
di Fabrizio Paladini
I sogni al di là del muro: in Afghanistan le basi militari italiane sono tutte protette dalle «Hesco bastion», grandi contenitori con gabbia di metallo riempiti di terra e sassi. Là dove una volta c’erano i sacchetti di sabbia ora ci sono queste moderne fortificazioni in grado di assorbire proiettili di varia potenza. Al di là del muro c’è la guerra, c’è un paese poverissimo, c’è una popolazione allo sbando per conflitti eterni, ci sono le bande di talebani, di tagliagole, di trafficanti, c’è una quantità infinita di armi e ordigni lasciati o venduti da sovietici e americani, iraniani e cinesi, francesi e italiani. Al di là del muro c’è il senso di una missione che avrà successo se riuscirà a lasciare un Afghanistan forte, con un esercito e forze dell’ordine locali efficienti, un senso di appartenenza nazionale e non solo locale, tribale, etnico.
Ma al di là del muro, oltre la vita quotidiana dei 3 mila soldati italiani, oltre il rischio di un ordigno artigianale, di una imboscata, di un’autobomba, oltre la tensione che ha gli occhi del coraggio ma anche quelli della paura, ci sono i sogni di tanti giovani. Il desiderio che si affaccia sul filo dell’orizzonte avvolto in una tempesta di sabbia, quando si guarda verso ovest, là dove, sempre dritto, c’è casa. E così, dopo sei mesi di missione, tra il disagio di un clima infame e i pericoli per chissà che cosa ti potrebbe accadere, fra l’orgoglio della tua divisa e la consapevolezza di una professionalità sempre più elevata, tutti hanno un sogno.
Panorama è andato nella base di Herat, dove c’è il comando della regione West (che compete a un ufficiale italiano, il generale Claudio Berto, comandante della brigata alpina Taurinense), e ha chiesto a otto soldati, dal generale al caporal maggiore, di chiudere per un attimo i loro occhi e immaginare qualcosa. Così come fanno ogni sera prima di addormentarsi, andare al di là del muro e sognare. Ecco le loro risposte.
Vincenzo Palermo, 35 anni, Marsala
Sergente del battaglione San Marco
Campione di canottaggio, alla sua seconda missione in Afghanistan
Il sogno è egoista e banale: vorrei vivere in pace con mia moglie Finny, Samuel che ha 2 anni e mezzo e Morgana che ha appena 2 mesi, e troverò cresciuta quando rientro, anche se mia moglie me la mostra su Skype grazie alla webcam. Il sogno egoista però si realizza se qui in Afghanistan, grazie al nostro lavoro, riusciamo a sistemare le cose. Quando esco, vedo questa gente e mi chiedo quanto c’è da fare ancora, cosa manca al mondo per farci vivere in serenità.
Paura? C’è la paura di morire, ma anche la paura di vivere, di crescere bene i tuoi figli, di gestire la quotidianità. Non so quale sia peggio. La paura in Afghanistan si conosce, si accetta, si controlla e si supera. A luglio torno e ce ne andiamo due mesi in Sicilia e poi in crociera, così vuole Finny, che sta per Finimunda.
Kevin Ambrosini, 29 anni, Bergamo
Tenente, pilota dei caccia amx, alla sua prima missione in teatro operativo
Voglio una donna. È un sogno recente: iniziare un viaggio di vita con la persona giusta, magari che duri anche un bel po’. Sono single e questo mi aiuta, in un certo senso. Non ho le angosce di una fidanzata lasciata in Italia, ma sento la mancanza di una compagna di vita. Sono stato sposato 3 anni e non è andata bene, purtroppo il nostro lavoro non aiuta la coppia in crisi. Uno magari pensa che il pilota di caccia, il top gun, rimorchia come un matto, ma non è così. Chi ci sta vicino è quello che paga di più le conseguenze del continuo stare in giro.
Mi piace il gruppo operativo, è il massimo a cui un pilota possa ambire. Vedrò poco il mare anche se la base è a Foggia e il Gargano è a due passi. In spiaggia vado con i colleghi piloti, almeno fino a quando non incontrerò lei, e allora sì che volerò in alto.
Claudio Berto, 52 anni, Torino
Generale, comandante della brigata taurinense e delle forze Nato RC West in Afghanistan
È alla sua quarta missione
Sia il soldato, il comandante di RC West, sia Claudio, non hanno dubbi: il sogno è quello di lasciare qualcosa che possa servire, che faccia affrancare questa gente. Quando andrò via, avrò la certezza che qualcosa di molto utile è stato realizzato. Questa gente lo merita e lo merita anche il mio Paese. Ci stiamo muovendo su tante direttrici: il sostegno alla governance, lo sviluppo, le infrastrutture, l’economia, il funzionamento dell’amministrazione, l’addestramento del personale afghano. Ma il problema principale è quello della sicurezza. È questione di tempo, ce ne vorrà ancora molto. Tornerò in Italia fra ottobre e novembre, chissà se riuscirò a catturare uno scampolo di sole per un po’ di mare o se invece punterò dritto sulla montagna. È il destino di noi alpini: un po’ di neve, un paio di sci e siamo felici.
Antonio Romano, 25 anni, Caserta
Caporal maggiore dell’8° RGT bersaglieri
È alla sua prima missione all’estero
Se chiudo gli occhi, vorrei che lo sforzo che sto facendo avesse un senso. Prima di arrivare qui non sapevo nemmeno dove fosse l’Afghanistan. Ma poi vedo questa gente, poverissima, stanca di una vita in guerra, i bambini senza un giocattolo… Mi piace essere qui per aiutarli e mi piacerebbe vivere in un mondo che fosse uguale per tutti, perché credo che il mondo appartenga a tutti. Vivo ad Acerra (Na) con i miei e la mia fidanzata è Anna. Sogno una laurea in sociologia, magari online. Il sapere è la saggezza dell’essere umano. L’ultimo libro che ho letto è Gomorra. Un altro sogno? La mia terra libera dalla camorra e valorizzata per le cose belle che ha. Poi 15 giorni a Parigi, nella città dell’amore, e Natale e Capodanno in Egitto, al sole, come non ho mai fatto.
Federica Luciani, 29 anni, L’Aquila
Capitano del genio Weapons Intelligence Team, interviene dopo l’esplosione di ordigni artigianali
È alla seconda missione
Tra un’esplosione e l’altra mi capita di pensare a quello che vorrei e che mi manca. Come buona aquilana sono una maniaca della montagna: arrampico in parete e scio. Il terremoto ci ha lasciato una casa distrutta a Roio, 6 chilometri dall’Aquila, ma nessuno si è fatto male e questo è già molto. Poi ho un’altra passione non troppo femminile: corro in motocicletta. Ho fatto anche il campionato italiano e tre prove del Ducati challenge. Ho una Ducati 998 e una 996. In pista corro, ma su strada sto attenta. Peggio una caduta in pista o l’incontro con un talebano? Dipende dalla caduta. Il lavoro nell’esercito mi piace e mi abituo a non fare cose, a non vedere amici, però adesso, al tramonto, qualche piega sulla pista come si deve me la farei proprio volentieri. Non ho marito né fidanzato, e non mi manca. La pista, invece, quella sì.
Davide Desiato, 34 anni, Modena
Appuntato carabiniere paracadutista del Tuscania
Addestratore della polizia afghana, alla sua ottava missione all’estero
Torno a casa a fine giugno. Vorrei godermi i miei genitori. Il tempo passa inesorabile, sei mesi qui e sei in Italia e allora, siccome sono fortunato ad averli ancora tutti e due, vorrei stare un po’ con loro. Sai, le piccole cose, il pranzo della domenica, una passeggiata, un cinema. Poi vorrei migliorare il mio status di militare, vorrei diventare sottufficiale, per poter comandare una squadra sia in Italia sia all’estero. Infine, la solita vacanza rilassante al termine della missione. Andremo in Messico, io e Marzia, la ragazza con cui vivo a San Cesareo sul Panaro (Mo). Una piccola parte dei soldi della missione si spende in piaceri. Il resto lo tengo come una formichina. Tra due anni mi vorrei sposare, sarà una bella missione.
Michele Del Canuto, 29 anni, Viterbo
Cap. maggiore mitragliere elicotterista
Alla decima missione all’estero, la sesta in Afghanistan
Voglio diventare padre. Un marmocchio tra le mani che mi chiami papà è il desiderio che ho sempre, ogni sera prima di addormentarmi. Sì, lo so, con Laura non siamo ancora nemmeno sposati, non viviamo nemmeno insieme, però ho proprio la sindrome da biberon. Ne ho viste tante e questa mi manca. Sul lavoro sono contento, ho viaggiato, sono innamorato e mi sento amato. Mi manca il cucciolo, non mi frega se maschio o femmina, non ho pensato al nome. Però mi ci vedo come papà. Vorrei che studiasse, prendesse una laurea, che non avesse la mia fretta, che mi sono arruolato giovanissimo. Ci vuole cultura, studio, attenzione, perché se sei ignorante il mondo ti mette da parte. Quando torno, a luglio, prendo Laura e la porto a Watamu, in Kenya: mare, parchi e silenzio. Aspettando i pianti notturni del cucciolo.
Mario D’angelo, 30 anni, Sulmona
Capitano del 9° RGT alpini
Alla seconda missione in Afghanistan
Sono banale, sogno Lucilla, mia moglie. Siamo sposati da tre anni. Penso a lei, ai miei genitori. Fare l’amore è un pensiero. Se ne parla tra di noi. Io sto con i miei soldati nella base di Bala Baluk che è un fortino sperduto nel deserto, fra il nulla e il nulla. Parliamo di tutto, delle emozioni che viviamo in missione, delle paure, degli errori. E anche delle cose che mancano, e l’amore è una di queste. Un desiderio? Riportare tutti i miei ragazzi sani e salvi a casa. E poi penso alle passioni che da sempre coltivo: il rugby e il rock. Dopo la missione andrò con Lucilla a Seattle, in pellegrinaggio nella città della musica grunge: Pearl Jam, Nirvana fino al vecchio Jimi Hendrix. Io suono la batteria, ma la chitarra di quello là era davvero uno schianto.
- Martedì 25 Maggio 2010


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