
(Credits : LaPresse)
La rimozione, quasi due mesi or sono, del generale Stanley McChrystal al comando delle forze alleate in Afghanistan, non sembra aver risolto i dissidi negli Usa tra leadership politica e militare. Anche il nuovo comandante, il generale David Petraeus, non condivide la decisione del presidente Barack Obama di iniziare il ritiro delle truppe Usa già nel luglio 2011 e ha dato il via a una campagna mediatica tesa a far conoscere il suo punto di vista.
Certo senza la brutale durezza dei termini utilizzati da McChrystal riportati dal magazine Rolling Stone ma precisando con chiarezza nelle interviste a Nbc, New York Times e Washington Post che il ritiro l’anno prossimo potrebbe rivelarsi “prematuro” perché “tutto dipenderà dalle condizioni sul terreno”.
Una valutazione prudente e militarmente ineccepibile ma bocciata senza appello dal segretario alla Difesa, Robert Gates, che al Los Angeles Times ha dichiarato che alcune responsabilità della sicurezza potrebbero essere trasferite agli afghani già alla fine del 2010 e che “non c’è nessuno che ha dubbi sul fatto che il ritiro delle nostre truppe comincerà nel luglio 2011”.
Il numero uno del Pentagono (che ha già annunciato che il prossimo anno lascerà l’incarico) sembra irritato da Petraeus sottrattosi alle nuove regole che limitano le interviste dei comandanti militari imposte proprie da Gates dopo il “caso McChrystal”.
Obama ha invece affidato la risposta a un suo portavoce, Bill Burton, che pur negando che esistano divergenze tra il presidente e il generale ha definito “non negoziabile” la scadenza del luglio 2011. Gli ambienti militari rimproverano alla Casa Bianca di aver posto una scadenza all’impegno in Afghanistan fornendo così un vantaggio strategico e propagandistico ai talebani e scoraggiando gli alleati europei.
In realtà, dietro a questi contrasti emergono due diverse visioni del conflitto afghano tra i vertici militari che intendono conseguire la vittoria e una leadership politica che punta solo a uscire onorevolmente da quella guerra lasciando gradualmente il controllo del Paese a quelle forze afghane che i militari statunitensi temono possano fare la stessa fine delle truppe di Saigon dopo il ritiro dei marines dal Vietnam.
Petraeus non è tipo da arrendersi facilmente e ha ancora un po’ di tempo e qualche asso da giocare per far cambiare idea al presidente. Sa che Obama difficilmente potrà rimuoverlo come fece con McChrystal. Se lo facesse rimarcherebbe l’esistenza di un forte contrasto con i militari e si dimostrerebbe un pessimo leader considerato che sia McChriystal che Petraeus li ha scelti lui per il comando supremo in Afghanistan.
- Mercoledì 18 Agosto 2010

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Commenti
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Il 18 Agosto 2010 alle 15:15 stanko ha scritto:
Obama sembra lontano dal sentire della gente comune. Quella americana intendo, diversa dalla nostra che è ormai anestetizzata dalla visione buonistico- maldipancistica figlia delle illusioni del ‘68.
Grandissima bischerata favorire i talebani fissando la data del ritiro, scarsissima dimostrazione di sensibilità andare a proporre la costruzione della moschea aground zero…
Ci manca solo che scagli i suoi strali sui danni del colonialismo in Africa, per dimostrare di essere prigioniero dei clichés più scontati del sinistro pensiero.
Il 18 Agosto 2010 alle 17:14 indigesto ha scritto:
Un ritiro inglorioso rafforzerebbe l’immagine di un paese incapace di risolvere un conflitto. Vero è che le operazioni in Afghanistan somigliano più ad una gigantesca operazione di polizia che ad una guerra, non essendovi schierato dall’altra parte un vero e proprio esercito ma bande dedite alla guerriglia e al terrorismo. Affidare la difesa del territorio alle forze afghane è puramente illusorio. Le faide interne vedranno scorrere altro sangue, anche se gli accordi militari, politici e commerciali, di qualunque portata siano, coi talebani daranno la parvenza di un disimpegno onorevole alla ritirata americana. Ma non si trattano così gli alleati! Credo che qualcosa vada rivisto e credo che la si rivedrà!
Il 19 Agosto 2010 alle 17:20 nhico ha scritto:
Barack Obama oramai sembra avere imboccato irrimediabilmente il sentiero dell’ira. Forse, il suo continuo precipitare nel pozzo del ridicolo, non è del tutto dovuto alla sua irascibilità, ma inevitabilmente questo suo nuovo stato d’animo creerà una sempre più accentuata disarmonia con le sue attività istituzionali. Né può guardare alle elezioni di novembre come ad un giro di boa. Anzi, indipendentemente dal loro risultato, il suo primo «mid term» non potrà che aumentare il distacco con la maggioranza di quell’elettorato che l’ha portato alla Casa Bianca. Rendendo ancora più scivoloso il piano inclinato sul quale da solo si è cacciato.
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