
Credits: LaPresse
Stamane gli insorti hanno attaccato la sede della ong americana Development Alternatives Inc a Kunduz City, capoluogo dell’omonima provincia settentrionale afghana. Il governatore provinciale Muhammad Omar ha detto ai giornalisti che le vittime sono undici. Si tratta di sei talebani, due guardie della sicurezza afghane e tre cittadini stranieri: un tedesco, un filippino e un britannico.
Un attacco definito da un portavoce talebano “il benvenuto al generale David Petraeus” che si insedia oggi a Kabul al comando delle forze alleate. Gli insorti del resto sono dei combattenti duri, abituati a subire perdite spaventose nei combattimenti con le truppe hi-tech della coalizione, ma anche spietati. Non esitano, infatti, a farsi scudo dei civili e da tempo, a Sangin, nel distretto più caldo di Helmand, utilizzano i bambini per collocare gli ordigni esplosivi sulle strade.
Le tecniche di sorveglianza aerea ed elettronica degli alleati sono ormai in grado di rilevare ed eliminare le squadre di miliziani mentre piazzano le bombe, ma i talebani sanno bene che i militari occidentali non aprirebbero mai il fuoco contro dei bambini. “Siamo alle prese con dei bambini complici, non dei bambini-soldato: sono indottrinati fin dalla più tenera età, abituati ai rischi e i talebani sanno che i nostri valori ci impediscono di sparare su di loro”, ha spiegato un ufficiale britannico al Daily Telegraph. Possibile sconfiggere un nemico del genere con regole d’ingaggio morbide, scarcerazione dei talebani “non ideologici” e continue offerte di negoziato?
In barba alle aspettative del presidente Hamid Karzai e alle illusioni delle potenze occidentali, i talebani afghani hanno confermato alla Bbc di escludere l’ipotesi di qualsiasi tipo di negoziato con la Nato. Il secco no alle trattative, definito dall’emittente britannica “intransigente e al limite dello sprezzante”, non è certo una novità e arriva dopo che il comando statunitense aveva ipotizzato l’apertura di un canale di comunicazione e il comandante in capo dell’esercito britannico (ed ex comandante alleato in Afghanistan), David Richards ha dichiarato che Londra dovrebbe negoziare con i”talebani moderati”, categoria la cui esistenza è peraltro tutta da dimostrare.
L’opinione di Richards contrasta con quella del ministro della Difesa Liam Fox, per il quale non si negozia fino a quando i talebani non avranno deposto le armi. Una posizione coraggiosa se si considera l’impopolarità del conflitto afghano presso l’opinione pubblica britannica e le elevate perdite di Londra: 309 caduti in otto anni, 64 quest’anno 20 dei quali nel solo mese di giugno.
In realtà i talebani stanno vincendo la guerra e non hanno nessuna ragione per scendere a un compromesso. Per gli insorti non essere stati ancora sconfitti è già una vittoria e puntano sul progressivo logorio delle forze occidentali per riconquistare, in futuro, Kabul.
Non mancano certo gli elementi a sostegno delle valutazioni talebane che considerano l’esercito americano allo sbaraglio, ancor più dopo il licenziamento del generale Stanley McChrystal e reputano le continue offerte di negoziato da parte di Karzai e della coalizione un segno della debolezza dei loro nemici.
- Venerdì 2 Luglio 2010

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Commenti
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Il 2 Luglio 2010 alle 22:15 indigesto ha scritto:
Egregio Dr. Gaiani, è nei diritti-doveri di ogni belligerante credere nella vittoria delle proprie armi. Sicuramente le troppe incertezze sul campo, l’attenta osservazione delle politiche interne delle democrazie impegnate in questa guerra e la ondivaga posizione di Karzai, volta a tutelare troppi interessi, portano inevitabilmente i talebani ad illudersi di essere ad un passo dalla vittoria. Mah, se fosse stato necessario procedere ad una revisione delle forze in campo solo per organizzare una ritirata, dovremmo concludere che siamo in presenza di atteggiamenti schizofrenici. Non la vedrei così, nè mi lascerei impressionare dall’ennesimo attentato di “benvenuto” che, tra l’altro ha provocato più vittime tra i talebani che non tra i loro nemici! Anzi, lo considererei un atto di spavalderia piuttosto dovuto al timore che ogni cambiamento nella parte avversa inevitabilmente produce. Siamo solo all’inizio, un atto di fede e “mezzo sigaro”, dopotutto, non si negano a nessuno! Saluti.
Il 2 Luglio 2010 alle 22:46 pasalaam ha scritto:
Niente da fare, la guerra si vince con il fucile e non con le parole. Sono anni che ne parliamo. Noi chiediamo, loro sparano.
Il 3 Luglio 2010 alle 0:17 p.a.d ha scritto:
… e “diamo”, anche. È bene ricordarlo, soprattutto se si parla della presenza del contingente italiano.
Anche in questo caso la riconoscenza consiste nel far saltare in aria qualche alpino quand’anche qualche volontario per la cura dei civili. Medicinali ed aiuti varii inclusi.
C’è davvero da chiedersi se ne vale la pena.
Il 3 Luglio 2010 alle 1:08 pasalaam ha scritto:
No, non ne vale la pena. Prima ce ne andiamo e meglio é.
Il 3 Luglio 2010 alle 8:12 indigesto ha scritto:
Possono essere tante le ragioni da porre in essere per evitare un intervento armato, ma per abbandonarlo ne resta una sola: la fuga!
Il 3 Luglio 2010 alle 9:14 herbert ha scritto:
Esistono anche le ritirate strategiche, la fuga è l’incapacità di valutare le proprie o altrui forze cosa che distingue il buon comandante dal mediocre che gioca d’azzardo sulla pelle dei propri uomini.
Il 3 Luglio 2010 alle 10:37 indigesto ha scritto:
Una considerazione un pò..fumosa. Le ritirate strategiche non prevedono l’abbandono del conflitto, proprio perchè attengono alla strategia di guerra. Sono altre, poi, le “ritirate” in cui rifugiarsi quando si sta per farsela sotto!
Il 4 Luglio 2010 alle 11:01 pasalaam ha scritto:
Non é vero, herbert (in arte pisquano rosso) ha fatto il servizio militare, nelle truppe cammellate. Lui faceve il cammello.
Il 4 Luglio 2010 alle 12:42 jimmie01 ha scritto:
Ti sei spiegato benissimo, Indigesto.
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