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Iran: il colpo di stato del clero (e non della Cia)

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  • Tags: Barack Obama, il mio iran, Madeleine Albright, Mohammad Reza Shah Pahlavi, Mosaddeq
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Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi) e per Laterza "Un'estate a Teheran". Nel 2010 è stata insignita del premio di giornalismo Amalfi Media Award.
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Mosaddeq

Oggi ricorre l’anniversario del colpo di stato contro il premier Mossadeq ed è il momento per fare una riflessione, presentando due libri di recente pubblicazione.

Nel 1951, al tempo di Mohammad Reza Shah Pahlavi, il premier iraniano Mosaddeq scosse il mondo nazionalizzando l’industria petrolifera gestita dai britannici. Il 19 agosto 1953 fu però vittima di un colpo di Stato attribuito alla Cia e la cosiddetta operazione Ajax è spessa citato come un caso di ingerenza straniera negli affari interni iraniani.

Nel tentativo di ricucire i rapporti diplomatici con Teheran durante la presidenza del riformatore Khatami, nel 1999 il segretario di Stato americano Madeleine Albright si scusò pubblicamente per l’interferenza. E lo stesso ha fatto il 4 giugno 2009 il presidente Barack Obama nel discorso del Cairo ammettendo che “nel bel mezzo della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto”.

Eppure, più di cinquant’anni dopo quel tragico evento, lo storico svizzero-iraniano Bayandor dimostra il fallimento del piano organizzato dagli americani e dai loro alleati britannici: a mettere fuori gioco Mosaddeq non furono i servizi segreti stranieri ma il clero sciita spaventato dalle libertà concesse al partito comunista Tudeh che aveva messo in atto una campagna a favore di un cambio di regime.

Il grande Ayatollah Boroujerdi e il resto del clero quietista si spaventarono all’idea di una repubblica in stile turco e del profilarsi di una presa del potere da parte dei comunisti. Un cambio di regime era ritenuto inaccettabile, come nel 1924 quando l’establishment religioso aveva impedito all’allora premier Reza Khan di abolire la monarchia e creare una repubblica sulla scia di quanto aveva fatto Atatürk.

Chi era Mossadeq? Nel dizionario L’Iran de A à Z lo specialista di relazioni internazionali a Ginevra Mohammad-Reza Djalili ricorda come nel 1951 il premier di discendenza cagiara fosse stato scelto come personalità dell’anno dal Time Magazine e come la sua memoria non raccolga consensi unanimi: “La sinistra lo considera un politico borghese, i monarchici più radicali lo descrivono come un uomo ambizioso che in piena guerra fredda rischiò di aprire il paese all’influenza comunista, e gli islamici lo rifiutano perché troppo laico, che si prendeva troppo a cuore la nazione e non abbastanza l’Islam”.

Nazionalizzando il petrolio Mosaddeq aveva preso posizione a favore dei diritti del suo Paese ma in fin dei conti, spiega Bayandor, era un prodotto del sistema che lo aveva portato al potere: “Nel profondo del cuore doveva essere un democratico ma l’oligarchia iraniana non si prestava a modalità democratiche nell’accezione occidentale. Per governare calpestò tutte le istituzioni dello Stato e verso la fine creò un sistema di governo che assomigliava a una dittatura benevolente”. Mosaddeq pestò troppi piedi, le sue riforme non risparmiarono i pesci grossi e intanto l’Iran era in conflitto con la Gran Bretagna, che a quel tempo era ancora una superpotenza.

“Poco per volta perse terreno ma il colpo di grazia glielo diedero gli ayatollah”, sostiene Bayador citando documenti degli archivi americani e britannici nonché le memorie di personaggi iraniani e stranieri che dimostrano come la caduta di Mosaddeq prese alla sprovvista Londra, Washington e persino l’Ambasciata americana a Teheran.

La Cia e i servizi segreti britannici avevano però ottimi motivi per accettare la versione di Kermit Roosevelt, il capo della Cia a Teheran che nel 1979 pubblicò le sue memorie in Countercoup: The Struggle for the Control of Iran (McGraw-Hill, New York). Noi iraniani, conclude Bayandor, “abbiamo invece il vizio di prendere come oro colato tutto quanto è pubblicato in Occidente”.

I libri da leggere:

- Darioush Bayandor, Iran and the Cia. The Fall of Mosaddeq Revisited, Palgrave Macmillan, New York, 2010.

- Mohammad-Reza Djalili, L’Iran de A à Z, André Versaille éditeur, Bruxelles, 2010

  • farian
  • Giovedì 19 Agosto 2010

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Commenti

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Il 19 Agosto 2010 alle 18:24 indigesto ha scritto:

Gentile Pofessoressa, credo che se si lancia una moneta in aria per avere un responzo sulla questione, questa resti, toccando terra, in bilico. Si sa come un certo Occidente, a fronte dei suoi immediati interessi compromessi, risponda, e si sa come certe forze interne, soprattutto se cerca di arrivare al potere si alleino idealmente col “nemico”. Non credo che si tratti di mancanza di lungimiranza dl primo, intanto si smantella ciò che ostacola, epoi si vede. L’Inghilterra è stata maestra in questo. acquisire con la forza diritti e difebderli con la stessa. Non bastò il successo politico di Mossadeq all’ONU, l’embargo continuò, e tessere per gli USA una trama, complice, quanto inconsapevole non si sa, l’Ayatollah Kashani, per gli USA fu un gioco da ragazzi, grazie a quel patto scellerato che lega da sempre gli interessi delle due potenze. Ciò che ne è venuto si sa, e che l’Iran soffra di un regime teocratico era quantomeno da mettere in conto. Molto è dovuto all’occidente che ha coccolato l?Ayatollah Komeini

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