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Dilma parla agli imprenditori (Credits: redebrasilatual by Flickr)
Il Brasile che domenica va al voto è un Paese differente rispetto a 8 anni fa, quando Luiz Inácio Lula da Silva sconfiggeva José Serra e arrivava, dopo 3 tentativi falliti, alla presidenza della Repubblica. Se nel 2002, infatti, la crescita del gigante sudamericano languiva – la media di aumento del Pil negli 8 anni precedenti, sotto i due mandati di Fernando Henrique Cardoso era stata del 2,5% - oggi il Paese vive un vero e proprio boom economico. Nel 2010 il Prodotto interno lordo verde-oro crescerà di almeno un 7 per cento e, nei prossimi anni, il trend rimarrà quello e “un + 6 per cento sarà sostenibile” secondo il ministro dell’Economia (nato a Genova) Guido Mantega.
Altro dato che impressiona è quello della disoccupazione, crollato al 6,7 per cento, addirittura il più basso nella serie storica di inchieste dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge), che studia la situazione del mercato del lavoro nelle aree metropolitane di San Paolo, Rio, Belo Horizonte, Salvador, Recife e Porto Alegre.
Con gli indicatori economico-sociali in costante miglioramento negli ultimi anni – dall’aumento del salario minimo alla “nascita” di una classe media dominante che guadagna tra i 1.000 e i 5mila reais al mese (per convertire in euro dividete per 2,2) - ecco dunque spiegato il grande successo della candidatura di Dilma Rousseff, la “delfina” di Lula, favorita da tutti i sondaggi a succedergli fin dal primo turno di domenica.
Serra, come nel 2002 quando fu sconfitto da Lula, è ancora il leader dell’opposizione e, in cuor suo, spera di arrivare al ballottaggio con Dilma, il prossimo 31 ottobre. Se, tuttavia, non dovesse riuscirci, dovrebbe soprattutto fare un mea culpa su come ha gestito negli ultimi anni il potere all’interno del suo partito, il Psdb (Partito della Socialdemocrazia brasiliana). Basti pensare al mancato sostegno al suo compagno di partito, il medico Geraldo Alckmin – che portò al ballottaggio Lula alle presidenziali del 2006 - nell’ultima campagna elettorale per l’elezione a San Paolo del sindaco. Serra appoggiò Gilberto Kassab, dei Dem (partito Democratico, ex Pfl, di centro-destra) che oggi governa la metropoli più grande del Sudamerica, facendo disperare sia gli “alckministi” che l’Opus Dei, di cui Geraldo è membro.
Altro errore strategico grave di Serra, che all’interno del suo partito ha sempre preferito l’imposizione al dialogo pur non avendo il carisma per farlo decollare, è stato il rifiuto delle primarie con un altro peso massimo del Psdb, quell’Aécio Neves, nipote di Tancredo, che oltre ad essere dominus incontrastato di Minas Gerais (dopo San Paolo, lo stato più produttivo del Brasile) sarebbe stato decisivo per provare a vincere contro la candidata di Lula. Ebbene, le primarie sono state rifiutate e il giovane (ha 50 anni) Aécio ha già fatto sapere che dopo il voto lascerà il suo partito per cercare di essere presidente della repubblica. Già nel 2014, dopo Dilma, o più probabilmente nel 2018.
Sarà dunque Dilma la prima “presidenta” del Brasile. Una candidatura, la sua, impensabile ai più il primo gennaio del 2003, quando Lula entrò per la prima volta al Palacio do Planalto. Davanti a lei, all’epoca, i nomi per la successione di Lula erano altri. In primis quello dell’economista adorato da banche e imprese Antonio Palocci, a ruota quello di José Dirceu. Entrambi, tuttavia, sono stati “bruciati” da scandali negli 8 anni di presidenza lulista e, per questo, l’ex sindacalista arrivato dal poverissimo Nord-est pernambucano, ha scelto la Rousseff, origini bulgare, un passato da guerrigliera durante la dittatura militare e nata politicamente “fuori” dal Pt, il Partito dei Lavoratori fondato da Lula nel 1980. Una scelta che quest’ultimo ha imposto ai petisti storici ma, soprattutto, vincente a meno di cataclismi imprevedibili dell’ultima ora soprattutto per l’effetto traino del presidente uscente che, dopo due mandati, vanta sondaggi alla mano un gradimento di oltre l’80%. Anche questo un record.
- Venerdì 1 Ottobre 2010

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Commenti
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Il 1 Ottobre 2010 alle 18:10 indigesto ha scritto:
Dovrebbe duque essere cosa fatta, caro Paolo! le grandi riforme di Lula (cambio della moneta, privatizzazioni, calmierazione dei salari) hanno più un sapore liberale che sociali vecchia maniera. L’averci visto giusto, forte del seguito popolare e forse in presenza di una congiuntura favorevole, ha decretato il suo successo. Ma l’economia è sempre in movimento. Forse qualche mania di grandezza e qualche improvvida decisione in politica estera hanno cominciato già a minarla. E’ auspicabile che la mano di Dilma, donna intelligente e come ogni donna buona massaia, smussi gli angoli che sono da smussare e porti il Brasile nel novero delle potenze economiche liberali, anche se in nome di un socialismo un pò demodé.
Il 3 Ottobre 2010 alle 1:23 francorisi ha scritto:
Guardate che Lula ha soltanto messo in opera il programma del presidente uscente…nessun merito, anzi, sono bravi a far sparire soldi del governo dentro alle mutande, calzini ecc, come si visto in TV……mah…..!
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