- Tags: burqa, Daniela Santanché, Gilles Kepel, il mio iran, niqab, velo
- Un commento

(Credits: un'opera dell'artista torinese BR1)
Qualche giorno fa sono stata ospite della trasmissione Uno Mattina su Rai Uno e il segmento in cui ho avuto la possibilità di dire la mia era stato chiamato Veline o velate? Questo sembra essere il dilemma dopo le leggi contro il velo integrale in Francia, in Belgio e persino in Siria dove 1.200 insegnanti con il niqab sono state trasferite a lavori di ufficio affinché non abbiano contatti con gli studenti.
A essere presi di mira sono il niqab e il burqa che lasciano intravedere solo gli occhi. E di fronte a tanta ostilità il religioso saudita al-Garni ha emesso una fatwa secondo cui “le saudite possono scoprire il volto in quei Paesi che vietano il velo integrale”.
Il dibattito tocca temi diversi come la libertà religiosa e la condizione femminile nell’Islam. Un fatto è certo: occorre applicare il divieto di nascondere il viso e non perseguitare le velate con un’apposita legge perché altrimenti, come scrive il politologo francese Gilles Kepel, si rischia di “trasformarle in un esempio di rettitudine”.
Sono in molti a pensare che il velo rappresenti una modalità di dominio patriarcale ma dopo una serie di interviste ho l’impressione che per alcune italiane convertite e per tante donne nate nell’Islam e residenti nel nostro Paese il velo – nelle sue diverse declinazioni - prenda spunto dal discorso femminista: negli anni Sessanta si rivendicava il diritto a pantaloni, minigonna e bikini mettendo in allarme – tra gli altri - il clero cattolico.
Come ricorda il sacerdote Dag Tessore nel suo volume La donna cristiana (Il Leone Verde, Torino), nel 1960 il cardinale di Genova Giuseppe Siri scriveva: “Un certo numero di ragazze e donne genovesi ha optato nei giorni di gita per il costume maschile: i calzoni coprono le gambe ma sono troppo aderenti e l’attillatura ha motivo di preoccupare non meno della stessa esibizione. L’uso dei pantaloni altera la psicologia e il motivo che spinge a portare abiti maschili è l’imitazione, anzi la concorrenza rispetto a chi è ritenuto più forte, più disinvolto e più indipendente”.
Le donne con i pantaloni facevano paura e per le femministe sono stati tra i simboli della lotta per l’emancipazione. Le quarantenni e (a maggior ragione) le più giovani non hanno però memoria di questa battaglia e gli studiosi di genere le definiscono post-femministe, nel senso che danno per acquisite certe conquiste. Ma questo non vuol dire che non abbiano voglia di lottare e, nel caso delle seconde generazioni di musulmane in Europa, molte sono scese in campo scegliendo come simbolo il velo. I motivi sono ovvi: dopo l’11 settembre l’Islam fa paura ma paradossalmente è anche diventato di moda e – come pantaloni, minigonna e bikini – il velo fa discutere.
Ora, se femministe come l’onorevole Daniela Santanchè si scontrano con le giovani musulmane velate è anche per un divario generazionale: tutte rivendicano una certa forma di libertà ma utilizzano simboli opposti: il corpo esibito e il corpo velato. Poiché a rivendicare il diritto al velo integrale sono spesso giovani italiane convertite all’Islam (ne parleremo sul mensile Ventiquattro in edicola il 3 settembre), verrebbe da pensare che lo scontro non sia tra civiltà quanto generazionale.
Come trovare una soluzione al dilemma tra veline e velate, senza cadere in facili estremismi? Un modello positivo potrebbe essere la principessa Shahrazad delle Mille e una notte: è bella, conosce le cronache del suo Paese e le leggende dei tempi antichi, è intelligente e ha il dono della parola. Ogni notte racconta una storia e riesce così a sedurre (portare a sé) il sovrano triste e rancoroso che ha trovato la moglie fra le braccia di uno schiavo. Shahrazad è un modello senza tempo e frontiere, conquista con l’intelligenza senza esporre né velare.
- Mercoledì 28 Luglio 2010

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Commenti
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Il 28 Luglio 2010 alle 20:49 indigesto ha scritto:
Sharazad “conquista con l’intelligenza senza esporre né velare” pur di aver salva la vita.
Chissà se le donne italiane convertite musulmane non si trovino in analoga condizione, facendo di necessità virtù. No, Professoressa, dalle nuove generazioni ci si attende una lotta per l’emancipazione, un salto di civiltà. Ma occorre tempo, molto tempo. Saluti.
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