
Un militare dell’Unifil sventola una bandiera dell’Onu nei pressi del villaggio di Adaisseh in Libano (AP Photo/Lutfallah Daher)
Gli scontri di confine di ieri tra truppe israeliane e libanesi e le violente manifestazioni contro i caschi blu della missione Unifil scatenate da Hezbollah a inizio luglio sollevano molti interrogativi sul significato della missione dell’Onu della quale l’Italia è il primo contributore anche se con forze militari in calo progressivo.
Il rischio che riprenda il conflitto “congelato” nel 2006 è considerato elevato da molti osservatori e del resto il grande sponsor di Hezbollah, l’asse Iran-Siria, potrebbe avere molti interessi nello scatenare un nuovo conflitto soprattutto per creare un diversivo che distragga l’attenzione mondiale dal programma atomico di Mahmoud Ahmadinejad che le sanzioni di Obama e dell’Onu certo non fermeranno.
Del resto molte delle condizioni che avevano portato all’avvio, su pressioni di Italia e Francia, della missione Unifil 2 e al suo successo nel garantire stabilità oggi sono scomparse. Il disarmo di Hezbollah e delle altre milizie libanesi, previsto dalle Risoluzioni dell’Onu 1559 e 1701, non è mai stato attuato né dalle forze libanesi né dai caschi blu.
Anzi, Hezbollah ha riempito nuovamente i suoi arsenali sotto il naso delle forze dell’Onu che in base alle regole d’ingaggio non possono perquisire edifici o veicoli se non su richiesta delle truppe libanesi. Queste ultime, mai ostili a Hezbollah, sembrano sempre più coordinate con le milizie sciite complice anche l’ambiguo governo di Saad Hariri che ha riconosciuto al Partito di Dio il diritto a mantenere i suoi arsenali.
Dopo gli scontri di luglio, nei quali i manifestanti di Hezbollah hanno impedito le esercitazioni dei caschi blu, è giusto domandarsi che senso abbia ancora questa missione che impegna 12 mila militari tra i quali 1.900 italiani, 1.700 francesi e 1.300 spagnoli. Una missione che negli ultimi sei mesi ha perso anche molta credibilità a causa dell’incerta gestione del generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas che da quando ha assunto il comando, a fine gennaio ,ha fatto rimpiangere a molti il suo predecessore, l’italiano Claudio Graziano.
In caso di guerra aperta tra Libano e Israele i caschi blu non hanno nessuna possibilità di bloccare le ostilità sia perché questo compito non è previsto dalla Risoluzione 1701 sia perché sono disseminati sul territorio in piccole basi facilmente isolabili. In pratica potrebbero fare solo da bersaglio per i tiri dei contendenti, come accadde del resto anche per il più piccolo contingente di caschi blu schierato nel Libano del Sud fino al 2006.
Per quanto riguarda l’Italia vale la pena ricordare che la missione in Libano (Operazione Leonte) fu un cavallo di battaglia del governo di centro-sinistra che nel 2006 poté respingere la richiesta della Nato di inviare nuovi rinforzi in Afghanistan adducendo l’impegno militare in Libano.
Per il governo Berlusconi la priorità è invece l’impegno a Herat e, dopo aver atteso che terminasse il triennio di leadership italiana di Unifil, ha avviato un ridimensionamento dell’impegno libanese che ha portato i caschi blu italiani a scendere dai 2.450 di gennaio agli attuali 1.900 che si ridurranno ulteriormente a 1.780 entro Natale. In calo anche gli stanziamenti che quest’anno scenderanno a 260 milioni contro i 300 spesi nel 2009.
- Mercoledì 4 Agosto 2010

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