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Primarie Usa: gli outsider non sfondano

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  • Tags: Arizona, Barack Obama, elezioni di mediotermine, establishment, florida, John McCain, obamamania, primarie
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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John McCain e la governatrice dell'Arizona Jan Brewer (Credits : LaPresse)

John McCain e la governatrice dell'Arizona Jan Brewer (Credits: LaPresse)

Era una partita tra establishment e outsider; era una gara tra chi aveva (avuto) milioni di dollari da investire e chi, invece, quella montagna di soldi non l’aveva.

Era l’ultima lunga notte delle primarie prima delle elezioni di Medio Termine, un test per saggiare i sentimenti dell’elettorato nei confronti dei candidati in vista dell’appuntamento di novembre, quando i milioni di americani chiamati alle urne decideranno se i democratici perderanno la maggioranza al Congresso e Barack Obama (di conseguenza) dovrà passare gli ultimi due anni del suo mandato impegnato in una sorta di guerriglia quotidiana con i repubblicani asserragliati a Capitol Hill.

Alla fine, quello che emerge è un’America divisa tra la rinnovata fiducia nei confronti degli antichi nomi della politica, come nel caso di John McCain in Arizona, e la voglia di un cambiamento (comunque sia) che ha premiato sia i nuovi volti (anche se sono stati presentati dai vecchi apparati di partito), sia i nuovi personaggi, gli outsider, coloro che, anche grazie alla disillusione di una buona parte dell’opinione pubblica rispetto ai loro rappresentanti, sono scesi nell’agone politico.

Non c’è stato un terremoto, ma la conferma che una (forte) scossa potrebbe arrivare tra quattro mesi.

Gli appuntamenti più significativi erano in Arizona e in Florida. Nel primo stato, tutti i riflettori erano puntati sulla gara tra John McCain e J.D.Hayworth. L’ex candidato alla presidenza era contrapposto al noto giornalista radiotelevisivo in una competizione che, alla vigilia, aveva procurato motivi di apprensione in McCain, timoroso di poter perdere la chance di essere rieletto per la quinta volta consecutiva al Senato in novembre. Ma John McCain ce l’ha fatta. Quello che poteva rivelarsi come l’ultimo atto, il tramonto di questo politico di lungo corso, è stato evitato: ha battuto Hayworth in modo convincente. E questo anche grazie ai 21 milioni di dollari che ha speso per questa campagna elettorale.

In novembre, la corsa a tre per il seggio di senatore della Florida potrebbe fare nascere una nuova stella nazionale della politica. Dalle primarie sono usciti i nomi di Kendrick Meek (democratico), Marco Rubio (repubblicano) e Charlie Crist (indipendente, ex repubblicano, governatore). Tutti e tre sono ormai personaggi seguiti dai grandi media americani e i primi due rappresentano la potenziale nuova generazione di classe dirigente dei loro partiti (e del paese).

Meek - figlio di una ex deputata democratica - potrebbe essere il primo senatore afro-americano nella storia della Florida. Non è un caso che lo stesso Barack Obama abbia “benedetto” la sua corsa facendosi fotografare con lui in un recente viaggio del presidente in quello stato.

Kendrick Meek e Barack Obama (Credits : LaPresse)

Kendrick Meek e Barack Obama (Credits: LaPresse)

Kendrick Meek ha sconfitto il miliardario Jeff Green, che aveva impostato la sua campagna su toni molto aggressivi contro il rivale. Per settimane, su radio e televisioni locali sono passati sentiti spot pagati da Green che accusavano Meek di non avere avuto condotte irreprensibili nel suo passato. Quest’ultimo ha aspettato i confronti televisivi per tifare fuori un paio di storie imbarazzanti riguardanti Green e per ricordare al pubblico come vive un miliardario (con tanto di yacht) mentre milioni di americani sono costretti a tirare la cinghia a causa della crisi economica. Con questi colpi, Kendrick Meek ha eroso il consenso di Green per poi batterlo nella notte delle primarie.

Marco Rubio è invece l’enfant prodige del partito repubblicano. Speaker della Camera dei Rappresentanti della Florida si è buttato nella competizione per il seggio al Senato a Washington nonostante la concorrenza interna del governatore Charlie Crist. Quando i sondaggi interni hanno dato Rubio vincente, Crist è uscito dal partito per potersi presentare come indipendente alle elezioni di Medio Termine. Con lui sono rimasti però i suoi finanziatori che gli daranno un importante aiuto nell’appuntamento di novembre. A meno che, Marco Rubio non riesca a convincerli a cambiare cavallo.

Chi ha finanziato la propria campagna elettorale è stato invece Rich Scott, l’uomo d’affari che (grazie ai 30 milioni di dollari investiti) è riuscito a battere la concorrenza di Bill McCollum e tra quattro mesi si giocherà la poltrona di governatore della Florida contro il il democratico Alex Sink.

Businessman affermato, Scott è la tipica figura di outsider che batte un concorrente arrivato da una lunga carriera politica nel partito.

In Alaska, un altro nome nuovo batte  un vecchio volto della politica. Joe Miller, repubblicano, appoggiato da Sarah Palin e dal Tea Party, è in vantaggio rispetto a Lisa Murkowski, donna che ha fatto tutta la sua carriera politica nell’ombra del padre, Frank, il quale, nel 2002, dopo essere stato eletto governatore dello Stato, lasciò il seggio a Capitol Hill e nominò al suo posto la figlia che divenne così senatrice.

Una storia americana che sembra essere d’altri tempi. La notte delle primarie ci fa capire che tra quattro mesi  molte cose cambieranno nel panorama politico a Stelle e Strisce.

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 25 Agosto 2010

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