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I negoziati riprendono con mille dubbi, ma la Palestina va avanti - L’ANALISI

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  • Tags: anp, Generazione Tel Aviv, Israele, Palestina, Salam-Fayyad
  • 6 commenti
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
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Salam Fayyad, Mister Palestina (Credits: Ansa)

Salam Fayyad, Mister Palestina (Credits: Ansa)

E così i negoziati tra israeliani e palestinesi sono ripresi. Tra qualche speranza e molti dubbi. A cominciare dal recente attentato di Hamas e dai punti caldi su cui le due parti sembrano non potere (o non volere) trovare un punto d’accordo. Ma lo Stato palestinese non si costruisce solo con i negoziati, la Palestina nasce dal lavoro quotidiano di chi costruisce le sue infrastrutture, prepara la sua società civile.

Secondo alcuni l’obiettivo dei palestinesi è proprio questo. Rendersi indipendenti dal punto di vista pratico prima che dal punto di vista formale. Per poi mettere Israele e la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Ma per fare questo servono infrastrutture, un’amministrazione non corrotta che funzioni, un’economia credibile, scuole e ospedali, che permettano a un futuro Stato palestinese di reggersi sulle sue gambe. Perché oggi di fatto la Cisgiordania - cioè quella parte della Palestina che è ancora controllata dal governo di Abu Mazen - dipende da Israele.

Oggi su Il Foglio c’è un bellissimo ritratto di Salam Fayyad, il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, di fatto il vice di Abu Mazen, che spiega come il piano sia esattamente questo: partire dall’economia e dalla infrastrutture. Mi era capitato di parlarne con l’analista israeliano Barry Rubin, e l’analisi che ne era uscita era più o meno la stessa: i palestinesi puntano a un’indipendenza unilaterale, per mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

Personalmente, non so se sia davvero così, ma certamente questo governo palestinese, e in particolare Salam Fayyad, puntano a lavorare molto dal basso, a livello delle infrastrutture, prima che sui negoziati. Fanno bene? Credo che i fatti parleranno da soli. Intanto l’economia della Cisgiordania continua a crescere.

Per saperne di più su Salam Fayyad, l’economista che vuole rifondare la Palestina, e la sua strategia, cliccate qui.

  • annamomigliano
  • Giovedì 2 Settembre 2010

Vedi anche:

  • Salam Fayyad, l'uomo della missione impossibile in Palestina
  • Palestina, insediato il governo guidato da Salam Fayyad
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Commenti

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Il 2 Settembre 2010 alle 17:33 indigesto ha scritto:

Eh certo, pare che Fayyad e Abu Mazen non seguano la strada du Arafat (a proposito, del suo tesoretto non si è saputo più nulla?). Gli aiuti che ricevono vengono impegnati a dovere, a tutto vantaggio delle infrastrotture, che sono il motore del progresso economico di ogni paese. Quando “amici”, colonizzatori, invasori, conesntono che i potentati locali si arricchiscano a danno del popolo, ne deriva instabilità e malcontento. Farsi dare conto di ciò che si riceve dovrebbe essere la prima regola internazionale e, talvolta, interna. Lo vediamo anche per ciò che riguarda il nostro Sud. Immaginaniamoci quanto questa regola valga da quelle parti. Saluti.

Il 2 Settembre 2010 alle 22:09 pasalaam ha scritto:

Con i palestinesi, non riuscirebbe a far pace nemmeno madre Teresa di Calcutta.

La ragione é semplice: i leader palestinesi sarebbero incapaci di creare lavoro per tutti i terroristi rimasti disoccupati.
D’altra parte, non é detto che i terroristi cambierebbero il fucile con la zappa, é faticoso e non rende niente.

Date retta, fino a quando riceveranno soldi senza far niente, non cambieranno. È meno faticoso sparare a un paio di donne disarmate e guadagnarsi il paradiso che cavar patate sotto il sole per quattro soldi.

Il 3 Settembre 2010 alle 16:38 annamomigliano ha scritto:

Questo non è vero, esistono leader palestinesi impegnati a costruire, non distruggere. Fayyad è uno di questi. Semplicemente ha capito che la Palestina si fa in Palestina, non a Washington.
Se poi i negoziati portano a qualcosa, tanto meglio. Intanto un po’ di nation building non fa male a nessuno.

Il 4 Settembre 2010 alle 22:49 pasalaam ha scritto:

Grazie per l’ospitalità e la risposta.

Certamente, la Palestina si deve fare in Palestina, i soli che credono di poterla fare a Washington sono gli americani.
Gli israeliani ci vanno per fare finta e i palestinesi per poter continuare a pompare soldi

È possibile che trà i palestinesi ci sia qualcuno che vuole costruire invece di distruggere, però i capoccioni non lo lasceranno fare.
Quand’anche i suoi capi lo lasciassero fare, cosa potrebbe promettere a gente che da sessant’anni ha usato bombe e fucili, vivendo di sovvenzioni?

Qui stà il vero problema.

Il 13 Settembre 2010 alle 19:14 Colloqui di pace: Hillary Clinton a Sharm el-Sheik - Mondo - Panorama.it ha scritto:

[...] Insomma, le diplomazie si danno un gran da fare. Ma tutti questi sforzi porteranno qualche risultato sul campo? Forse, ma come ho già scritto, la Palestina si costruisce dal basso. [...]

Il 14 Settembre 2010 alle 15:47 yahuwah ha scritto:

Pace non pace ……..
Anna dovrebbe fare un articolo molto attento riguardo un “potere occulto”, ma ben evidenziato nella società israeliana ed altrove, il quale non è , come tutti potrebbero pensare, un potere nettamente israeliano nè tanto meno ebraico, esso si chiama Sionismo Cristiano, meglio identificato come CUFI.
Questo movimento religioso-politico, tiene in scacco gli Stati Uniti da decenni, essi sono i principali negazionisti non solo della futura nazione della Palestina, in quanto sono i veri protagonisti di tutti i mali del medio-oriente, come lo definisce Shaeffer ed altri pensatori negli stessi Sati Uniti:

Il Sionismo Cristiano è un male sia per Israele ( un netto nemico “amico” ) che per gli Stati Uniti ( dei traditori della costituzione ).

http://www.huffingtonpost.com/.....36872.html

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