
(Credits: Ap Photo/Karim Kadim)
“Ho paura di uscire la sera”. Khala non sa esattamente di che cosa aver timore ma si sente vulnerabile e preferisce restare a casa. È una paura che si è portata da Baghdad e di cui non riesce a liberarsi nemmeno ad Amman dove si è trasferita da qualche mese. “Sono ormai tre milioni le persone fuggite dall’ultima guerra irachena e almeno cinquecentomila sarebbero in Giordania”, racconta Francesca Lancini nel cortometraggio Profughi Invisibili – andato in onda su Sky TG24 - in cui la regista intreccia le storie di tre famiglie della diaspora irachena e mette in evidenza la crescente indifferenza nei loro confronti.
Anche Khala è una delle tante protagoniste di questa diaspora silenziosa dall’Iraq. A incontrarla è la reporter olandese Minka Nijhuis che dopo un’esperienza come inviata di guerra ha deciso di dedicarsi al “giornalismo lento” e seguire le vicende di una famiglia di Baghdad – quella di Khala - mettendo un tassello nella storia di un Paese dove i riflettori si stanno spegnendo.
Nel reportage La vita oltre la guerra pubblicato da Bruno Mondadori Minka e Khala vivono la quotidianità di Baghdad senza rinunciare al parrucchiere. Quando in lontananza si sentono degli spari, quello afferra il kalashnikov, con un potente strattone chiude l’inferriata e gira la chiave. Attraverso la grata Minka vede che la vita in strada diventa più veloce poi la via rimane vuota.
Con loro c’è un’altra donna, Ward, che fa l’interprete per gli americani. In casa queste donne sono loquaci perché “i pettegolezzi sono come il sapone, ripuliscono il cuore”. Fuori invece sono riservate per evitare l’attenzione sulla giornalista, perché l’atteggiamento nei confronti degli stranieri è diventato più ostile. Eppure Minka non rinuncia ad uscire, va all’Internet café e frequenta le case da tè anche se non sono luoghi per donne. Le clienti straniere sono comunque tollerate, per loro valgono regole sociali diverse: “Non sei né un uomo né una donna, ma una terza categoria, mi ha detto qualcuno”.
Il terzo protagonista di questo reportage – che meglio di tanti volumi fa capire al lettore che cosa stia succedendo in Iraq - è il marito di Ward. Si chiama Abbas, ha lavorato in una compagnia teatrale nonostante il parere contrario di sua madre convinta che lo status degli attori sia troppo basso. Ma la guerra ha mandato a monte tutti i suoi progetti e adesso nessuno – tantomeno nel mondo arabo – vuole mettere le sue opere in cartellone: “Un tempo i governi dei Paesi vicini ci invitavano ai loro festival, adesso non ci vogliono più perché hanno paura che portiamo in giro l’immagine di un Iraq nuovo e più libero“.
Abbas è sciita e la moglie sunnita, non sono praticanti ma dopo la caduta di Saddam questa differenza settaria, che per anni sembrava irrilevante, viene poco per volta a galla. Quale soluzione? Con quel pizzico di ironia che le resta Khala dice di voler “diventare buddista”. Cerca di farla suonare come una battuta ma “non ci riesce del tutto”. E un attimo dopo, interrogata sul terrorismo suicida, torna seria e afferma senza esitare: “Se avessimo quella mentalità ci saremmo liberati di Saddam molto prima, quel genere di terrorismo lo praticano solo gli stranieri“.
- Mercoledì 8 Settembre 2010

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