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Stati Uniti: il fantasma di Katrina si aggira alla Casa Bianca

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  • Tags: Barack Obama, BP, disastro ambientale, Golfo del Messico, macchia di greggio, marea nera, obamamania, petrolio, Stati Uniti
  • 2 commenti
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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La macchia di petrolio nei pressi del Delta del Mississippi. Credits:LaPresse

La macchia di petrolio nei pressi del Delta del Mississippi. Credits:LaPresse

Lo spettro di Katrina si aggirava da giorni attorno alla Casa Bianca. Il suo Inquilino ha cercato (e tuttora tenta) di esorcizzarlo, ma i riti per tenerlo lontano, per evitare che si sieda davanti a lui nell’Ufficio Ovale, o si mostri al suo fianco durante un’apparizione pubblica, sono sempre meno efficaci.

Trentatrè (33) giorni dopo l’esplosione, quattro settimane dopo l’inizio della fuoriuscita di petrolio, l’amministrazione Obama è sempre più lontana dal porto: è  in alto mare; incapace di risolvere la peggiore crisi (ambientale, ma ora anche politica) che potesse capitare. Lo stato di confusione in cui si muove il governo degli Stati Uniti appare sempre più forte. Il tasso di indecisione e contraddizione dell’azione (federale) è salito a livelli impensabili.

C’è una notizia, riportata ancora una volta dal new York Times, che fa comprendere bene la situazione: dopo l’annuncio della moratoria sulle trivellazioni (fatto da Barack Obama diversi giorni dopo l’esplosione della Deepwater Horizon), le agenzie  governative hanno continuano a dare permessi per le trivellazioni: almeno sette progetti hanno avuto il segnale verde da parte della Minerals Management Service. Finora si sapeva che la M.M.S. avesse  dato permessi (almeno 19) anche dopo il 20 aprile, il giorno dell’esplosione della piattaforma, ma la notizia,che nonostante lo stop di Obama, fosse stato dato il via libera ad altre trivellazioni era rimaste nascosta tra le pieghe delle cronaca.  

Il fatto curioso è che l’amministrazione non la nega. Anzi la rivendica. Il ministro degli interni Ken Salazar ha spiegato che il governo non ha mai avuto l’intenzione di bloccare  tutti i nuovi progetti di estrazione nel Golfo del Messico: la moratoria - ha fatto sapere Salazar - è per le nuove trivellazioni e non riguarda lavori sui nuovi pozzi di greggio delle piattaforme già operanti. Anche se queste, hanno le stesse caratteristiche della Deepwater Horizon.

E infatti i critici dell’amministrazione Obama hanno gioco facile nel dire che la moratoria è stata aggirata non solo dalle compagnie petrolifere, ma in fondo, anche dallo stesso governo federale che l’ha annunciata (senza, di fatto, imporla).

Le operazioni per fermare la fuoriuscita di greggio non hanno avuto successo. Credits:LaPresse

Le operazioni per fermare la fuoriuscita di greggio non hanno avuto successo. Credits:LaPresse

Il fantasma si Katrina si aggira tra le sale della Casa Bianca anche per questo. Per l’evidente incapacità del governo di organizzare la “macchina” (per salvare il Golfo del Messico da questa terribile tragedia ambientale)  e di imporre a tutti i suoi ingranaggi di farla funzionare. Prima tra tutti la BP.

A trentatrè (33) giorni da quel 20 aprile, la compagnia petrolifera non è stata ancora in grado di fermare la fuoriuscita di petrolio. E nonostante tutti gli annunci dal tono ottimista fatti nei giorni scorsi, la soluzione sembra essere non ancora vicina.

Nonostante questo, il governo federale ha usato il guanto di velluto con la multinazionale del petrolio. E’vero che Barack Obama ha definito “ridicolo” lo spettacolo offerto dai top managers delle società coinvolte davanti al Senato, ma è anche vero che non ci sono stati passi forti contro la BP.

Il governo si limita a lanciare sterili ultimatum, come ha fatto proprio il ministro degli interni: se la BP non sarà in grado di fermare la macchia nera, se ci accorgeremo che non stanno facendo tutto quello che dovrebbero fare, li cacceremo fuori da questa situazione, è stato il messaggio di Ken Salazar.

Non è una grande minaccia, a meno che non significhi che Washington abbia intenzione di revocare tutte le concessioni americane della BP. Ma non è questo il caso. Salazar si riferiva al fatto che nel caso in cui l’ennesima deadline (per chiudere la falla) non venisse rispettata, la compagnia petrolifera verrebbe esentata dalle operazioni di intervento sulla Deepwater Horizon.

Già, e poi ? Chi interverrebbe ? Appare ormai chiaro a tutti che solo l’industria petrolifera abbia la tecnologia adatta per risolvere il problema prima che questa catastrofe ambientale regionale diventi globale. L’amministrazione Obama alza ora la voce, sapendo però si essere sostanzialmente impotente, ben conscia che qualsiasi intervento, ora, sarebbe tardivo, molto tardivo. Troppo il tempo (e gli strumenti) da recuperare; troppi gli errori fatti visto che dall’inizio  l’intera gestione dell’affare è stato affidato proprio alla BP e che il governo si era fidato delle parole e delle azioni della compagnia petrolifera.

Il fantasma di Katrina balla sulle onde nere del Golfo del Messico, sfiora le paludi inquinate dall’ondata di greggio della Louisiana, risale la correnti al largo della Florida e punta a sedersi alla scrivania dello Studio Ovale per parlare con Barack Obama.

  • michele.zurleni
  • Lunedì 24 Maggio 2010

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Commenti

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Il 24 Maggio 2010 alle 13:22 indigesto ha scritto:

Situazione tragica, alla quale pare si stia aggiungendo il ridicolo. Che l’industria petrolifera sia la sola a possedere le tecnologie adatte a fermare la fuoriuscita di petrolio è quanto meno augurabile, anche se quelle poste in essere finora non pare che abbiano dato gli esiti desiderati. Quando ci riuscirà tutto verrà minimizzato e tutto ricomincerà come prima!

Il 25 Maggio 2010 alle 9:21 hector ha scritto:

piu di un mese ormai e passato. e c’era ki se la rideva ricordando chernobyl

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