
Soldati americani in Afghanistan ispezionano il luogo di un attentato kamikaze (Credits: Epa/Humayoun Shiab)
In Afghanistan, forse, qualcosa si muove. E’ il generale David Petraeus, alla testa dei 150 mila militari alleati a sottolineare sviluppi positivi senza nascondere un moderato ottimismo. “L’andamento della guerra è passato nuovamente dalle mani dei talebani a quelle della Nato” aveva detto pochi giorni or sono al quotidiano francese Le Figaro.
Petraeus non parla di vittorie eclatanti ma sottolinea che “quando si conduce una guerra di contro-insorgenza, le nozioni di vittoria o sconfitta sono molto difficili da definire. In questo tipo di conflitto vincere significa compiere dei progressi”.
E i progressi sembrano davvero esserci. Negli ultimi giorni le truppe alleate sono all’offensiva in tutto l’Afghanistan. Nelle province settentrionali le forze speciali stanno eliminando i capi talebani mentre truppe afghane, tedesche e americane riprendono il controllo dei distretti perduti. A Kandahar, dopo molte esitazioni, sembra aver preso decisamente il via l’offensiva contro le roccaforti talebane.
Occupati alcuni sobborghi della città, 8 mila soldati americani e altrettanti afghani, britannici e canadesi hanno nscatenato l’operazione Dragon’s Strike penetrando nei distretti agricoli di Arghandab, Zhari e Panjwai, ricchi di coltivazioni di oppio e marijuana che finanziano gli insorti. “Negli ultimi 3 mesi abbiamo effettuato 2.877 raid uccidendo 269 comandanti e 860 insorti e catturandone 2.039″ ha dichiarato Petraeus.
Attacchi martellanti che non hanno risparmiato il Waziristan pakistano dove gli elicotteri americani hanno inseguito e annientato una banda di circa 60 talebani e dove i velivoli teleguidati della Cia hanno ucciso l’egiziano Seikh al-Fatah al-Masri, capo delle milizie di al-Qaeda in Pakistan che aveva preso il posto di Mustafa Abu al-Yazid, ucciso nel maggio scorso da un altro “drone” statunitense.
La pressione militare consentita dall’arrivo di tutti i rinforzi alleati potrebbe aver indotto alcuni leader talebani ad aprire i negoziati con Kabul. Lo stesso Petraeus ha annunciato lunedì che l’avvio di questi contatti, confermati dalla presidenza di Kabul (che ieri ha nominato i 65 membri del comitato che guiderà i colloqui di pace) ma smentiti da un portavoce talebano che ha definito la notizia “completamente senza fondamento”.
“La Nato dispone per la prima volta dei mezzi civili e militari necessari per condurre una efficace campagna di contro-insorgenza” ha ribadito un Petraeus pragmatico che non sembra farsi illusioni sulla possibilità che i gravi problemi sociali ed economici dell’Afghanistan trovino uno rapida soluzione.
“Dobbiamo essere realisti – ha detto il generale - non sogniamo di far diventare l’Afghanistan una sorta di Svizzera. Il nostro scopo è fare in modo che il governo afghano sia in grado di assicurare da solo la sicurezza e di imporre la sua autorità sul territorio, in modo che l’Afghanistan non torni ad essere un santuario per al-Qaida e per altri gruppi terroristici di matrice islamica transnazionale”.
- Mercoledì 29 Settembre 2010

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