
Caschi blu Onu in Nord Kivu (Credits: Giampaolo Musumeci)
Ancora una volta i caschi blu dell’Onu mostrano i loro limiti in terra africana. Stavolta a puntare il dito contro la missione Monusco in Kivu, Congo, è Atul Khare, sottosegretario generale incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, che martedì sera ha testimoniato dinanzi al Consiglio di Sicurezza.
Negli ultimi due mesi, più di 500 donne e bambini sono state violentati da gruppi armati nel nord Kivu, regione ricchissima di oro e coltan. “Anche se la responsabilità principale di proteggere i civili spetta chiaramente allo Stato, noi anche abbiamo fallito. Le nostre azioni non sono state adeguate, il che ha avuto come risultato un’aggressione brutale alle popolazioni della zona”, ha detto Khare.
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon aveva inviato Khare nella Repubblica Democratica del Congo dopo che, alla fine di agosto, erano arrivate le prime notizie sugli attacchi. Secondo il suo racconto, l’offensiva contro decine di villaggi nelle province del Nord e Sud Kivu sono state più gravi di quel che si credeva e il numero delle vittime di stupri potrebbe anche superare le 500. L’attacco più brutale è avvenuto tra il 30 luglio e il 2 agosto in 13 villaggi situati tra le località di Bunyampuri, Kibua e Mpofi dove almeno 242 persone, tra cui 28 minori, sono stati violentati “in maniera sistematica” dai guerriglieri congolesi Mai-mai e dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr).
I primi sono milizie congolesi che nell’ultimo conflitto contro i ribelli di Nkunda (2008) avevano appoggiato i governativi, difendendo spesso la popolazione. I secondi sono milizie rwandesi che da anni imperversano nel Paese. La verità è che in Congo, come quasi ovunque in Africa, chiunque abbia un kalashnikov in mano fa il bello e il cattivo tempo. I villaggi sono presi come supermarket dove rifornirsi di cibo e donne a piacimento. Spesso sotto il naso dei caschi blu , incapaci di intervenire tempestivamente e impedire massacri e saccheggi. Anche nei numerosi campi sfollati del Paese.
Khare ha spiegato che la base nella zona della missione di stabilizzazione Onu (Monusco) era stata avvisata della presenza di gruppi armati, ma non era al corrente dell’ampiezza delle violenze; e quando il 5 agosto, i caschi blu ricevettero le prime 45 denunce di stupri, i ribelli “erano già spariti nelle foreste”.
Secondo l’Onu il Kivu ha poche vie di comunicazione, spesso non c’è copertura di cellulari e l’orografia rende difficili le comunicazioni via radio. Non solo: a causa dell’enorme ampiezza della regione, la densità di presenza della Monusco è di un soldato per chilometro quadrato. Khare ha raccontato di aver saputo di almeno 74 stupri in un villaggio chiamato Miki, nel Sud Kivu: tra le vittime anche 21 bambini, tutte ragazzine tra i 7 e i 15 anni, e sei uomini. In un altro villaggio, ha ancora aggiunto, tutte le donne sono state sistematicamente violentate.
La presenza di numerosissimi gruppi armati in Congo è preoccupante. Si tratterebbe, ma sono stime, di almeno 10-12 gruppi diversi, composti da alcune a parecchie centinaia di uomini. Dall’Fdlr all’Lra (Lord Resistance Army) fino ai Mai mai o ai fuoriusciti rwandesi responsabili del genocidio del ‘94, in Kivu e nelle sue foreste trovano rifugio migliaia di guerriglieri, che oramai sono sempre più solo banditi sanguinari. E la comunità internazionale sta a guardare.
- Giovedì 9 Settembre 2010
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