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Alpini nel deserto

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  • Tags: Afghanistan, alpini, Farah, Guerre di pace italiane
  • 10 commenti
Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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(Credits: Ansa)

(Credits: Ansa)

dal nostro inviato a Herat (Afghanistan)

Gulistan, Bakwa e Por Chaman. Nomi di distretti afghani con i quali dovremo familiarizzare perché dall’inizio di settembre i militari italiani hanno allargato il settore sotto il loro controllo a queste lande desolate della provincia di Farah, al confine con la “prima linea” di Helmand dove le truppe anglo-americane hanno subito (e stanno subendo) le perdite più gravi.

Dopo un mese di transizione caratterizzato da lunghe colonne logistiche che da Herat portavano truppe, mezzi e materiali nelle due basi avanzate note come Ice e Camp Lavaredo, fanti e genieri alpini del Settimo e Secondo reggimento hanno assunto la responsabilità di un’area presidiata negli ultimi due anni dai marines statunitensi, affiancati da alcuni mesi da un battaglione di soldati georgiani.

Per le truppe italiane, quest’area di Farah non è del tutto nuova poiché fino a due anni or sono era teoricamente assegnata al contingente ma nella pratica non c’erano abbastanza truppe per assicurarne il presidio. Nel 2008 gli incursori italiani della Task Force 45 ripresero con un blitz il controllo dell’abitato di Bakwa, espugnato da un gruppo di insorti che aveva ucciso alcuni poliziotti afghani.

L’insufficienza numerica delle truppe italiane venne compensata dai marines che costruirono due basi avanzate e alcuni avamposti (Combat Out Post.Cop) molto spartani e ribattezzarono l’area Operational Box Tripoli. Il ritorno di quel settore sotto il controllo del comando italiano dell’Ovest  è stato reso possibile dall’arrivo dei rinforzi che
porteranno il contingente nazionale a circa 4mila militari entro fino anno (attualmente sono 3.600).

Presidiare i distretti di Gulistan, Bakwa e Por Chaman, non sarà uno scherzo. Le ampie zone desertiche e scarsamente abitate sono da tempo rifugio dei talebani in fuga da Helmand che qui hanno sempre potuto trovare tranquille retrovie. Negli ultimi due anni gli americani hanno picchiato duro anche con incursioni della Delta Force che mira a scovare i miliziani di al-Qaeda segnalati in più occasioni dall’intelligence afghana.

Alle bande talebane che si muovono rapidamente utilizzando motociclette sono strettamente legate le milizie narcos che gestiscono le ampie coltivazioni di oppio  presenti da queste parti. Probabile quindi che gli alpini, affiancati da truppe e poliziotti afghani, debbano affrontare una consistente minaccia nemica tenendo anche conto che l’assenza di strade asfalate espone le colonne militari a forti rischi di incorrere in ordigni improvvisati lungo le piste sabbiose della regione.

La Task Force South East, così è stato battezzato il reparto alpino schierato in quest’area guidato dal colonnello Paolo Sfarra, potrà godere del supporto di elicotteri da attacco Mangusta e da trasporto Chinook trasferiti da Herat al piccolo aeroporto di Farah. Un supporto indispensabile per offrire alle truppe il fuoco d’appoggio dal cielo ma
anche per rifornire di cibo, acqua e carburante i reparti per i quali i rifornimenti via strada sono resi problematici dalla minaccia degli ordigni talebani.

Alcuni avamposti verranno riforniti dal cargo C-130J che l’Aeronautica ha basato a Herat per  aviolanciare pallets di rifornimenti che vengono paracadutati in prossimità delle basi.

L’ampliamento dell’area operativa delle truppe italiane come di tutti i contingenti alleati è previsto dalla strategia contro-insurrezionale del generale David Petraeus per  mettere all’angolo gli insorti espugnando le loro roccaforti e offendo sicurezza e aiuti alla popolazione.

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 2 Settembre 2010

Vedi anche:

  • L'inferno di Bala Murghab "quasi" pacificato dagli alpini
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Commenti

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Il 3 Settembre 2010 alle 15:45 giovannim. ha scritto:

Dunque, la fase di potenziamento del nostro contingente in Afghanistan si è completata.
Con la costituzione della quarta Task Force (o Battle-Group che dir si voglia), l’intero Regional Command West torna, praticamente, sotto il controllo italiano.
Uno sforzo notevole al quale corrisponderanno un impegno ed una responsabilità altrettanto importanti.
Tra l’altro, l’aumento degli uomini impegnati sul terreno è stato accompagnato da un analogo rafforzamento di alcuni assetti operativi quali, in particolare, la componente elicotteristica e i VBM Freccia.
Nonostante tale sforzo, comunque di rilievo, non si può fare a meno di continuare a sottolineare gli elementi di criticità della nostra missione in Afghanistan.
Il primo, quello più importante, riguarda l’annosa questione dei limiti (operativi e geografici) imposti ai nostri militari. La questione è nota ed è sotto gli occhi di tutti; come noto infatti, il contingente italiano non può svolgere gli stessi compiti altrimenti svolti dai contingenti di altri Paesi e, di più, non può abbandonare la propria area di competenza. Ancora una volta: queste continue differenziazioni (si pensi alla questione degli AMX che non possono sganciare bombe), questa selva di ‘caveat’ e ‘remarks’, questi distinguo (che peraltro non sono certo una nostra esclusiva) non fanno bene alla missione ISAF.
Ma anche dal punto di vista della dotazione dei mezzi non mancano le perplessità; dall’invio in teatro dei Freccia (avvenuto più per ragioni ‘promozionali’ che altro?), alla cronica assenza di una componente di artiglieria (laddove, proprio con l’espansione dell’area di competenza, qualche PZH-2000 farebbe decisamente comodo), passando per la scarsità di UAV (tra i Predator dell’Aeronautica e i mini UAV Raven dell’Esercito c’è un ‘buco’ che dovrebbe essere colmato da un UAV tattico, cioè quello Shadow appena ordinato dall’Esercito stesso ma che non entrerà certo in servizio a breve).
Sul futuro dell’intera missione, oltre alle questioni politiche, aleggia poi la situazione delle Forze Armate; l’effetto dei tagli (effettuati e previsti) alle risorse combinato con l’assenza di un’iniziativa politica volta a riorganizzare/ristrutturare lo strumento militare, non fa altro che accrescere i dubbi e le preoccupazioni sulla sua tenuta.
Il rischio di un ‘collasso’ delle capacità operative è sempre più reale e, con esso, la possibilità di alimentare con personale adeguato (nei numeri e nell’addestramento) e con mezzi ugualmente adeguati (per efficacia ed efficienza) le missioni in corso.

Il 3 Settembre 2010 alle 17:34 e.fumagalli ha scritto:

Fa male la verità, vero Gaiani, se sei “esperto”. Ammesso che sii tu a censurare, se un altro che scrivi articoli a fare, c’è il giornale per questo.

Il 5 Settembre 2010 alle 17:14 stanko ha scritto:

Il VBM Freccia, oltre a fornire materiale fotografico per il calendario 2011 della OTO MELARA, sta tirando fuori le prime problematiche relative all’impiego in un ambiente così ostile. Ma anche col VTLM Lince non sono tutte rose e fiori.
Questi mzzi sono stati progettati e ingegnerizzati in Europa, lontani dal caldo torrido e dalla polvere, nemici giurati dell’elettronica di bordo.
Mettendoli vicini a un Buffalo americano, appare subito lqualche differenza. Perchè i nostri sono verniciati con gli scurissimi toni del verde/marrone/nero e non coi toni più tenui del caki che, oltre a mimetizzare i mezzi nella polvere più idoneamente, limitano la concentrazione dei raggi solari sulle lamiere?? Perchè hanno così poca superficie vetrata (e blindata) per vedere cosa cavolo c’è fuori? E poi da noi si cuoce come le uova sode nella pentola a ppressione! Gli alternatori non reggono il carico dei climatizzatori e si “crepano” bloccando colonne di mezzi nelle situazioni più a rischio. Gli spagnoli infatti, che hanno scelto i Lince per le capacità di sopravvivenza agli IED, hanno preteso motorizzazioni più potenti e in grado sostenere il carico degli impianti di climatizzazione. Insomma, basta testare i nostri mezzi sulle ghiaie del Cellina-Meduna, dove tutto funziona bene per forza!!
Il VBM Freccia, se non altro, viene testato in teatro e, come si è visto, ha qualche problema da risolvere. Ma da qui a darlo come già operativo…

Sugli elicotteri altre perplessità. Sei vecchi AB 205 retrofittati (e appesantiti)stanno sostituendo i più affidabili AB 412, che in oltre un anno di teatro hanno confermato l’affidabilità e la flessibilità già dimostrate in Irak e in Libano. Arriveranno anche gli EH 101 della Marina. Speriamo che vengano a dare una mano e non a raccogliere le margherite come facevano gli AB 212 nei turni precedenti…
Tra poco sarà la volta del “nuovo” NH 90. Del quale si spera che avionica, motori e trasmissioni siano all’altezza degli oltre 40 mln di euri cadauno (coi quali si potevano copmrare 3 o 4 collaudatii e affidabil Black Hawk! L’affidabilità e la certezza di assicurare le capabilities ovunque, valgono come l’oro in Afghanistan. Ma nessuno, in Italia, li sta ancora testando alle massime prestazioni, con l’armamento completo e le corazzature previste per l’impiego in TO (in compenso non ci perdiamo sagre e manifestazioni delle più svariate).
E intanto gli alpini marciano nel deserto.

Il 6 Settembre 2010 alle 13:22 urca.ve ha scritto:

Mi pare che qualcuno l’abbia paragonata alla campagna sul Don, condotta da altro buffone, Vero Gaiani? Ti sei vergognato a pubblicarla o la ignoravi. Fumagalli è un amico e mi informa e non capisce come un “esperto” come te abbia timore di pubblicare verità. Ottimo l’intervento di stanko, complimenti, pero qui continuiamo ad essere dal culo e dell’Afghanista ce ne importa un tubo, sarebbe meglio si testasse altro di più concreto e dare un taglio alle guerre, tanto più se inutili o per interessi che non hanno nulla a che vedere con la pace e democrazia.

Il 6 Settembre 2010 alle 16:59 gianandrea gaiani ha scritto:

Stanko, i mezzi vengono messi continuamente alla prova nel teatro afghano per migliorarne le prestazioni e correggerne i difetti. Lo fanno tutti, americani per primi. Quanto ai Freccia ho scritto tempo fa su questo blog che ritengo siano stati inviati in Afghanistan più per motivi promozionali e commerciali che operativi ma le valutazioni in corso sul mezzo non potranno che migliorarlo. Quanto all’impiego degli elicotteri Ab 205 le loro limitazioni di quota e carico in Afghanistan sono ben note ma gli Ab 412 (ancora presenti a Herat) sono richiesti in Libano e i costi per mantenere oltremare due linee di supporto logistico per questi velivoli sarebbero molto alti. Quanto agli interventi di Fumagalli e urca.ve non ho capito quali “verità” tenga nascoste o tema di pubblicare nè ho compreso quale sia il paragone con la campagna del Don.

Il 6 Settembre 2010 alle 18:01 e.fumagalli ha scritto:

Gaiani il commento era questo:

Il 2 Settembre 2010 alle 19:57 e.fumagalli ha scritto:

Il tuo commento è in attesa di approvazione da parte del moderatore.

Ricorda tragicamente la spedizione sul Don, alpini in pianura, perfetto come i carri amati in montagna. Per fortuna che non hanno bisogno delle divise invernali che sul Don non arrivarono mai e anche se gli scarponi fossero stati di cartone, nel deserto non si sfasciano, sulla neve si sfasciavano. E’ proprio vero che la storia si ripete. Speriamo che almeno gli alpini di oggi il ritorno non lo debbano fare a piedi. allora fu ritirata tragica e disperata oggi sarebbe il colmo. Allora comandava un pagliaccio oggi un buffone o viceversa.

Il paragone consuiste che gli alpini sono truppe da montagna e in pianura non possono usare gli sci. Quella di allora fu spedizione da criminali, quella di oggi da imbecilli, della sicurezza degli USA ce ne importa poco, pensiamo alla nostra e ai taliban che abbiamo in casa, che non sono afghani ma uccelli paduli. Prima di giocare alla guerra sarebbe meglio fare cose utili per il benessere comune e imporre legalità. Quella è guerra persa e ormai noto lo scopo che non ha nulla a che vedere con la democrazia e tanto meno con la pace. Mi pare che tu lo abbia sottolineato altre volte. Dimostra obbiettività pubblicando, diversamente è ipocrisia.

Il 6 Settembre 2010 alle 21:43 gianandrea gaiani ha scritto:

Ogni opinione è legittima ma deve essere chiaro che le truppe da montagna (gli alpini italiani come la Decima divisione da Montagna Usa) sono da anni addestrate a svolgere compiti di fanteria leggera anche lontano da vette innevate. Non credo che la guerra afghana sia persa, per vincerla occorrono molti anni ma si può perderla con un ritiro frettoloso. Ne riparlerò nei prossimi giorni con altri post/reportage dall’Afghanistan.

Il 6 Settembre 2010 alle 23:20 e.fumagalli ha scritto:

D’accordo Gaiani il paradosso fa parte del gioco, quella guerra come poi in Iraq non andava nemmeno iniziata, il Vietnam lo aveva dimostrato ed era un territorio più agevole dell’Afghanistan, non ci riuscirono gli inglesi 200 anni prima e l’errore fu di contrastare i russi 20 anni prima, quando Al Qaeda o similare era in embrione ma per gli USA era più pericoloso il comunismo o meglio , che altri mettessero le mani sui tesori dell’Afghanistan. Già noti non solo agli inglesi ma pure ai tedeschi di Hitler, lo sai benissimo, come saprevi delle strane coincidenze con Pearl Harbor e l’11/09/2001 dove furono attacchi di sorpresa solo per i creduloni, non dico provocati ma permessi, che poi entrambi andarono oltre le previsioni è relativo, l’importante che ambedue servirono uno per entrare in un conflitto e l’altro scatenarlo e guarda caso il primo per risolvere una crisi in corso, nel 40 gli USA avevano ancora il 41% di disoccupazione, e il secondo in previsione di una crisi che si stava approssimando, lo scoppio delle bolle non fu imprevedibile per chi ne sapeva l’impossibilità che non scoppiassero. Siamo seri constatiamo i fatti, poi le storielle lasciamole alle favole. Bere fa bene ma proprio tutto fa male. Ora pare che senza colpo ferire, quelle ricchezze vanno in mano ai cinesi che seduti in riva al fiume aspettano il passaggio dei cadaveri. Si proposero per risolverla la questione, ma gli USA rifiutarono, lo ammise Karzai con rammarico, non puoi ignorarlo. Poi parliamo pure di giocattoli da guerra ma non distogliamo l’attenzione dai veri propositi, da li se ne devono andare con la coda tra le gambe, è stato un fragoroso fallimento, come tra Israele e palestinesi, non si risolverà mai, qualsiasi accordo non eliminerà estremisti sia da una parte che dall’altra. C’è di mezzo la religione. E’ la solita storia.

Il 7 Settembre 2010 alle 8:54 stanko ha scritto:

Non avevo intenzione di polemizzare. Il mio voleva essere un contributo, dato da chi vede coi propri occhi, a un’informazione che comunque giudico adeguata e obiettiva.
Non sapevo che gli AB 412, dopo essere stati ritirati dal Libano nel dicembre 2009, verrebbero nuovamente reinseriti in quel teatro. Si vede che viaggiano gratis sulle navi fino a Beirut…

A proposito di spostamento di materiali da un teatro all’altro:
in Afghanistan, far costruire in muratura una struttura della cubatura equivalente a quella di un modulo abitativo (circa 13mc)costa poco più di 1000€, compresi impianto elettrico e climatizzazione.
Spostare i vecchi moduli dalla Bosnia e dal Kosovo,come abbiamo fatto finora, ci costa intorno agli 8000€ (ottomila) cadauno…

Il 15 Settembre 2010 alle 17:41 ice_white ha scritto:

Ciao a tutti, vorrei senza polemica dire sig. stanko, solo che non concordo assolutamente quanto da lui affermato circa l’operato dei 212 Marina, non credo abbiano fatto coò che lui asserisce, ma ben altro, chiaramente a similitudine dell’ AMI che hanno operato con lo stesso mezzo, han fatto quello che il 212 poteva fare, ma lo hanno fatto bene. per quanto riguarda gli eli 101 bisogna accettare la realtà è tra il mezzo più tecnologico attualmente sul mercato, poi nella vita si và avanti non con il ” altri mi han detto “, ma io ho visto. grazie.

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