L’ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore interforze, ha accusato Julian Assange, l’hacker australiano che ha fondato il sito pacifista, di “avere le mani sporche di sangue di soldati americani e civili afghani”.
Parole simili sono state pronunciate anche dal numero uno del Pentagono, Robert Gates, ma al di là delle dichiarazioni, l’Amministrazione statunitense sembra stranamente impotente di fronte alla rivelazione di notizie che riguardano la sicurezza nazionale.
Una debolezza paradossale, confermata dal portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, che il 30 luglio in un’intervista alla CBS ha ”implorato” Wikileaks a non pubblicare gli altri 15 mila documenti classificati del’intelligence militare americana di cui il sito web sarebbe in possesso.
”Non possiamo fare altro che implorare le persone che hanno questi documenti ad astenersi dal pubblicarli. Non bisogna arrecare alle nostre truppe più danno di quello che è già stato fatto”. Ha dichiarato Gibbs intervistato nel programma Today Show .
Eppure gli Usa, specie dopo l’11 settembre 2001, dispongono di leggi che consentono allo stato di intervenire quando è minacciata la sicurezza nazionale e non occorrono certo leggi speciali per chiudere siti internet o arrestare persone allo scopo di recuperare materiale classificato trafugato alle autorità militari.
Sembra esserci un’evidente contraddizione tra la minaccia per la sicurezza paventata dalle autorità Usa e l’assenza di iniziative concrete per punire la diffusione di segreti militari e impedire altre fughe di notizie soprattutto se si considera che, come disse lo stesso Gibbs nei giorni scorsi, che il presidente Obama era stato informato dell’imminente pubblicazione dei 92 mila rapporti sottratti al Pentagono una settimana prima che venissero resi noti.
- Lunedì 2 Agosto 2010


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