“La domanda di terra è enorme. Fino al 2008 le acquisizioni di terra coltivabile nel mondo erano in media meno di 4 milioni di ettari all’anno. Prima della fine del 2009 erano già stati annunciati accordi per 45 milioni di ettari, il 70 per cento dei quali in Africa”. A certificare la corsa all’accaparramento della terra partita quando i prezzi del cibo toccavano livelli record è stata la Banca Mondiale. Il rapporto era atteso già a dicembre dell’anno scorso, poi a marzo, ma è stato pubblicato soltanto ieri. Non prima di una “fuga di notizie” a opera di uno degli stessi autori del documento che a fine luglio aveva passato informazioni al Financial Times, convinto che la Banca volesse rendere noto i risultati dello studio in piena estate per attutirne l’impatto.
Il rapporto Rising Global Interest in Farmland: Can it yeld sustainable and equitable benefits (scarica qui il rapporto in pdf) raccoglie dati su 14 paesi, riconosce che Etiopia, Mozambico e Sudan hanno trasferito miloni di ettari, ma sostiene anche che molti di questi contratti non si sono ancora tradotti in progetti concreti. “Gli investimenti agricoli su larga scala pongono sfide importanti” riconosce la Banca Mondiale, che ammette come ad attirare gli investitori siano in particolare gli stati che non brillano per trasparenza, e soprattutto dove la tutela dei diritti di chi usa la terra è scarsa come lo è l’accesso alle informazioni. Tuttavia, nello studio, si sottolinea come questo tipo di investimenti possono, se ben concepiti e realizzati, portare beneficio a paesi che dispongono di ampie porzioni di terra ancora poco valorizzata. Il rischio che lo sviluppo agricolo deragli come è già avvenuto in passato è legato secondo la Banca Mondiale all’incapacità delle istituizioni locali di pianificare, valutare i progetti, e proteggere i diritti dei più deboli.
“In molti paesi dove la domanda di terra è aumentata non c’è la capacità di gestire investimenti complessi attraverso la consultazione delle popolazioni locali e l’analisi della loro fattibilità tecnica e finanziaria. I propositi degli investitori risultano spesso in contrasto con i piani di sviluppo nazionale” prosegue il rapporto. I dati sui trasferimenti di terra sono spesso incompleti, rilevano gli esperti, e le valutazioni dell’impatto sociale e ambientale di questi investimenti agricoli totalmente assenti. La Banca Mondiale intravede il pericolo che per attrarre investitori i governi dei paesi in via di sviluppo si imbarchino in una pericolosa gara al ribasso sugli standard e i controlli, aumentando il rischio di fomentare conflitti per le risorse.
“Il velo della segretezza che spesso circonda gli accordi deve essere sollevato, per evitare che alla fine siano i poveri a dover pagare il pesante prezzo di perdere la propria terra” ha affermato la direttrice operativa della Banca Mondiale Ngozi Okonjo-Iweala. “E’ necessaria un’azione concertata che benefici tutte le parti in causa”.
La corsa alla terra non si fermerà, osserva il rapporto, il mondo diventa sempre più affollato, i redditi crescono, così come l’urbanizzazione, e la domanda di prodotti agricoli aumenterà. Una stima prudente prevede che nei paesi in via di sviluppo da qui al 2030 si coltiveranno ogni anno 6 milioni di ettari in più. In molti dei paesi obiettivo dei cacciatori di terra, il rendimento dei campi è lontano da quella che potrebbe essere. “Neanche uno dei paesi africani che hanno attirato l’interesse degli investitori raggiunge neppure un quarto del suo potenziale agricolo” spiega Klaus Deininger, economista della banca e autore del rapporto: “Piuttosto che focalizzarsi esclusivamente sulle terre ancora non coltivate, è importante che gli investitori e i governi sostengano i miglioramenti tecnologici e le infrastrutture che possono migliorare la produttività delle coltivazioni già esistenti”.
A conclusione del suo studio la Banca Mondiale ricorda che insieme a Fao, Ifad e Unctad ha messo a punto un codice di condotta volontario sugli “investimenti responsabili e sostenibili” in agricoltura e che ora sta assieme ad altri lavorando affinché questi 7 principi vengano tradotti in comportamenti concreti.
Per ulteriori approfondimenti, in libreria:
Il nuovo colonialismo: caccia alle terre coltivabili, Ube, 2010
| I SETTE PRINCIPI DEGLI INVESTIMENTI AGRICOLI RESPONSABILI |
| Il codice di condotta per gli investimenti sulla terra elaborato da Banca Mondiale, Fao, Ifad, Unctad 1. Rispettare il diritto alla terra e alle risorse 2. Garantire la sicurezza alimentare 3. Assicurare la trasparenza, la good governance 4. Assicurare consultazione e partecipazione 5. Promuovere Investimenti responsabili 6. Garantiere la sostenibilità sociale 7. Garantire la sostenibilità ambientale |
- Mercoledì 8 Settembre 2010

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Commenti
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Il 8 Settembre 2010 alle 19:46 e.fumagalli ha scritto:
Gentile Franca Roiatti, già dalle prime righe l’articolo mette una pulce nell’orecchio, quel “convinto che la Banca volesse rendere noto i risultati dello studio in piena estate per attutirne l’impatto.” Come dire meno si sa meglio è quindi di cose poco pulite. Non è colpa sua intendiamoci ma piuttosto che la Banca Mondiale non sia poi quella pia istituzione. Quello che lei dice è cosa più che evidente, in Africa si è sempre pensato di ricavare e mai dare nulla in cambio, evangelizzare soprattutto. Su questo, già nei primi anni 50 un americano semi sconosciuto Robert Ruark, scrisse un romanzo “Qualcosa che vale” se riesce a trovarlo lo legga è molto interessante. Fu un fuoco di paglia come del resto tutte le belle cose e restano sempre le brutte. A proposito di terre, è al corrente che i Benetton sono proprietari di mezza Patagonia? La comprarono dagli inglesi per 40 milioni di dollari che a loro volta la ottennero dal governo argentino, per una partita di fucili con i quali dare la caccia agli indios, conigli selvativi. Se ne trovano tracce in “La voragine” di Josè Eustasio Rivera che ne prese spunto da un diario trovato nella selva, in Amazzonia dove la similitudine riguarda los llanos venezuelano, uguale identico. I Benetton che si potrebbe presumere per la lana, come commercianti di magliette, per evitare quell’uso che non ricordo come si chiama,di passaggio, ebbero la bella idea di recintare obbligando i poveri residenti, indios, a lunghi giri per raggiungere centri diversi. E’ in corso una revisione di questi soprusi, a detta di una rappresentante argentina, ma son cose lunghe e l’ONU pare abbia ben altro da fare. Piccolo appunto, pare che il sottosuolo sia ricco di petrolio. Che ne pensa lei, che i Benetton, brava gente, oltre alle autostrade, cordate Alitalia pensino al petrolio? Lo sa che a pensare mele ci si azzecca? Lei lo conosce il Dio denaro? E’ l’unico vero Dio, il resto fantasie, allegoria. I miei omaggi.
Enrico Fumagalli.
Il 10 Settembre 2010 alle 1:30 jimmie01 ha scritto:
Fumagalli perche` non fai una cosa. Perche` non chiedi a Fidel di esportare il suo modello di benessere. in questo modo i poveracci del mondo riusciranno a riempirsi lo stomaco. D’altronde sei stato tu a dire che il satrapo cubano ha sconfitto la miseria ( non la poverta` ) sull’ isola dei Caraibi. Ma…no…aspetta un po`…mi giunge notizia che il socialismo ha fallito anche a Cuba, adetto del Lider Maximo. Continua coi vaneggiamenti contro il capitalismo. Tanto questo ha vinto e il socialismo ha perso. Cin, Cin, salute!!!!!
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