemici” sostiene il Il professor Jeffrey F. Addicott ex avvocato militare, direttore del Center for Terrorism Law di San Antonio (Texas). Difficile dargli torto.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 21 Maggio 2010

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Commenti

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Il 21 Maggio 2010 alle 13:10 spyun ha scritto:

La soluzione ci sarebbe, invitare tutta la popolazione civile di quelle zone ad una crociera, si requiscono una decine di quelle gigantesche navi per turisti e si scaricano gli afghani in California poi, sterminati tutti i rimanenti, magara con vere atomiche e non mimetizzate convenzionali e, fatta pulizia, si riportano i villeggianto al loro paese che almeno avrebbero appreso l’inglese. E che ce vò. Costerebbe meno dei droni che per i militari alleati sono pericolosi, specialmente quello che li dirige a 12 mila chilometri di distanza.

Il 21 Maggio 2010 alle 13:25 arjabes ha scritto:

Deja vu, ma si vede anche che non s’impara niente dalle esperienze altrui. Comunque la mia logica mi dice che andare in guerra per non combattere, come dice uno dei soldati, meglio restarsene tranquillamente nella propria comoda base. No?

Il 21 Maggio 2010 alle 13:32 anna.two ha scritto:

Ad una stella lontana direi: meglio che se ne stia a casa, tanto quel poveraccio rischia la pelle per chi non la metterà mai in gioco.

Il 21 Maggio 2010 alle 20:47 indigesto ha scritto:

Potrebbe essere un modo per contenere le sparatorie indiscriminate dovute a “nervosismo”. Ma trovo il metodo grottesco!

Il 21 Maggio 2010 alle 21:10 hector ha scritto:

per una volta concordo con indigesto.

Il 21 Maggio 2010 alle 23:16 spyun ha scritto:

Chi ha mai fatto il militare e tenuta in mano un’arma da guerra, non sa distinguere dal nervosismo alla gagarella se di fronte ti trovi un altro armato, o che lo sembra. E’ diverso dalle Diana dei tiri a segno paesani. Abbia l’accortezza di cercarsi le pulci tra il pelo e tenersi in ordine la cuccia.

Il 24 Maggio 2010 alle 0:43 pasalaam ha scritto:

Tanto varrebbe andare in guerra senza armi. Bisognerebbe però che anche l’avversario fosse d’accordo.
Se proprio bisogna fare la guerra, sarebbe giusto cercare di vincerla: per rispetto dei poveracci che ci rimettono le penne e per i pisquani che pagano le spese.
Tutto il resto é filosofia che porta solo disgrazie a chi la fà ed a chi la subisce.

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