- Tags: La mia Africa, pirati, Somalia
- Un commento
Mentre la nave italiana Libeccio incrocia nel mare di Aden per contrastare la pirateria e a Mombasa si sta aprendo il primo processo contro 10 sospetti corsari somali, abbiamo raggiunto telefonicamente Abdi Hyghye, 29 anni, somalo, uno dei capi dei pirati di Hobyo, 800 chilometri a nord di Mogadiscio.
Il capo dei pirati racconta come funziona la sua “industria”. Circa 3mila uomini coinvolti a vario titolo. C’è chi si occupa degli avvistamenti, chi degli approvvigionamenti, chi dei riscatti. Abdi Hyghye in particolare si occupa degli attacchi e guida i “commando” all’assalto delle navi commerciali.
Che cosa faceva prima di diventare “pirata”?
Io facevo il pescatore qui nell’area di Hobyo, ma ho dovuto smettere perché tutte le navi e le attrezzature di pesca sono state distrutte dagli spagnoli e dai francesi, che prendono le reti e affondano le piccole barche per rubare le nostre risorse e fare quello che vogliono nei nostri mari. Noi non siano “pirati” ma difendiamo le nostre acque.
Come vengono condotti gli attacchi?
Ogni attacco viene condotto da gruppi di 15-20 uomini armati di kalashnikov. Quando siamo operativi, facciamo 25 attacchi ogni mese e controlliamo tutta la costa somala…
Voi attaccate mercantili e navi civili che transitano nel golfo di Aden, anche lontani dalle coste somale…
No, la ragione dei nostri attacchi è che le navi straniere entrano nelle acque somale, noi non attacchiamo le navi che si limitano ad attraversare le acque internazionali. Se però vediamo una nave straniera a largo delle coste interveniamo perché il nostro obiettivo è difendere il nostro oceano. Prima non facevamo attacchi alle navi mercantili, ma poi ci hanno costretto a farlo perché abbiamo visto che venivano a buttare veleni nel nostro mare
Avete rapporti con Al Shabaab o Hezbul Al Islam?
Noi non abbiamo alcuna relazione né con Al Shabaab né con Hezbul-al-Islam: non ne abbiamo bisogno perché la politica non ci interessa.
Vi hanno mai chiesto soldi? Parte dei vostri proventi?
Noi siamo fuori dai giochi politici e nessuno di Al Shabaab o di Hezbul-al-Islam ci ha mai chiesto soldi o altro. Noi siamo un gruppo armato che difende i nostri mari.
Quanto fatturate con la vostra “industria”?
Dipende, a volte 3 milioni di dollari a volte 3 milioni e mezzo a volte 4 a ogni nave, ma quello che ci interessa è la sicurezza delle nostre acque, i soldi non sono l’obiettivo principale degli attacchi.
E tutti questi soldi dove vanno a finire?
Li impieghiamo nell’acquisto dell’equipaggiamento e delle armi che ci servono per proteggere i nostri mari, ma una parte la distribuiamo alla popolazione.
Siete pronti a usare la violenza?
Non uccidiamo nessuno: difendiamo i nostri mari, però siamo pronti a reagire e a uccidere se qualcuno ci attacca. Non siamo spaventati dalla presenza della marina militare italiana o americana, ma ci difendiamo. Qualche volta hanno ucciso alcuni dei nostri e allora ci difendiamo con le armi.
- Venerdì 13 Agosto 2010


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Commenti
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Il 15 Agosto 2010 alle 16:23 indigesto ha scritto:
Bel modo di intendere il Dirirtto internazionale! E’ come se, fatte le debite proporzioni, si avesse il diritto di rapinare chiunque attraversi il giardino di casa per portarsi all’abitazione, magari cogliendo qualche fiore strada facendo.
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